Tre poesie di Benjamin Péret da “Io non mangio di quel pane”, Matisklo Edizioni, a cura di Carmine Mangone

iononmangiodiquelpaneNel gennaio del 1936, la tipografia parigina “Impressions diverses” dà alle stampe un piccolo libro, rilegato come un breviario, che raccoglie ventotto composizioni in versi del poeta surrealista Benjamin Péret. Il libretto in questione, impreziosito da un’acquaforte di Max Ernst, porta un titolo perentorio e quasi programmatico: Je ne mange pas de ce pain-là (“Io non mangio di quel pane”), locuzione di natura chiaramente gergale – della serie: “preferisco morire di fame, piuttosto che darvi certe soddisfazioni” – che compare, a mo’ di epitaffio, anche sulla pietra tombale del poeta al cimitero parigino di Batignolles. I testi raccolti in Je ne mange pas de ce pain-là, composti presumibilmente tra la fine del 1925 (o l’inizio del 1926) e il dicembre del 1935, sono caratterizzati da una foga iconoclasta senza pari. La loro veemenza polemica – fatta di svariati riferimenti scatologici, di verbalismi imbastarditi con espressioni argotiques, nonché di gioiose quanto gratuite proclamazioni di rivolta –, pur essendo condita dalla solita verve surrealista del poeta, che dà vita ad una sarabanda di macchiette e situazioni grottesche servendosi degli oggetti o degli esseri più “prosaici” (come insetti, verdura, utensili, ecc.), viene qui mobilitata chiaramente per assecondare i livori e i disgusti del Péret rivoluzionario.I testi di Je ne mange pas… sono di chiara ascendenza surrealista. Le invenzioni automatiche che li costellano sono infatti numerosissime e anche fin troppo evidenti per star qui a discuterne. La loro elaborazione parte però invariabilmente da eventi, istituzioni, personaggi famosi, ecc., scelti deliberatamente dall’autore. Péret seleziona con cura i suoi obiettivi e li riunisce non certo a caso; si pensi, ad es., allo sviluppo di composizioni come Il cardinale Mercier è morto, Epitaffio su un monumento ai caduti o Il 6 dicembre. Siamo in presenza di circostanze reali e che determinano gran parte degli elementi creativi, il che ci conduce ad una conclusione quasi ovvia: la raccolta Je ne mange pas… è formata da “scritti di circostanza” lampanti, indiscutibili, quantunque assai diversi rispetto alla poesia sociale o variamente impegnata del Novecento. Un aspetto fondante di Je ne mange pas… è la mancanza pressoché totale di indicazioni programmatiche o di accenti propagandistici. I versi arrabbiati di Péret appaiono perciò molto diversi rispetto a testi “impegnati” (e allineati) come Front Rouge di Aragon o Lenin di Majakovskij, perché non presentano un secondo fine ideologico e hanno altresì un impatto immaginifico, un’arditezza, una violenza senza padroni che li rende irrecuperabili sia dalla cultura ufficiale, sia dalla controcultura d’accatto più o meno radicale. Péret non subordina la sua vena poetica ad un fine politico o morale. La getta semmai nel generale movimento di sovversione libertaria del mondo facendola fluire con tutti gli altri elementi di liberazione, senza creare delle gerarchie funzionali tra i diversi piani d’intervento. Lo slancio poetico diventa allora il tentativo – immane – di poetizzare tutto e tutti attraverso quello stesso movimento di sovversione (e perfino suo malgrado). Nell’ambito letterario dell’ultimo secolo, Io non mangio di quel pane è un’opera che finisce per risaltare nettamente. Nessun poeta si è scagliato con un odio altrettanto feroce e gratuito contro i simboli e le istituzioni della società capitalista. Neanche Dada è riuscito a produrre scritti di una tale indigeribilità. Per ciò che concerne le scritture brevi di natura letteraria (poesie, aforismi, canzoni e simili), bisogna infatti risalire molto indietro nel tempo per imbattersi in testi con la medesima gratuità, lo stesso brio e simile violenza terminologica. Nel dominio letterario italiano, ad esempio, occorre riandare al periodo che va dal tardo XIII sec. fino all’avvento della Controriforma tridentina, periodo che comprende una ricca produzione licenziosa e burlesca – basti pensare ad autori come Cecco Angiolieri, Pietro Aretino, il Burchiello, Antonio Cammelli o Nicolò Franco. Se però usciamo dal campo della letteratura e analizziamo la cultura pop che si è andata sviluppando nella seconda metà del secolo scorso, possiamo reperire agevolmente degli scritti assai vicini allo stile e allo spirito di Je ne mange pas de ce pain-là. In particolare, svariati gruppi rock hanno prodotto testi del tutto simili a quelli di Péret, soprattutto nell’ambiente punk e anarco-punk. Il tentativo di coniugare poesia e forme di teppismo liberatorio in un’ottica rivoluzionaria – perché di questo si tratta –, lo si ritrova chiaramente nei testi di un gran numero di gruppi punk. Mi limito qui a ricordare gli inglesi Crass, forse gli esponenti più noti del punk anarchico, i cui testi presentano una furia, una lucidità e un sarcasmo che non sarebbero affatto dispiaciuti a Benjamin Péret. Io non mangio di quel pane è un’opera quasi unica nel panorama poetico e letterario della contemporaneità. Pur ascrivendosi alla sfera degli scritti di circostanza, essa si distanzia nettamente dalla poesia sociale e “impegnata”, costituendo semmai un ponte, una continuità tra le composizioni oscene e burlesche del Basso Medioevo o del Rinascimento e la cultura rivoluzionaria dell’età contemporanea. L’immediatezza dei toni, la gioia rabbiosa e l’assoluta mancanza di preoccupazioni morali conducono Péret ben oltre i limiti e i tic della poesia comunemente intesa.

Carmine Mangone

Luigi XVI va alla ghigliottina

Puzza puzza puzza
Chi è che puzza
È Luigi XVI l’uovo mal covato
la sua testa cade nella cesta
la sua testa putrefatta
dal freddo del 21 gennaio
Piove sangue neve
e ogni sorta di porcheria
sprizza dalla sua vecchia carcassa
di cane morto sul fondo di una lisciviatrice
tra la biancheria sporca
che ha avuto il tempo di marcire
come il fiordaliso dell’immondizia
che le vacche si rifiutano di brucare
perché spande un odore da dio
dio il padre dei fanghi
che ha dato a Luigi XVI
il diritto divino di crepare
come un cane in una lisciviatrice

 

Il potere temporale del papa

Il sudore nero dei porci
partorì un pidocchio bianco
Crebbe grasso viscido
E siccome era italiano
intraprese la sua misera marcia su Roma
arrivando un giorno nel culo sudicio del Vaticano
Era solo una piattola in mezzo a cristi marci
e a vergini violentate dai suoi avi

Dalle vergini puttane che sgravarono il ventre
nella bagnarola dell’acquasanta
nasceste voi
carne di chiesa sugna di confessionale
marciume eucaristico
e nell’ombelico nero viola o rosso di ciascuno di voi
si gonfia il pidocchio bianco
fratello di colui che stanco di vomitare nel suo Vaticano
vuole ormai contaminare i vicini
con l’incenso del suo ventre rognoso

E i vicini soddisfatti
si raccolgono al suo passaggio
come gli scarti di verdura nei mercati vuoti
Ed ecco l’Italia fascista

 

La morte di comare Cognacq

All’età in cui i bambini che rotolano nella sabbia
come scaloppine impanate
cercano la via per il centro del mondo
comare Cognacq coi seni pieni di latte
avuti in eredità da sua madre
raccoglieva aghi spezzati per fabbricare cannoni
Un giorno il cannone dei suoi sogni fu fuso
e venduto al nemico
da papà Cognacq
A ricordo dell’avvenimento fu aperta la Samaritaine
e recandosi colà ogni mattina
comare Cognacq vi raccoglieva la merda dei cavalli
per i piscialletto dei suoi sposini

Ahimé comare Cognacq è morta
è morta come la Francia
E dalla sua pancia verde come un pascolo
fuggono le famiglie numerose
che per ogni figlio
ricevevano una paletta per il fuoco

Non più comare Cognacq
non più bambini dopo gli altri diciotto
a Pasqua o a Natale
a pisciare nella pentola familiare
Comare Cognacq è morta
balliamo balliamo in tondo
sulla sua tomba sormontata da uno stronzo

Benjamin Péret

 

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