Rispolverare i classici: tre poesie di Giosuè Carducci

a_2_01Giosuè Carducci nacque a Val di Castello, nella Versilia, il 27 luglio 1835 da Michele Carducci, medico condotto, e da Ildegonda Celli. Antiromantico, fondò in gioventù il periodico intitolato Il Poliziano col gruppo degli Amici pedanti  (Giuseppe Chiarini, T. Gargani, O. Targioni Tozzetti), col proposito di reagire al romanticismo languido e sentimentale. In realtà, pervenuto, dopo la polemica giacobina e repubblicana, alla più serena poesia della natura e della storia, fu il continuatore del Romanticismo nella sua tendenza realistica, offrendo lo spunto, coi suoi motivi naturalistici e panici, alla poesia successiva di Pascoli e D’Annunzio. La sua produzione poetica si svolse tra il 1850 e il 1900 e fu dallo stesso autore riunita quasi per intero in un volume, costituito da sei raccolte: Juvenilia (1856-1860); Levia Gravia (1861-1871); Giambi ed Epodi (1867-1879); Rime Nuove (1861-1887); Odi Barbare (1877-1889); Rime e ritmi (1890-1897). Nei sei libri di Juvenilia il poeta che si definisce “scudiero dei classici” trova conforto nelle glorie del passato. Canta Vittorio Emanuele, incita, ammonisce in versi pieni di reminiscenze classiche; da Omero a Leopardi, dall’ Alfieri al Foscolo, dal dolce stil novo al Petrarca. In Giambi ed Epodi lo stile è più vivace, aggressivo, con toni ironici e sarcastici. Deriva le forme da Giovenale e da Orazio, ma anche dai francesi Hugo e Heine. Influssi della lirica francese, tedesca e inglese li troviamo nell’opera sua matura Rime Nuove. Qui il poeta canta i fasti della rima e del sonetto, finge colloqui con Omero, Virgilio, Dante, Petrarca. Dipinge coi versi la tranquilla e potente immagine del Bove, rappresenta le stagioni, espone il dolore atroce per la morte del figlio, rimpiange la giovinezza. Nelle Odi Barbare riproduce il ritmo della poesia classica secondo gli accenti tonici delle parole, con totale trascuranza delle norme prosodiche e metriche degli antichi, usa versi italiani distribuiti in strofe, dalle quali è esclusa la rima. I metri Barbari usati dal Carducci sono: l’esametro dattilico, il distico elegiaco, la strofa saffica la strofa alcaica, la strofa asclepiadea. Come critico, animò il metodo storico-positivistico col senso vivo dell’arte, e, come docente di letteratura italiana all’Università di Bologna, esercitò un vasto influsso sulle giovani generazioni. Gli fu assegnato il premio Nobel nel 1906, primo fra gli scrittori italiani. Morì a Bologna nella notte tra il 15 e il 16 febbraio del 1907.

 

PRIMAVERA CLASSICA 

 

Da i verdi umidi margini
La violetta odora,
Il mandorlo s’infiora,
Trillan gli augelli a vol.

Fresco ed azzurro l’aere
Sorride in tutti i seni:
Io chiedo a’ tuoi sereni
Occhi un piú caro sol.

Che importa a me de gli aliti
Di mammola non tócca?
Ne la tua dolce bocca
Freme un piú vivo fior.

Che importa a me del garrulo
Di fronde e augei concento?
Oh che divino accento
Ha su’ tuoi labbri amor!

Auliscan pur le rosee
Chiome de gli arboscelli:
L’onda de’ tuoi capelli,
Cara, disciogli tu.

M’asconda ella gl’inanimi
Fiori del giovin anno:
Essi ritorneranno.
Tu non ritorni piú.

 

PRELUDIO 

 

Odio l’usata poesia: concede
comoda al vulgo i flosci fianchi e senza
palpiti sotto i consueti amplessi
stendesi e dorme.

A me la strofe vigile, balzante
co ‘l plauso e ‘l piede ritmico ne’ cori:
per l’ala a volo io còlgola, si volge
ella e repugna.

Tal fra le strette d’amator silvano
torcesi un’evia su ‘l nevoso Edone:
piú belli i vezzi del fiorente petto
saltan compressi,

e baci e strilli su l’accesa bocca
mesconsi: ride la marmorea fronte
al sole, effuse in lunga onda le chiome
fremono a’ venti.

 

PIANTO ANTICO

 

L’albero a cui tendevi
la pargoletta mano,
il verde melograno
da’ bei vermigli fior,

nel muto orto solingo
rinverdì tutto or ora,
e giugno lo ristora
di luce e di calor.

Tu fior de la mia pianta
percossa e inaridita,
tu de l’inutil vita
estremo unico fior,

sei ne la terra fredda,
sei ne la terra negra;
né il sol piú ti rallegra
né ti risveglia amor.

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