Cinque poesie di Lorenzo Poggi da “Versi cor(ro)sivi”, Edizioni Progetto Cultura – 2015

versi-corrosiviPoggi dunque osserva e vive il proprio tempo colto spesso con toni da stralunato trovatore I giochi son fatti da tempo./ son rimasti scampi di riflessioni/ postdatati da mandare all’incasso./ Son rimasti cassetti di scorie/ da smaltire gli eredi. /… La saggezza su una sedia di paglia/ non sente stagioni, non corre col vento. S’accontenta del proprio vissuto/ prendendone spunto/ per dare lezioni a chi non ascolta. Anche in questa sua seconda raccolta, coraggiosa sin dall’impertinenza grafica del titolo, Versi cor(ro)sivi, dopo l’ampia silloge Mentre cammino ( Tracce, 2014, prefazione di Plinio Perilli) in Poggi si conferma la vena di una poesia onesta di un trovatore della realtà, che è forte in quanto specchio di un tempus edax. E in questi fremiti Poggi si riallaccia alla tradizione di una vis satirica graffiante, talora epigrammatica, scorpionica intelligenza e illuminazione che, dalla poesia classica arriva sino ai grandi maudits della modernità, Baudelaire, Verlaine e Rimbaud, per limitarci alla Francia.

dalla prefazione di Paolo Carlucci

 

Imprevisti

Non sono certo di possedere il mondo.
Mille stanze oscure dileguano nel buio.
Sto ascoltando un flauto traverso
disegnare ghirigori nell’aria
e impantanarsi in archetipi d’altri tempi.
Ho disegnato un tabu a tortiglione
come panna da spander nei fossi
e salire d’un tono dal fango
rappreso in un cuore di ghiaccio.
Mi sono preso la briga di tendere trappole
a vecchi castori e lontre spelacchiate
pur di viver storie raccontate
davanti al fuoco, d’inverno.
Fuori, c’è il tasso che bussa alla porta.

 

Impantanato

Poi…
Ho contato i solchi
e quanto mancasse alla fine del campo.
Non sono più uscito di senno
bestemmiando e gridando
la fatica di vivere,
ma solo non è facile farsi sentire.
Adesso, impantanato nel fango,
mi fermo a pensare come fosse un deserto
di rose di vento e destini fissati.
Mi sento una statua del giardino del mondo
e penso, ridendomi dentro,
allo spaventapasseri nel sole d’estate.
Manca solo la paglia.

 

Siamo a tavola a mangiarci la coda

L’urlo lacerante del vento ringhioso
nelle tapparelle della coscienza
rende grigie le notti
ed occhi spalancati nell’oscurità.
Ci giriamo in tondo guardando per terra
– per alzare gli occhi serve un perdono –
scrivendo anagrammi al posto del vero
e cerchi concentrici dentro al solito lago.
Domande inchiodate su croci di legno
e bocche sbavate da false risposte
non incidono marmi di assolute realtà.
Siamo a tavola a mangiarci la coda,
a foderare d’incenso trapunto
le pareti della meschinità.

 

Non so perché …

Mi piacerebbe saper scrivere
ma non so neppure leggere.
Mi piacerebbe gustare cascate
col fermo immagine.
Mi piacerebbe alzare la testa
e guardare alla pari.
Mi piacerebbe saper cantare
per non impegnarmi in spiegazioni.
Mi piacerebbe sciogliere in versi
tutto il mio pianto.

Vedo…
Cattedrali camaleontiche
dove non c’è posto per i fedeli.
Autostrade sospese nel vuoto
senza cinture.
Grattacieli da cinquecento piani
solcare mari gaudenti.
Abolire i cimiteri come bestemmie.
Gioire della libertà di legarsi.
Incastrare in un poster
il re della giungla.
Vivere a spasso della ragione.

 

Sogni d’estate

Sale un sottofondo dal mare,
sa di sale e di ali di cielo,
imprigionato sul bagnasciuga
ripete i cori sentiti su spiagge lontane
durante la notte, con i falò.

Sabbie danzanti riflesse
in lumi di cera complici illustri
di corpi avvinghiati
sparpagliati tra prati di palme
e baci ridati in attesa dell’alba.

Lorenzo Poggi

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