Cinque poesie di Angela Greco da “PERSONALE EDEN”, La Vita Felice – 2015

copertina Personale EdenUna fusione, un intreccio intimo nella dimensione metafisica e poi cosmica, in cui la forza formidabile dell’ispirazione e dell’attitudine
al prodigio è la disponibilità all’altro, con richiami interni che sembrano accorati appelli, preghiere, dialoghi autoanalitici con un mondo maschile che spazia in una vastità indifferenziata di esistenze. L’escalation della variazione tonale del sentimento, e dell’intrigo della storia d’amore, si attua come una condanna o una disgiunzione nelle tre parti della raccolta: gli esseri che amano possono trovarsi
nella condizione dell’accoglimento, nella funzione coagulante e materica della passione, o del rifiuto.

dalla prefazione di Rita Pacilio

 

c’è una strada che collega due attimi dai nostri nomi
materia inattesa che si dissipa ad un sorriso
distratto e malizioso questo battito di ciglia
differenza tra quotidiano e desiderio da attraversare
tra il bianco e il nero sfumati fino all’opera d’arte
ti guardo muovere il microcosmo senza regole sul tavolo
nasceranno nuovi silenzi e ritratti fermi tra le stelle
e dalla finestra tolgo limite allo sguardo profanando il cielo
sei tu stesso a crearmi figura fuori come fossi pelle
mentre sulla discesa ripida tra le ali catturo un bacio lento
e come faccio a dire della goccia che scivola alla tua voce
della capriola dello stomaco quando aspetto la luce e te?
ho dita tremanti che segnano un profilo nelle ore
[d’impazienza
e sembra rallentare il creato se non arrivi a segnarne il passo
ascolto sul petto sciorinando stupore al sole della tua schiena
e richiamo meraviglia oltre e più che le tue mani creatrici
ho un sospetto di sentimento che s’accorda al tuo nome
e vocali e voragini aperte nell’attesa di averti addosso
in questo momento sfuggito al caos di astri avanzati
trapiantati in tessuti sanguinanti affinché fioriscano aurore

*

raccontami la periferia delle tue mani
quando incontrano nude il nodo dell’universo
e risvegliano il senso d’essere donna e tua
segna a dito ogni confine e oltrepassalo
col tuo sapore poi sconfiggimi senza altra parola
che non siano nome e sorriso tuoi e ferma il corpo
contro me / seno di latte dalle vie colme d’azzurro
ti lascio scorrere caldo in questa terra bianca
come la prima stagione buona
in fioritura anticipata ad un respiro
nudi piegammo la schiena voltandola d’incanto
e tolsi fiato all’erba serrandola tra dita voraci
fino a diventare noi stessi il paradiso perduto
e questa volta fu il creato a chiedere di entrare
in noi
dalle tue natiche ai miei fianchi larghi d’attesa
bastò una voce e fummo ancora e nuovi

*

riprendimi esattamente da questo punto
quello in cui coloravamo il ritrovarci stretti
precisi nello sbottonare voglia e labbra:
tra le tue dita il mio dettaglio nascosto alza la voce
e fughiamo chiaroscuri di silenzi ormai altrove da qui
ché sappiamo adesso dove posare l’istinto incrollabile
ad afferrare e restituire duplicate ipotesi di paradiso:
ritrovami ancora umida meraviglia
che ho atteso leccando una ad una piaghe d’assenza
mancanza oggi risolta dalla conoscenza delle tue rughe
varchi di tempo narrato ai miei occhi e sapienza
di sapermi nell’intimo di un ancoradadire:
siamo distanti solo un bacio non di più
e questa attesa è solo il nostro abbraccio più lungo

*

nella cicatrice del giorno segno il tuo petto a passi di danza
sottile ci lega un’impazienza d’arrivare a sfiorare quella spina
che senza pudore preme a segnare di straordinario quest’ora
nel solonostro che ci invita ritroviamo carezze sospese
nella mezz’aria che sempre manca al saperci insieme
e confondendo baci a poche lettere riconosco il tuo sapore
d’immenso e d’albero fronde al vento dove riparare il battito:
sciolgo inattesa lode e tu raccogli trasparente silenzio
dalle labbra che nella tua direzione invocano mezzogiorno
e ad ombra zero penetra nell’ancora – ancora – da dire:
sosteniamo fieri lontananza fino al ritrovarci
ché nemmeno una sfumatura ci allontana dall’iride
custode preziosa di tutti gli argomenti possibili
sei tu il mio preferito
scrivendomi dentro percorsi d’azzurri insperati
oggi finalmente ha smesso di piovere
allacciando pensieri e gambe in questo letto

*

m’hai accarezzata a filo di voce o scrittura è uguale
hai acceso il brivido che si riconosce alla schiusa
nel frantumare istintivo il velo che ostacola vita
penetrando raggio incisivo di risurrezione
nel cavo d’un luogo troppo buio per vedere mattino:
caldo mi hai così avvinta fino alla resa in stelle
a trapuntare amplessi in universi ricreati
fragili per il troppo peso dell’ordinario sognare
ma necessari a chiamarci per nome o per mano:
il dettaglio della tua schiena mi stordisce
curva ad Oriente giorno in rinascita
ed io ultimo astro ne colgo il richiamo
nel sottoventre insperato dove nidificano silenzi
pas de deux le tue vertebre in arcuato canto
sospirano che t’avvolga di me oltre ragione

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6 commenti
  1. Uno dei primi libretti del mio vecchio amico Stelio Carnevali s’intitolava “Poesia come pane”, poesia come primo nutrimento del corpo, simbolicamente da condividere ogni giorno con chi ci è vicino. “Carmina non dant panem”? Eppure i “carmina” sono il pane, tanto per il corpo quanto per lo spirito. Ed è una gioia potersene cibare, come ora qui. Quando si hanno dei versi di ampio respiro, il cui dettato, solo in apparenza semplice, attinge a una materia primigenia come l’Eros, mantenendosi tuttavia entro un ambito sacrale, elevato, che ne vivifica – ampliandoli – tutti i significati. Un far poesia, quello di Angela Greco, che pur non volendo evitare il sentimento, non vi indugia mai. Né rischia mai di scivolare nel sentimentalismo. A giusta ragione queste poesie possono (pur essendone assai lontane in moltissimi sensi) paragonarsi al “Cantico dei cantici”. Ma solo perché il mestiere del critico impone di tentare tutti i possibili confronti con ciò che ci precede. Scrivere e descrivere – precisandone la singolarità di ogni “momento” – questo “Personale Eden”, era a priori per la nostra Autrice operazione in sé assai rischiosa, ma non certo azzardata. E non le sono mancati né il coraggio né la straordinarietà del risultato.

  2. Non è affatto facile questo genere di poesia, spesso scade nella noia e nel trito ritrito, finalmente un’autrice capace e originale, i miei più vivi complimenti andrò a cercarmi il libro

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