Cinque poesie di Umberto Bellintani, nota di Gilberto Finzi

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La poesia di Umberto Bellintani resta costruzione lirica fin dagli inizi, in Forse un viso tra mille (1953). Lo sconfinamento esistenziale detta narrazioni indimenticabili in Paria (1955) poi riprese in E tu che m’ascolti (1963): assorte e crude figure dell’esperienza vengono evocate nei suoi “carsi”, intimi percorsi della memoria. La sua misura è la poesia breve, che brucia in una fiammata ogni musica, ogni impressione. Ma la suggestione quasi subliminale di questi versi passa per serie di immagini, per una metaforizzazione spontanea spinta al più alto grado. Bellintani recupera inizialmente residui ermetici, filtra poi temi e movenze del realismo, lascia emergere, qua e là, altre influenze: ma tutto in lui è dettato dalla musicalità assoluta e dall’emozione non repressa ben più che da ipotesi teoriche. Prevale, forse, il laghismo del vasto orizzonte padano, che lo accosta a Sereni ma anche alla musica sconcertante di un Saba.

Gilberto Finzi

 

ANGELA

Piace il tuo parlare, Angela,
venditrice dell’amore:
c’è il buono di un’anima cristiana,
dolce di cose, del buono della vita.
E c’è tanto della mamma nei tuoi occhi
di un benevolo nero;
e che ti prende, di poi si vergogna.

 

PARIA

Poveri affaticati nelle membra,
servi della gleba, paria,
per noi la morte è riposo.

Tu luna invano risplendi in mezzo al cielo;
e non ci cavi dagli occhi che sudore
antica stella che illumini nei boschi
a maggio il canto malinconico dei cùculi.

Non siam che miseri lombrichi nella mota,
siamo concime, la ruota, la carrucola
e non v’è pena che noi non si conosca.

 

FRATELLI

I poveri morti sono i miei fratelli,
passeggio con loro per il cimitero,
non vi è nessuno che abbia il cuore felice.
Chi ha ucciso, rubato, o disprezzato
in questa vita così fatta per gli uomini;
chi è penetrato nottetempo nel campo del vicino
e ha distrutto le colture, e chi la donna
dell’amico ha condotta a perdizione.
Ma non per questo nessuno v’è che peni;
ognuno soffre la montagna della morte
che gl’impedisce di vedere il proprio figlio
e la sua donna, la casa, il campo amato,
un volto amico, un arnese, umili cose.

I poveri morti sono i miei fratelli,
passeggio con loro per il cimitero,
non vi è nessuno che abbia il cuore felice.

 

IL GATTO CHE RITTO SI DORME

Il gatto che ritto si dorme
al sommo del palo in questa quiete
dell’aria al pomeriggio di fuoco,
e la rana che grida terrore
dove il fosso s’incurva,

sono voci dell’arcano, e la cetonia
stremata sul sentiero e l’acqua
infesta di torpore e morte;
voci dell’arcano
che dilagan talvolta allora
che tutto s’addensa nel cuore,

preme e non sai
se di vita diversa un esser vivo
un irrequieto immortale
o d’altri mondi a noi cala la voce.
Altro non sai che tu vivi
di questo senso profondo della vita
che ti snerva e che puoi
affascinato dare il fianco alla morte.

 

A Berto

Case vuote abbandonate
occhi allucinati di finestre
amate case di campagna
lombarde voci della vita
case morte della mia pianura
vite spente della gioia
aie al sole della luce
mia tristezza che non taci mai.

Ancora: forse Dio non esiste,
esiste soltanto esiste
il sempre che vive in noi
eternamente.

Morirete senza tremare
di sgomento
perché nessun figlio resterà
solo.

Umberto Bellintani

umbertobellintaniUmberto Bellintani è nato nel 1914 a San Benedetto Po (Mantova). Allievo di Marino Marini all’Istituto d’Arte di Monza, vi si diplomò nella sezione scultura, nel 1937. Richiamato nel 1940, combatté in Albania e Grecia, fu quindi prigioniero in Germania dal ’43 al ’45. Al rientro abbandona la scultura, lavora modestamente per vivere e si dedica alla poesia. Muore a San Benedetto nel 1999. Sue opere poetiche: Forse un sorriso tra mille, Valleschi, Firenze, 1953; Paria, Edizioni della Meridiana, Milano, 1955; E tu che m’ascolti, Mondadori, Milano, 1963. Nel 1998 per l’editore Perosini di Verona esce Canto autunnale, quarantacinque componimenti editi e inediti, a cura di Italo Bosetto, per Mondadori, sempre nel 1998, Un abbaino in piazza Teofilo Folengo, una scelta da Forse un sorriso tra mille e tutto E tu che m’ascolti, a cura di Maurizio Cucchi.

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