Alfonso Gatto, a cura di Donato Antonio Barbarito. La Storia delle Vittime – poesie della resistenza – . (II parte)

gatto

Nel preambolo al volume (dicembre 1965) Alfonso Gatto prende atto che l’impegno maturato nel lungo inverno di due anni di lotta armata non si è concretizzato. “Ci sentiamo mancati alle nostre speranze”, alle promesse di “una nuova vita per il momento in cui saremmo ritornati a vivere”. Tuttavia occorre resistere alla forza che agisce contro di noi e ci invita a cedere- D’altra parte cosa è stata la Resistenza? La Resistenza ”non è un momento eccezionale dell’essere; essa è all’opposto un tempo che dura, il farsi, nel tempo e nella storia, di una coscienza comune.”  Dopo la tragica esperienza dell’atomica di Hiroshima, “che ha cambiato il mondo “, non occorrono ulteriori esperienze per renderci coscienti della sua “virtuale onnipotenza” di distruzione. Un dato questo che non si può mutare e che ripropone nuove vittime. “Siamo in una fase di cedimento ad un nemico che ha già vinto fuori di noi, nell’assurda metafisica dello <<stato di cose…>>“Bisogna resistere alla<<empiria>>;- ammonisce il poeta – e l’unico modo per resistervi è lavorare permanentemente per una rivoluzione che abbia nell’uomo il suo centro, nella conoscenza e riconoscenza che la storia, ragione e dottrina, è stata portata avanti dalle vittime: da millenni di vittime… ”E al poeta, cui si chiede, “ove non celebri il vincitore”, “di dare un senso alle vittime”, “di portare il sole sulle sciagure umane, sui vinti”, tocca ben altro compito. “Nella casa della sua poesia, egli ha da ospitare l’accusa, la memoria e il numero delle vittime, quante la storia ne tramanda da millenni di termitai, di deserti, di stermini, di guerre…” . Con queste finalità il Gatto si accinge ad organizzare il volume “La Storia delle Vittime” in quattro sillogi, dando un ordine, “di un tempo interiore, che più delle date, serve a qualificare” lo stesso spirito della Resistenza, più sopra chiarito. Comprende poesie nate ai tempi della guerra e della clandestinità vissuta a Milano e poesie degli anni 1962-65, “frutto – egli dice – di più meditati ripensamenti sulla sorte dell’uomo, sui nostri impegni di accusa e verità”… “La mia storia personale e la storia della mia poesia cercano di appartenere alla storia e passione dell’uomo, di non tradirle almeno. Sarò in pace con me stesso se potrò riconoscere, fra tante inquietudini mie e del tempo, il conforto di aver contribuito in qualche modo a chiamare anch’io la giustizia e l’avvenire che dalla Resistenza ad oggi ancora invochiamo”. (Giustificazione del volume e note di A.Gatto).  “Questo volume di poesie – scrive nella dedica – trova in Elio Vittorini / un uomo da chiamare vivo, alla sorgente di ogni parola, / per amore e per letizia di verità. / A lui si ricorda e si affida, / speranza ancora del tempo, passo che ci precede.”: “La Storia delle vittime” consacra Gatto come poeta “civile” L’impietosa esperienza della guerra e la nuova realtà che si presentava agli orizzonti l’avevano spinto, come accaduto per altri poeti, ad abbandonare la poeticità delle parole, l’idillio paesistico, descrittivo, musicale e ricercare altro linguaggio più storicamente concreto, tendente a registrare dati della realtà. Una tensione, uno sforzo di tono e di genere volti “non a cangiare in inno l’elegia bensì a far affluire la vena lirica nel fiume largo di un’epica in cui però non si cancelli ciò ch’essa era stata e aveva dato sin qui.” (S. Ramat)
1) Amore della vita – 1944 – Testimoniano “l’amore umile, primario della vita”. “Labili disperati segni del vedere, del ricordare, del connettere” “considerate anch’esse partecipi della Resistenza, se muovono dalla memoria a annunciare nelle domande speranze di vita antica e nuova”. (a.g.) Già in questi versi, “sulla linea che conduce all’afflato drammatico e al canto “popolare”, spicca – scrive Ramat nella introduzione- “la propensione alla sentenza e perfino all’aforisma: <<Tutti parlano del proprio cuore. / Tutti tacciono col proprio cuore>>; <<Chi vive è senza gloria>>; ad una narratività visionaria, tra l’epico e il corale,(<<I reclusi dipinti a ferro a ferro / d’ombre e di luce scesero cantando / nel mare…>>, nonché ad alcune sintesi dense e memorabili: <<Tutto di noi gran tempo ebbe la morte>>.
2) Il capo sulla neve 1943-47- alla memoria di Leone Pentich, partigiano di vent’anni caduto a Medlika
3) Giornale dei due inverni 1943-44 1964-65 – ai giovani amici di Salerno, Mario Carotenuto, Antonio Castaldi, Bruno Fontana e Lelio Schiavone –
4) La storia delle vittime 1962 – 1965 – alla memoria di Raffaele Giolli –
Il poeta cerca di cogliere l’epopea corale di un momento storico particolare, e va oltre il contingente. La sua poesia, si dispiega, attraverso la memoria di episodi vissuti, sul valore e il messaggio dei giovani, dei martiri di Piazzale Loreto, dei morti di Hiroshima, del compagno Curiel, della fanciulla di Spina, di tante vittime, ignote e povere, di tanti ragazzi che “avanzano in cielo” mentre “l’alba è già scesa sui capelli biondi”, che attraverso il sacrificio indicano a tutti “la grande strada della primavera”. Sappiamo delle delusioni e delle speranze svanite del dopoguerra e il poeta Gatto, con i componimenti del 1962-65, cerca di riflettere, in forma più solenne e libera, sull’esperienza vissuta, sulla nuova realtà e se questa poteva considerarsi compatibile o meno con quel “morire per la vita” di tante vittime. Se fossero esse, le vittime, a raccontarla, la storia risulterebbe completamente diversa da quella narrata.

Donato Antonio Barbarito

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