Un poeta modicano, Saverio Saluzzi, di Domenico Alvino

Il Duomo di San Giorgio a Modica

Modica

Si pronuncino questi versi:

Dafne, hai perduto nel tenero mattino
un riflesso dai tuoi capelli
e del colore del limone s’è fatto l’orizzonte…

Sentite che potente, e delicata insieme, operazione della poesia: Dafne perde, non un capello, ma un riflesso, e ne risente il mattino, che s’intenerisce, muta colore. Così potente è la bellezza nelle vicende del creato e nel cuore dei poeti. E per converso:

Ho lasciato i miei occhi
nella insonnia del mondo,

alludendo forse a questo, qui da noi, frenetico, insonne scrivere libri, e libri su libri, che se ne empiono discariche.
Partito da suggestioni primo-novecentesche tra crepuscolari

Ora lo so che la mia vita
è come una foglia
che muore generosa sull’albero
ferita di nostalgia

e ungarettiane

Mi sento spoglio
come la brevità
di un monosillabo,

Saverio Saluzzi ha poi ancorato la sua sensibilità nell’area dell’ermetismo più maturo e disincantato del dopoguerra, ivi però raggiungendo una sua tempra, anche attraverso l’esercizio della critica e della traduzione e prendendo alimento fin dai magazzini carducciani, sia detto a bassa voce! Ma sentitene l’esito:

China a la voce del mio petto il giorno
il silenzio dei morti…

sì che ti pare sacrilego farne parola, ma diciamo solo che l’essere, qui trasdotto in giorno, nella sua propria consistenza, riversa il sentimento del poeta nel silenzio della morte, che è il gran silenzio in cui si staglia l’essere stesso, prendendo consapevolezza della sua infinita piccolezza. È già alla luce di simili grandiose operazioni di poesia che si misura l’entità poetica di Saverio Saluzzi. Fuori da ogni velleitarismo sperimentale, egli ha nell’intento solo la costruzione di una sua voce, che oltre a stupire con questi picchi altissimi di esiti poetici, tocchi anche i più diversi temi e, appena sfiorandoli, li trasfiguri in miti memoriali intorno a cui avvolgere la vita. Così in questo iter viene toccando il più alto dolore, schiudendo anche questo in una cosmica immensità:

Non v’è che cemento a rodere le piaghe
della Terra e l’albe disperate già stanche
cadono ammaliate di tempeste e sono mute
l’acque dei fiumi impensabili,

E si veda anche l’urgenza creativa che pone a fermentare nella storia:

Quanta prolungata sorgente
nei serrati cominciamenti
di una storia trasognata
ove incapacità fremono
in scabri balocchi di miti.
Mi dischiudo al vocabolo
nel carme intristito,

e, a fronte, l’esaurirsi delle energie umane nelle generazioni:

Attingiamo stanchezze
noi ricalcati da generazioni
sotterranee.
Sono i millenni l’ultima
strutturazione
e l’infittirsi delle macerie
quasi matassa per mani arruffate,

e così giungendo a quella che a lui sembra la quiddità dell’uomo contemporaneo:

Siamo il nulla o la meta
d’ogni rappresentazione, o il grido
di argonauti alla conquista
di vani frammenti,

o le smanie verginali di una ragazza:

Là s’aggrava la veranda del suono
della via…
Viene il tempo, invece, delle antiche trame
che ti stimola all’amplesso…

Sono quattordici i volumi di poesia pubblicati da Saluzzi, uno di fiabe e otto di saggistica. L’ultimo, Così un tempo, 1di poesie e parte delle lettere, è un potente anelito a scuotersi dai detriti di un crollo immane, con gesti allucinati e lo sguardo fermo in un oltre, un passato che gli fabbricava una luminosa narrativa della vita intima e familiare. Nessuna languida nostalgia: come un pronunciare lontane sillabe, in quel passato egli pone le sue domande su ciò che è stato, su quanto

di noi cadeva nella vanità
delle ombre”.

Qui la poesia spalanca la voragine dell’inganno, fra il tempo in cui i passeri leggevano come uno spartito

gli impegni del sole a penetrare fra i rami

e l’oggi in cui

marzo accompagna a gran passi
folate di vento. Pare un esercito d’ombre
l’orizzonte, e addolorata di zuffe
l’ultima striscia dell’Itria, stanca
di rami impazziti…

Ma questa terra desolata, gremita di ineluttabili segni, non affrange la sua voce, che pur rauca,

s’intrattiene
a riempire di promesse i momenti
delle parole.

Del risoluto impegno a riconnettere frantume per frantume la fermezza dello sguardo, è anche paradigma la tessitura meditativa della poesia, ottenuta tramite un sapiente gioco di enjambement tra misure stichiche e prosa mossa da impulsi di canto.

Domenico Alvino

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