Albino Pierro, di Giovanni Caserta

albino_pierroIl “caso” letterario di Albino Pierro meriterebbe di essere attentamente analizzato e meglio rivisitato. E’ notevole il fatto che egli sia molto ben conosciuto negli ambienti dotti e accademici, all’interno dei quali. ancorché ristretti, godette di molto favore. A livello, per dir così, di pubblico comune, invece, il suo nome è poco conosciuto, fuor che nel paese natale, dove la sua fama è tenuta desta da frequenti iniziative, sia pur sempre circoscritte e non sempre ben finalizzate. Per una serie di circostanze accadde che il suo nome circolasse per un eventuale premio Nobel per la letteratura; ma ciò destò non poco disappunto e polemiche all’interno dell’ambiente letterario nazionale, che riteneva che ad altri dovesse andare simile riconoscimento. Altro dato straordinario, infine, è che egli sia, di fatto, un poeta di qualità tutta aristocratica, a dispetto del fatto che scriva in dialetto e parli quasi sempre e solo di Tursi, suo paese natale. Per meglio capire tante contraddizioni e aporie, forse non è inutile ricordare che la Lucania Basilicata fu una scoperta tardiva dello stesso poeta che, nato a Tursi il 19 novembre 1916, visse la sua formazione fra diverse città del Nord e del Centro, fin quando si stabilì a Roma, dove si svolse grandissima parte della sua vita. Cominciò poetando in lingua italiana e cantando, con qualche ricalco letterario, la sua solitudine e malinconia. Primo prodotto di questo suo atteggiamento fu il volume Liriche, uscito nel 1946. Il mondo lirico italiano era allora tutto dominato dalla terna Montale-Ungaretti-Quasimodo, poeti “laureati” e applauditi. C’era poco spazio per una voce nuova e diversa. Forse fu anche per questo che, nel 1960, di ritorno da Tursi, Albino Pierro fece la scelta, ardita e provocatoria, di assumere a strumento di espressione una “lingua” assolutamente sconosciuta e inedita, cioè il dialetto tursitano, affatto incomprensibile a chi non era tursitano, e anzi, nella forma data da Pierro, a gran parte degli stessi tursitani. Si trattava, a tutti gli effetti, di una scelta di tipo sperimentale, perché, rispetto ai poeti “sperimentali”, identica era l’aspirazione a puntare ogni sforzo sulla forma, attentamente studiata ed elaborata, esattamente come accade in una qualsiasi officina o laboratorio. La poesia diventava ricerca. Pierro, in tal modo, si poneva in sintonia con i tempi e con quella esperienza poetica maturata, in quei mesi, con il “Gruppo ‘63”. Che si trattasse di sperimentazione pura in una lingua tutta diversa, lo diceva l’esigenza di affiancare al testo dialettale la traduzione in lingua italiana, spesso curata dallo stesso Pierro; e lo dimostrava il fatto che di quella poesia si occupava prevalentemente, se non esclusivamente, la critica di orientamento filologico, strutturalista o formalista che dir si voglia, auspice e sacerdote Gianfranco Contini, sul cui giudizio, via via, si allineavano tutti gli altri. Tema costante, intorno a cui quelle poesie giravano, era quello del villaggio-infanzia, contrapposto a quello della civiltà e della città, della ragione e della coscienza. In tale contrapposizione, però, il paese non era quello di Pavese, o Quasimodo, e nemmeno quello di Sinisgalli e Rocco Scotellaro. A Pierro mancava una approfondita e originale “filosofia” della vita, e mancava una ideologia politico-sociale. La sua attenzione era tutta concentrata sulla straordinarietà del dialetto, del quale sapeva che incuriosiva l’intelligenza e faceva della sua poesia un prodotto assolutamente inedito, e quindi degno di attenzione e studio nel circolo dei critici. Perciò non andò, quanto ai contenuti, oltre la rappresentazione impressionistica o espressionistica di Tursi, che era ridotto a “terra del ricordo”, ovvero a nomenclatura di molteplici episodi i più diversi, i più curiosi ed estranei ai più. Vi comparivano, indifferentemente, l’asino e il porco, gli ubriachi e gli innamorati, il palazzo baronale e la Rabatana, il prete e la vecchia infagottata, la fontanella e il passerotto, il matrimonio e il funerale, tutti colti nella loro esteriorità di epifenomeni. Tursi, per dirla con altre parole, perdeva ogni carattere emblematico e totalitario, di cui si cogliessero l’anima e il respiro, perché si riduceva a tanti slegati particolari, annotati in una successione che aveva più della prosa che della poesia. Tutto questo si poteva cogliere solo attraverso la traduzione in lingua, che era strumento indispensabile per capire. E poiché per quella via il discorso poteva farsi infinito, la produzione di Albino Pierro fu quasi inesauribile. E’ un altro dato su cui conviene riflettere. Forse, insomma, c’è materia sufficiente per tornare indietro e cercare la parte migliore di Pierro proprio in quella poesia in lingua, che troppo presto egli aveva deciso di abbandonare.
Sue raccolte poetiche principali sono: Liriche (1946), Nuove liriche (1949), Mia madre passava (1956), Il transito del vento (1957), Poesie (1958), Il mio villaggio (1959), Agavi e sassi (1960), ‘A terra d’u ricorde (1960), Metaponte (1963), I’nnammurète (1963), ‘Nd’ u piccicarelle di Turse (1967), Eccò a morte? (1969), Famme dorme (1971), Nu belle fatte (1975), Com’aggi’ a fé (1977), Ci ué a turné (1982), Si po’ nu iurne (1983), Poesie tursitane (1985), Tante ca pàrete notte (1986), Nun c’è pizze di munne (1992).
Albino Pierro morì a Roma nel marzo del 1995.

Coerentemente con tale impostazione critica, proponiamo due liriche, nate in lingua italiana, e una lirica scritta in dialetto, che, però, diamo nella traduzione italiana proposta, a piè di pagina, dallo stesso Pierro.

Giovanni Caserta

O Cristo

Il mio perenne vortice d’angoscia
tramutami in un lago tranquillo,
Cristo;
e fammi vivere come
nei limpidi e taciti fiumi
la bianca immobile pietra.

Morire al canto dei grilli

Rivedo il torrente asciutto del mio paese
con quelle pietre così bianche e così grandi,
con quelle colline così scarne
più del dolore odiato dagli uomini,
e quelle canne una qua una là
sotto i ponti diruti
sorpresi dalla luna che sbucava da un crepaccio,
cuore della terra divenuta cadavere.
Oh, morire al canto dei grilli in una sera d’estate
impercettibile filo di luna fra le colline azzurre del mio paese.

Nella terrazza

Le sere d’estate
se prendevamo il fresco
in terrazza e udivamo gemere una civetta
io, per dimenticarmene,
la chitarra afferravo
e forte la suonavo
con gli occhi fra le stelle.
Ma poi se mi stringeva,
fredda, una fune al collo,
e a stratte me lo faceva
piegare più volte il capo,
dapprima io mi ghiacciavo
e poi, come un fischio,
nella rabbia di un vento
mi volevo nascondere.
Solo se poi veniva
a bussare una donna
e ci portava i fichi
dentro ad una cesta
mandavo a farsi fottere
freddo chitarre e funi
ed anche quel cielo
sempre pieno di stelle.

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1 commento
  1. Sottoscrivo l’invito, formulato da Giovanni Caserta, a ritornare sulla poesia di Albino Pierro. Scelgo proprio la parola “ritorno” e non “revisione”, ché a me pare che l’animosità della querelle Nobel abbia nuociuto nel passato, come ben evidenzia Caserta, alla serenità nella formulazione del giudizio critico, oscillante tra gli estremi del visibilio e della stroncatura. Ritorno significa per me anche analisi delle traduzioni – tra le prime e le più importanti quelle in lingua olandese e in lingua tedesca – della poesia di Albino Pierro.

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