Rispolverare i classici: tre sonetti di William Shakespeare , a cura di Maria Grazia Di Biagio

william-shakespeareWilliam Shakespeare nacque a Stratford -upon -Avon nell’ aprile del 1564, da Mary Arden, discendente da un’antica famiglia di possidenti, e John Shakespeare, appartenente alla corporazione dei pellai e guantai di Stratford. Dei primi anni della vita di William, terzogenito di otto figli, si sa molto poco. Appena diciottenne sposò Anne Hathaway, figlia di coltivatori, di otto anni più anziana di lui e a ventuno anni era già padre di tre figli, inoltre, a causa del dissesto finanziario di suo padre, ebbe la responsabilità di provvedere al sostentamento di quattro fratelli più giovani. Faceva parte dell’importante compagnia dei Chamberlain’s Men, che godrà di ininterrotto favore nella Corte elisabettiana prendendo, sotto Giacomo I, il nome di King’s Men. Nel 1592 era già conosciuto come autore di teatro e fra il 1594 e il 1595 vennero rappresentati almeno quattro suoi drammi. Delle sue opere ci sono pervenuti 37 testi teatrali, 154 sonetti e una serie di altri poemi. Benché la sua attività letteraria sia stata prevalentemente di drammaturgo, sono in molti a pensare che siano i suoi sonetti a rivelarci di più sullo Shakespeare uomo e sulle sue passioni. Sono stati fatti non pochi tentativi di interpretazione, sin dalla dedica sibillina che l’editore appose alla prima stampa nel 1609, a un misterioso Mr. W. H. definito “The only begetter of these insuing sonnets” (L’unico ispiratore di questi seguenti sonetti). Tutte le ricerche sulle quali i critici si sono affannati, non hanno portato, però, a grandi rivelazioni sulla vita privata del poeta. In fin dei conti, poco importa sapere se e quale titolo di studi abbia conseguito o a quali mestieri si sia dovuto adattare in gioventù per far fronte ai problemi economici, non importa neppure se sia davvero venuto in Italia o, come alcuni pensano, l’abbia conosciuta solo attraverso i racconti dei mercanti italiani a Londra. Tutto quello che occorre sapere di lui è nella sua opera che, secondo David Daiches, non solo lo conferma il più grande poeta drammatico del teatro europeo ma ci pone anche “di fronte a uno straordinario insieme di qualità” umane e letterarie: Profondo conoscitore dei sentimenti , degli abissi e delle contraddizioni dell’animo umano, Shakespeare incarna l’ideale dell’artista per eccellenza descritto da J. Joice nel Dedalus, “come il Dio della creazione, che è dentro, o fuori, o al di là o al di sopra della sua opera, invisibile, talmente libero da scorie e impurità da riuscire impalpabile, chiuso nella sua indifferenza, intento a tagliarsi le unghie”. Morì il 23 aprile 1616. Il suo corpo è sepolto nella chiesa di Stratford.

Propongo, per un doppio godimento nella lettura, tre sonetti tradotti da tre grandi della poesia italiana, il Sonetto 2, tradotto da Sanguineti, appartenente al gruppo di primi 18 detti “matrimoniali”, che invitano al matrimonio e alla procreazione come tensione all’immortalità; il Sonetto 33, proposto nella duplice interpretazione di Ungaretti e Montale, avente per tema l’amore che sopravvive al tormento e all’assenza; il Sonetto 53 su cui è sempre aperto il dibattito se sia da considerare di ispirazione omosessuale o riferito al concetto di amore platonico, molto diffuso nel Rinascimento. Qui Montale riporta al femminile il genere della seconda persona singolare, ambiguo nel testo inglese.

Maria Grazia Di Biagio

 

 

SONNET 2

When forty winters shall besiege thy brow,
And dig deep trenches in thy beauty’s field,
Thy youth’s proud livery, so gazed on now,
Will be a tattered weed of small worth held:
Then being asked where all thy beauty lies,
Where all the treasure of thy lusty days,
To say within thine own deep-sunken eyes
Were an all-eating shame and thriftless praise.
How much more praise deserved thy beauty’s use,
If thou couldst answer “This fair child of mine
Shall sum my count and make my old excuse”,
Proving his beauty by succession thine.
This were to be new made when thou art old,
And see thy blood warm when thou feel’st it cold.

 

 

SONETTO 2

 

Quando quaranta inverni assedieranno la tua fronte,
e scaveranno profonde trincee nel campo della tua bellezza,
la superba veste della tua giovane età, tanto ammirata adesso,
sarà un abito logoro, privato di ogni pregio:
se ti fosse richiesto dove sta tutta la tua bellezza,
dove tutto il tesoro dei tuoi giorni luminosi,
rispondere che riposa nei tuoi occhi infossati
sarebbe una rimordente vergogna e uno sconveniente encomio:
quanto maggiore encomio meriterebbe l’uso della tua bellezza,
se tu potessi dire: – questo mio figlio grazioso
potrà saldare il mio conto e giustificare la mia vecchiaia –
comprovando che, per successione, la sua bellezza è la tua:
questo sarebbe essere fatto nuovo, quando tu sarai vecchio,
e vederlo caldo, il tuo sangue, quando già lo sentirai freddo.

 

Trad. di Edoardo Sanguineti, Quaderno di traduzioni (2006)

 

SONNET 33

 

Full many a glorious morning have I seen
Flatter the mountains-tops with sovereign eye,
Kissing with golden face the meadows green,
Gilding pale streams with heavenly alchemy,
Anon permit the basest clouds to ride
With ugly rack on his celestial face,
And from the forlorn world his visage hide,
Stealing unseen to west with this disgrace.
Even so my sun one early morn did shine
With all-triumphant splendour on my brow;
But out, alack! he was but one hour mine,
The region cloud hath masked him from me now.
Yet him for this my love no whit disdaineth;
Suns of the world may stain when heanven‘s sun staineth.

 

 

SONETTO 33

 

Ho veduto più dʼun mattino in gloria
Con lo sguardo sovrano le vette lusingare,
Baciare dʼaureo viso i verdi prati,
Con alchimia di paradiso tingere i rivi pallidi,
E poi a vili nuvole permettere
Di fluttuargli sul celestiale volto
Con osceni fumi sottraendolo allʼuniverso orbato
Mentre verso ponente non visto scompariva, con la sua disgrazia.
Uguale lʼastro mio brillò di primo giorno
Trionfando splendido sulla mia fronte;
E dell’umano clima nubi già l’hanno a me mascherato.
Non lʼha in disdegno tuttavia il mio amore:
Astri terreni possono macchiarsi se il sole del cielo si macchia.

 

Trad. di Giuseppe Ungaretti, 40 sonetti di Shakespeare, Milano, Mondadori, 1946

 

 

SONETTO 33

 

Spesso, a lusingar vette, vidi splendere
sovranamente lʼocchio del mattino,
e baciar dʼoro verdi prati, accendere
pallidi rivi dʼalchimie divine.
Poi vili fumi alzarsi, intorbidata
dʼun tratto quella celestiale fronte,
e fuggendo a occidente il desolato
mondo, lʼastro celare il viso e l’onta.
Anchʼio sul far del giorno ebbi il mio sole
e il suo trionfo mi brillò sul ciglio:
ma, ahimé, poté restarvi unʼora sola,
rapito dalle nubi in cui sʼimpiglia.
Pur non ne ho sdegno: bene può un terrestre
sole abbuiarsi, se è così il celeste.

 

Trad. di Eugenio Montale, Quaderno di traduzioni, Milano, Edizioni della Meridiana, 1948

 

SONNET 53

 

What is your substance, where of are you made,
That millions of strange shadows on you tend?
Since every one hath, every one, one shade,
And you, but one, can every shadow lend.
Describe Adonis, and the counterfeit
Is poorly imitated after you.
On Helen’s cheek all are of beauty set,
And you in Grecian tires are painted new.
Speak of the spring and foison of the year,
The one doth shadow of your beauty show,
The other as your bounty doth appear,
And you in every blessèd shape we know.
In all external grace you have some part,
But you like none, none you, for constant heart.

 

 

SONETTO 53

 

Quale è mai la tua sostanza, di cosa sei fatta
Se a milioni, timide, le ombre dipendono da te?
Non ha ognuno se non un’ombra sola,
Eppure tu, una, puoi prestarti ad ogni ombra.
Adone ti descrive, e quell’immagine
Non sarà che di te povera imitazione;
Si ponga sulla gota d’Elena ogni arte di bellezza,
E in greci vezzi nuovamente dipinta, tu ci apparirai:
Si parli della primavera e dell’abbondanza dell’anno,
L’una non sarà che il riflesso della tua bellezza,
Alla tua bontà somiglia l’altra;
E in tutte le forme felici, noi sempre ti riconosciamo.
Tu in ogni esterna grazia hai parte,
Ma a nessuno somigli, né a te nessuno, per costante cuore.

 

Trad. di Eugenio Montale, Quaderno di traduzioni, Milano, Edizioni della Meridiana, 1948.

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