Tre poesie di Jorgos Seferis

George-Seferis

Jorgos Seferis, pseudonimo del poeta neoellenico Jorgos Seferiadis, nasce a Smirne nel 1900. A quattordici anni si trasferisce con la famiglia ad Atene. Dal 1918 al 1924 studia legge a Parigi e intraprende la carriera diplomatica. Console in Albania, Atene, Egitto, Sudafrica, ambasciatore  a Beirut e a Londra. Pubblica la prima raccolta di poesie nel 1931 con il titolo Strofe. Seguirono La cisterna (1932) e la raccolta Leggenda (1935). Nel 1936 traduce La terra desolata di Eliot. Tra le altre raccolte ricordiamo: Giornale di bordo (1940), Diario di bordo II (1945), il poemetto Il tordo (1947) e la raccolta Cipro, ove l’oracolo… (1955). Nel 1963 gli viene assegnato il premio Nobel per la letteratura. A Seferis si riconosce il merito di aver avviato il totale rinnovamento del linguaggio e delle tecniche della poesia greca. Muore ad Atene nel 1971.

 

HO LASCIATO

Ho lasciato passare una fiumana
fra le mie dita
senza bere una stilla: m’accoro….
Naufrago nella pietra
Un pino basso sulla terra rossa,
l’unica compagnia.
Tutto che amai s’è perso con le case
che l’altra estate erano nuove, e sono
dirupate nel vento dell’autunno.

 

ALLA MANIERA DI G.S.

Dovunque viaggio la Grecia m’accora.
Al Pelio fra i castagni la camicia di Nesso
sgusciava tra le foglie per fare viluppo al mio corpo,
mentre salivo l’erta e mi seguiva il mare
salendo anch’esso come mercurio di termometro
fin che trovammo l’acqua alla montagna.
A Santorino, come sfioravo isole naufraghe
e udivo chissà dove tra le pomici un flauto,
inchiodò la mia mano al discollato
una freccia vibrata d’un tratto
dal limitare d’una giovinezza
spenta. A Micene sollevai i macigni e i tesori degli Atridi
e mi giacqui con essi all’albergo «Belle Hélène»;
dileguarono all’alba, quando garrì Cassandra
con un gallo sospeso al collo nero.
A Spezze a Poro a Mìcono
tutto lo strazio delle barcarole.

Che vogliono costoro che si credono
di trovarsi ad Atene, al Pireo?
Uno di loro viene da Salamina e chiede all’altro se
«viene dalla Concordia»
«No da piazza Statuto» risponde compiaciuto
l’altro: «ho incontrato Gianni, m’ha pagato un gelato».
Intanto la Grecia viaggia.
Noi non sappiamo nulla, non sappiamo d’essere tutti, tutti
marittimi in disarmo,
non sappiamo l’amaro del porto
quando tutte le navi sono in viaggio.
Ci burliamo di quelli che lo sentono.
Strana gente che crede di trovarsi nell’Attica
E non è in nessun posto:
acquistano confetti per le nozze
hanno «lozioni per capelli», si fanno
fotografare,
come l’uomo che ho visto oggi seduto
su un fondale di fiori e piccioni:
si lasciava spianare dalla mano di un vecchio fotografo le rughe
lasciate sul suo viso
da tutti i volatili del cielo.

Intanto la Grecia viaggia, viaggia sempre
e se «fiorir vediamo il mare Egeo di morti»,
sono quelli che vollero prendere la grande nave a nuoto,
quelli stanchi d’attendere le navi che non salpano,
l’ELSA, l’AMBRACICO, la SAMOTRACE.
Fischiano adesso le navi che fa sera al Pireo,
fischiano fischiano sempre, ma non si muove argano
e non brilla catena madida nell’estrema luce che muore,
e il capitano resta pietrificato, tutto bianco e oro.

Dovunque viaggio la Grecia m’accora:
cortine di montagne, arcipelaghi, nudo granito.
La nave che viaggia si chiama AGONIA 937.

 

EFESO

Parlava seduto su un marmo
simile a rovina d’antico portale:
sterminato e vuoto a destra il campo
a sinistra scendevano le ombre dal monte:
“La poesia è ovunque. La tua voce
a volte incede al suo fianco
come il delfino che per poco ti accompagna
vascello d’oro nel sole
e poi scompare. La poesia è ovunque
come le ali del vento nel vento
che per un attimo hanno sfiorato le ali del gabbiano.
Uguale e diversa dalla nostra vita, come cambia
il volto di una donna che si è spogliata,
e tuttavia rimane uguale. Lo sa
chi ha amato: alla luce degli altri
il mondo implode; ma tu ricorda
Ade e Dioniso sono la stessa cosa”.
Disse, e imboccò la grande strada
che mena al porto di un tempo, ora inghiottito
laggiú fra i giunchi. Il crepuscolo pareva
per la morte di un animale,
cosí nudo.
Ricordo ancora:
viaggiava sulle coste della Ionia, in vuote conchiglie di teatri
dove solo la lucertola striscia sull’arida pietra,
e io gli chiesi: “Un giorno torneranno a riempirsi?”
E mi rispose: “Forse, nell’ora della morte”.
E corse nell’orchestra urlando:
“Lasciatemi ascoltare mio fratello!”.
Ed era duro il silenzio attorno a noi
e non rigato nel vetro dell’azzurro.

Jorgos Seferis (traduzione di Filippo Maria Pontani)

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