Le poesie di Franco Fortini: poetica e motivi ispiratori, a cura di Donato Antonio Barbarito (II parte)

fortini

Reversibilità

Anassagora giunse ad Atene
che aveva da poco passati i trent’anni.
Era amico d’Euripide e Pericle.
Parlava di meteore e arcobaleni.
Ne resta memoria nei libri.
Si ascolti però quel che ora va detto.
Anche la grandissima Unione Sovietica e la Cina
esistono, o l’Africa; e le radio
ogni notte ne parlano. Ma per noi, per
noi che poco da vivere ci resta,
che cosa sono l’Asia immensa, il tuono
dei popoli e i meravigliosi nomi
degli eventi, se non figure, simboli
dei desideri immutabili, dolorosi? Eppure
– si ascolti ancora – i desideri immutabili
dolorosi che mordono il cuore nei sonni
e del poco da vivere che resta
fanno strazio felice, che cosa sono
se non figure, simboli, voci,
dei popoli che mutano e si inseguono,
degli uomini che furono e che in noi
son fin d’ora? E così vive ancora,
parlando con Euripide e con Pericle
di arcobaleni e meteore, il filosofo
sparito e una sera d’estate
ansioso fra capre e capanne di schiavi
entra ad Atene Anassagora.

(da Poesie inedite, 2005)

La poesia Reversibilità , riscoperta tra quelle inedite del 1997- Einaudi, negli ultimi anni, ha attirato l’attenzione della critica e potrebbe costituire una delle chiavi di lettura dell’intera produzione poetica di Fortini. Si riportano in sintesi le interpretazioni di Guido Mazzoni e Romano Luperini (Vedi: Ospite ingrato – Rivista on line Centro Studi Franco Fortini “Per una rilettura delle sette canzonette del Golfo” di F. F.- di Roberto Talamo):
Per G. Mazzoni “ La poesia parte dal passato, attraversa il presente e ritorna al passato (…)” Il punto di vista è quello dell’uomo moderno che cerca di comprendere il valore della storia; gli interlocutori, ogni uomo del presente storico, isolato e solo di fronte alla morte e ai desideri. E il desiderio “è in realtà ciò che porta il singolo fuori di sé, nella vita sociale: (…) “Reversibilità ha come tema l’esperienza dei livelli di realtà che trascendono la vita privata”.  Il Luperini interpreta questa poesia come segno del rovesciamento della situazione privata in pubblica. Ciò che è biologico, naturale, immutabile, il desiderio, il vitale materiale “diventa simbolo, figura e voce della storia (…) Il biologico si esprime attraverso lo storico, e lo storico attraverso il biologico. (…) L’educazione insegna la reversibilità delle distanze e delle differenze nel tempo e nello spazio, e dunque un nuovo senso di cittadinanza ed etica planetaria, la possibilità di un nuovo patto fra generazioni e fra popoli.” E il messaggio della poesia di Fortini sarebbe: “(…) L’attività intellettuale che cerca un senso non solo individuale ma pubblico è l’unica risposta laica possibile al nulla della morte e alla ripetitività dei cicli biologici.”  Tali considerazioni sembrano chiarire meglio il senso degli ultimi versi “Traducendo Brecht (…) La Natura / per imitare le battaglie è troppo debole. La poesia / non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi”, come diversi altri passi dell’opera poetica di Fortini. Spiegherebbero, inoltre, la sua estraneità alle principali tendenze della poesia del novecento, e alla lingua che le è propria, la lirica, per una poesia modernamente “civile”, intesa come smascheramento dei pregiudizi e delle idee consolidate, attraverso un linguaggio poetico semplice, pregno di valori sedimentati dal tempo e dalla storia. Più esplicite, inoltre, le radici profonde della poetica del Fortini e della sua visione del tempo storico, come l’alternarsi, il fondersi delle “durate”: quella lunghissima del tempo della natura, la breve durata della vita dell’uomo, quella brevissima della guerra, impersonate di volta in volta da figure e personaggi simbolici.  Il Lenzini utilizza la parola “trasformazione”, per indicare la, morfologia più intima della poesia di Fortini, la ricchezza di allegorie, metafore, parabole, di provenienza biblica. Queste costituirebbero, appunto, strumenti espressivi “al fine della trasformazione, a indicare un oltre visibile soltanto attraverso il cambiamento che può avvenire in interiore homine ma di lì farsi plurale”, persino istituire una nuova comunità.. Qui -non prima né dopo- il messaggio incrocia la novità più sovversiva del Cristianesimo…” quell’analogia di cui parlava Vincenzo Mengaldo, tra “attesa ebraico-cristiana della liberazione e “utopia” del socialismo. Qualcosa che viene da molto lontano e che affonda le sue radici nel mito “morte e resurrezione”. Nei versi, come un rivolo sotterraneo; scorre un senso di isolamento, di estraneità dell’io, la mancanza di sintonia con gli “altri”, il distacco tra esistenze distinte, ma fraterne: Esemplari i rapporti difficili con gli amici: “Gli amici non riconoscono” – “Solo sei, dormono spenti/ o disperati gli amici”- “Ho scritto alcune lettere ad amici / che non mi perdonano e che non perdono” – “ Che cosa importa se non mi vogliono bene /se vanno lontano da me / L’amicizia è di un altro tempo” – e così via.  Se il tema dell’isolamento, dell’esilio e dell’estraneità, segna il tempo presente, non può essere disgiunto da quello della speranza: solo all’apice della desolazione e della disperazione, al di là del “morire al presente” (è il messaggio ai giovani), subentra la conversione, la possibilità di un futuro diverso. Al di là dall’incubo della storia, si affaccia l’annunzio di un risveglio -“A voi il fuoco felice e il vino fraterno / a me la speranza acuta dentro la notte”. Da destra, sulla base di ideali di poesia “pura”, la poesia di Fortini veniva considerata “gravata da un eccesso di contenuti <<pratici>>, impoetici o extrapoetici.” E da sinistra, “espressione non superata di intellettuale “borghese”, arretrata rispetto alle posizioni ideologiche. In effetti, in contrasto con le tendenze del marxismo ufficiale, Fortini aveva spostata l’attenzione dai contenuti della poesia alla sua forma classica, argomentativa e allegorica, narrativa e pedagogica, adeguata alla funzione modernamente “civile” di smascheramento dei pregiudizi. Riteneva la poesia ambivalente: come “valore” e “disvalore” allo stesso tempo, profetica di emancipazione e liberazione o sigillo di un potere tramandato da “una casta di mandarini”. Di qui il rifiuto delle “sette letterarie”, e di qualsivoglia “religione della poesia”. La stessa funzione critica veniva intesa come mediazione fra il “senso dell’opera e quella del mondo che la circonda”; il significato e il valore della produzione artistica determinati dalla lettura; cioè, dal processo trasmissione-ricezione, quindi, dal pubblico. Quando, il Fortini, comincia a dubitare della razionalità storica, (già in “Poesia ed errore” ,1957), (“Una volta per sempre”,1962), “del materialismo sopravvive il versante del fondo enigmatico dell’esistenza, il senso tragico della storia. Allora “la poetica dell’esemplarità allegorica” si affievolisce, il simbolismo, assimilabile all’allegoria, carica la realtà oggettiva di ulteriori significati e valori; la dialettica delle contrapposizioni emerge, sprigionando energia emotiva: “essi” e “noi”, “quelli” e “tu”, il mondo dei giovani e quello dei vecchi, presente e futuro, natura idilliaca e natura tecnologica. Una contrapposizione diffusa nelle diverse composizioni e che si riscontra anche nel loro ordinamento e nella varietà delle forme espressive: dall’inno alla concisione dell’epigramma, dal messaggio politico al commento letterario, dalla lirica alla prosa, piegando e inquadrando elementi emotivi e parziali in contesti più ampi, in totalità. Motivi ispiratori e forme espressive che caratterizzano le successive raccolte: “Questo Muro” (1962/72) , “Paesaggio con serpente (1973/83). Una raccolta ogni dieci anni: dei “Dieci Inverni”.  Quanto precedentemente argomentato, spiega anche il titolo dell’ultima raccolta delle poesie (febbraio 1994) “Composita solvantur” “si dissolva – spiegano le Note, in margine a “sopra questa pietra -. quanto è composto, il disordine succeda all’ordine (ma anche, com’era nel vetusto precetto alchemico, si dia l’inverso>>. Elementi autobiografici e l’attenzione per le piccole esistenze caratterizzano anche l’ultima raccolta. In riferimento a questi aspetti, scriveva V. Mengaldo, “ E’ vero che ora le piccole esistenze proclamano l’assenza della verità, forse della Vita, o più in concreto segnalano il ritrarsi nel privato di chi non può più agire nel politico dalle posizioni fortiniane. Ma nello stesso tempo quelle piccole esistenze sono assunte in quanto capaci di contenere allegorie e di protendersi al futuro, e la condizione che così si delinea nel soggetto non è di mancanza, ma molto evidentemente di attenzione e attesa. (…) Come Fortini ha sempre inteso, la biografia personale allude cripticamente alla storia” (L’Unità 28 marzo 1994). La poesia del Fortini è dunque tutta da riscoprire anche alla luce della ricca produzione critico-letteraria, nella cornice storica del novecento e della globalizzazione del nostro tempo.

Donato Antonio Barbarito

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1 commento
  1. ERRATA CORRIGE

    “in sintesi le interpretazioni di Guido Mazzoni e Romano Luporini ”

    “Il Luporini interpreta questa poesia come segno del rovesciamento della situazione privata in pubblica.”

    Saranno scherzi del correttore automatico, ma il critico in questione si chiama Romano Luperini.

    Cesare Luporini fu invece un filosofo.

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