Quattro poesie di Bartolo Cattafi, nota di Paolo Ruffilli

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Bartolo Cattafi, Barcellona (Messina), 1922 – Milano, 1979

Pur con vaghe ascendenze ermetiche, di modi e di toni, Bartolo Cattafi è, nel panorama della poesia italiana del Novecento, un isolato e un eccentrico. L’unico suo vero antecedente, per consonanza di sentire del resto, è Montale; il Montale della negatività di matrice leopardiana, ancorata ad una polpa di natura esistenziale. Esistono almeno due situazioni aggreganti nella poesia di Cattafi: 1) l’elemento di paesaggio, 2) gli oggetti fantastici; situazioni non necessariamente indipendenti e isolate ma congiunte e intersecantisi, sviluppate generalmente in soluzioni definitorie. Il paesaggio tipico di tutta la produzione di Cattafi, pur nelle poche varianti di regioni nordiche, è quello mediterraneo della terra bruciata dal sole, degli ulivi, delle case a calce, delle bianche nuvole di passaggio, del mare; paesaggio descritto e interpretato, che si identifica con una situazione esistenziale insieme arida e ricchissima. Gli oggetti fantastici sono i “mostri” (nel senso del vocabolo latino) frutto dell’immaginazione o del sogno o della stessa lucidità visionaria, occasione per salti di prospettiva e di angolazione, nel viaggio spesse volte tentato, con sprezzo e slancio vitale, verso il buio e l’inconoscibile. La poesia di Cattafi è un diario di immagini, un album di istantanee, di fotogrammi ritoccati, in cui il procedimento è quello dell’accumulo nominale, in didascalie che hanno, oltre il loro risvolto descrittivo, i caratteri delle illuminazioni oniriche.

Paolo Ruffilli

 

INQUILINI

Sbatter di porte
girare di chiavi nella toppa
morti nel vostro letto
dietro le vostre porte
e morte intermittente
entrare e uscire
mani irose impazienti
al pomo delle porte
passi
i nuovi arrivati
con valigie e fagotti
con otri di vento
inquieti portatori
di mistero nelle stanze
a voi morti a voi vivi
con filo ritorto appunto
speranza e fiducia
chiedo clemenza
creature del mio piano
a metà o del tutto
interrato.

 

CAUTELA

Bastarono quattro o cinque lampi
sparati tra nuvole d’argento
a stendere secca l’estate.
Con l’orecchio appiattito contro il suolo
ascolti il sopraggiungere dei tonfi
d’uccelli maturi sotto i colpi
di marroni di mele
cotogne ed il franare
d’un alto inverno con nuvole con piogge.
Calzando cauta lana come fanno
i piedi clandestini degli dei
vai dietro alla porta
del Fato per sapere
che decreto borbotta
che botta ti prepara.

 

IL RESTO MANCA

Mancavano pagine
il marmo dell’epigrafe
era scheggiato
due sole parole
cetera desunt
il resto mancante
mancanti la testa e i piedi
e tutto il resto mancante
che testa e piedi divide
cetera desunt… cetera desunt…
parole sul frontone d’un tempio vuoto
vorticanti col vento come per dirci
solo noi ci siamo
tutto il resto manca
era questo che non sapevate.

 

ALLA MIA OMBRA

Qualcuno ti cancelli
a mia immagine e somiglianza
ombra scompagnata
che ancora scivoli
vacillante sui muri
sperduta nelle stanze.

Bartolo Cattafi

cattafixBartolo Cattafi è nato a Barcellona, in provincia di Messina, nel 1922. Laureato in giurisprudenza ha lavorato a Milano come pubblicitario e dal 1967 torna a vivere prevalentemente in Sicilia. Ha pubblicato Le mosche del meriggio ( Mondadori, 1958); L’osso, l’anima (1964); L’aria secca del fuoco (1972); La discesa al trono (1975); Marzo e le sue idi (1977) e postuma esce la raccolta Chiromanzia d’inverno (1983). Muore a Milano nel 1979.

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5 commenti
  1. Addosso

    Ti cade addosso a pezzi
    la morte
    hai gambe braccia corte
    per la lotta la fuga
    fattene cibo e tana
    rana nello stagno.

    Bartolo Cattafi (1922 – 1979)

    Una quasi epigrafe – ( testamento spirituale? )- incisa sul foglio bianco, anzi
    scolpita in parole concise, icastiche. Il drammatico isolano prevale sull’ironico,
    con scrittura fulminea, rapinosa.
    Maestro di apologhi, frammenti, “mosche in bottiglia”, è lecito che Cattafi ci faccia
    pensare a un altro semidimenticato di talento straordinario, Leonardo Sinisgalli…

    Gino Rago

  2. Carissimo Gino, sicuramente un lapsus il tuo: Le mosche del meriggio è di Cattafi, Mosche in bottiglia del mio amatissimo Leonardo Sinisgalli. Due grandi, due poeti messi da parte. Ma noi di Erato li riproponiamo in tutta la loro grandezza poetica.

  3. No caro Luciano (grazie per avermi risposto), nessun lapsus ma volutamente ho
    virgolettato le sinisgalliane “Mosche in bottiglia” per predisporre ad arte il legame
    Cattafi-Sinisgalli, quasi un artificio.
    Buon tutto, Luciano. Sai che sono strettissimo e fedele collaboratore di Giorgio
    Linguaglossa e redattore de L’Ombra delle Parole e che raramente faccio incursioni
    in altri blog, fatta eccezione per il tuo, quando vi trovo pagine alte come codesta.
    Grazie per avere riesumato Cattafi.
    Gino Rago

  4. Ho errato dunque io, chiedo scusa. Ribadisco: Cattafi e Sinisgalli 2 grandissimi.Non vedo l’ora di rincontrare un grande amico e un grande uomo e un grande critico e il di più che si possa dire laddove palpita il cuore della umanità e della bellezza, persino della Giustizia (domani 3 poesie di Kipling…): Giorgio Linguaglossa. Ogni esplosione per L’ombra e per l’indirizzo di cangiamento che condivido in pieno. ( liberiamoci delle “mosche” poetiche). Un caro saluto

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