Tre poesie di Ennio Abate

 

1991 Donna smarrita  lug 1991

NANNÌNE. RELIQUARIO MATERNO

Figlie, hai raggione.
Nì ncoppa spiaggia
vicin’o mare,
nì dint’o giardine
chine r’ombre addurose
e soreme Assuntine;
e manche dint’a stanze e liette
cue mobile e mogane,
ca me facette frateme Vicienze
o falegname,
me putive purtà a murì.
O munne e ‘na vote
nun ‘ngera chiù;
e o cirvielle mie perse
nu verve
ca e palazze re ricche
s’erene mangiate
e spiaggie,
e geranie russe
ro giardine
erene bruciati
e re ccose e casa noste
parient’e mariuole,
accuncianne e arraffane,
s’erene regniute e borse.
Sule dint’a chella
pianura mai viste,
addo te n’ire fuiute,
dint’a ‘na città manicomie,
fatte ra fatiche e chill’e
ca po’ ngi finiscene chiuse,
miezz’a chilli muri e nebbie,
me putive purtà.
E ie là
te puteve lascià
sule st’ombra mia,
ca mò cresce
e mò se fa piccirella;
ma te vene arrete
t’e chiama
e t’e rice:
a vite ca te riett’e
puortale pe vvie
chiù chiene e sole,
ma nun te scurdà
l’ombre,
l’ombre ra morte mie.

[Figlio, hai ragione. / Né sulla spiaggia / vicino al mare, / né nel giardino / pieno d’ombre odorose / di mia sorella Assunta; / e neppure nella stanza da letto / coi mobili di mogano, / che mi costruì mio fratello Vincenzo / il falegname, / potevi portarmi / a morire. Il mondo di una volta / non c’era più; / e la mia mente persa / non s’accorgeva / che i palazzi dei ricchi / aveva­no invaso / le spiagge, / [che] i rossi gerani / del giardi­no /erano bruciati / e [che] delle cose di casa / parenti avidi / riordinando e arraffando / s’erano riempite le borse. Soltanto in quella / pianura sconosciuta, /dove eri fug­gito, / in mezzo a una città manicomio, / costruita con la fatica di quelli / che poi ci finiscono prigionieri, / in mezzo a quei muri di nebbie, / potevi portarmi. E io là / potevo lasciarti soltanto questa mia ombra / che ora s’espande / ed ora diventa minima; / ma ti segue / ti chiama / e ti dice: / la vita che ti ho dato / portala per vie più soleggiate, / ma non dimenticare / l’ombra, / l’ombra della mia morte.] (NOTA :Reliquario è la forma popolare di Reliquiario).

DEL GIOVANE GIARDINIERE E DEL VECCHIO SCRIBA

In memoria di Franco Franchini

All’inizio la cosa si svolse nel chiericume
nello scriptorium veronese
fine Ottavo inizi del Nono secolo.
Ci furono battute
cortesi, evangeliche forse
o volgari, da chierici insomma
sul vecchio scriba innamorato
che parlava senza sottintesi
di sé al giovane giardiniere
che giulivo imparava.

Poi lumi, lumini, lumineggianti luminarie
nei tempi del dongiovannismo
di benestanti letterati cittadini
giardinaggio e pensieri libertini
si congiunsero
nel coltivare fiori sì
femminili fiori comunque
volgendo poi il desiderio amoroso
in botanica
in borghese mezzadria
patrimonial-matrimoniale.

Seguirono oltroceanici immigratori.
Nomadici scrivani
si miscelarono a contadini anarchici
riversandosi insieme
dalla piana mediterranea
nelle praterie assolate di un mondo nuovo
non più pomario geometrico
ma indescritto miraggio
dove cresceva
LA PIANTA TROPICALE
CHE CONSERVA PER ANNI
UN ASPETTO INSIGNIFICANTE
E NON ARRIVA A FIORIRE
FINCHE` A UN TRATTO
SI AVVERTE UN’ESPLOSIONE
UNA SCHIOPPETTATA
E DOPO POCHI GIORNI
DAL MISERO ARBUSTO
S’INNALZA UN FIORE
GIGANTESCO
STUPENDO
(di tale maschia o femminile allegoria,
dell’ association, della revolution
riferisce Benjamin
a pagina 884 del volumone
einaudiano “Parigi, capitale del XIX secolo”

Ma qui
nella mondiale serra buia
dove tu, giovane giardiniere, ti sei impiccato
dimentico di cimature e potagioni
incurante degli esili arbusti appena piantati
abbandonando attrezzi dispersi
e tu, vecchio scriba, sei ammutolito
la secolare fratellanza s’è interrotta.

E pezzente di gioventù
e d’antiche saggezze,
né giardiniere di parole
né scriba di fiori
dolente ricontrollo
i nomi dei mestieri
su erbari e dizionari
mimante tremante
voi antenati
in via di smarrimento.

Ché, ah come nera la vita
Ora e di vera morte
la comune semente!

Non ci saranno più i giardini
lo so bene
e neppure fleurs du mal cittadini
o tiepide, campagnole myricae
o il rosso fiore del comunismo
divelto.
Finis Italiae
Ahi, serra ristretta
medievale cartapesta
elettronificata
falsata, truccata
efebo di viso, matronale sotto.

E qui su più nero video
stecchi carbonizzati
vi raccolgo assieme
giovane giardiniere
e vecchio scriba
corpi miei intossicati
cupo epitaffio
di evanescente storia.

E tenace, sì
bastone d’acre vecchiaia
starò
sostegno a nuove piante
a fiori che non odorerò
a rinnovati sogni
di odalische giocose
dialoganti amanti dei nostri figli
che le avvolgeranno
e con loro cresceranno
fuori dalla serra che ci uccide.
[dicembre 1992/sett 09]

IMMIGRATORIO

Mai in alberghi o nei letti
sontuosi della memoria, mai.
Per vicoli, ti dico, fu tutta
la mia trepida lussuria.

Abbandonai la gialla casa
mediterranea, palpeggiata
nella malinconia degli aranceti
sotto piogge di primavera
(un vento aspro, là, a redarguirci!).
Sparve presto il ricamato corredo materno
Specchiere, ninnoli e polsini
d’argento, ceramiche
medaglie, armadi accatastati
per vendita d’urgenza –
nessun malloppo cavai.

Le decorazioni sono aggettivi
di stanze altrui.
Il brillio degli ornamenti rapiti
ristagna su estranei corpi.

Non greggi, casolari
tonde anfore, mai più!
Nella vasta pianura mal distinguo
la linea del dolore.
Qui son per caccia, migrante predone
abbandonato su spersa traccia.
tutte le istruzioni nella mano
della mente
(povera mano e mente,
muscolatura di intere vicende,
che lo schema suo semplice ripara).

Ma taciuta minaccia m’accresce
l’antico timore che troppo splendore
mortuario, assalendo, sconnetta case e piante
e le ferme loro ombre.

Al luccichio non cede
tufosa la mia inquietudine
chiusa a voluttà e geometrismi
porosa al gemito dell’ultimo condannato
quando insorge in incubo
in povertà, in assenza di mondo, in bende, in prigionia
in nomadiche zuffe attorno ai palazzi
nei soffi di terremoto
che creparono terrecotte già eterne
e riaccende correnti d’eventi
riassuntivi e ardenti
in quella inappagata luminosità.

Torno allora a inseguire
la belva audace, tutta desiderio tenace
rapace che tace, sfugge, strugge
dilaniante nenie e pigolii
l’unghie scardinate in nuovi sogni.

E nel mai smesso immigratorio
pare meno accecante il luccichio di morte.
Lumi ed ombre, connettendosi
rimettono le cose a possibili sguardi umani.

Ennio Abate
Nato a Baronissi (Salerno) nel 1941, vive a Cologno Monzese (Milano) ed ha insegnato nelle scuole superiori. Ha pubblicato cinque raccolte di poesia: Salernitudine (Ripostes, Salerno 2003), Prof Samizdat (E-book Edizioni Biagio Cepollaro 2006), Donne seni petrosi (Fare Poesia 2010), Immigratorio (CFR 2011), La polìs che non c’è (CFR 2013). Ha anche tradotto dal francese, curato dei manuali scolastici sulla Commedia di Dante e con Pietro Cataldi ed altri è coautore di DI FRONTE ALLA STORIA (Palumbo 2009). Suoi testi di poesia, disegni, saggi e interventi critici sono apparsi su varie riviste (Allegoria, Hortus Musicus, Inoltre, Il Monte Analogo, La ginestra). Dal 2006 al 2012, all’interno delle iniziative della Casa della Poesia di Milano ha condotto il Laboratorio MOLTINPOESIA. Ora cura la rivista/sito Poliscritture.

3 commenti
  1. A volte un rovello sanguigno , talaltra le accensioni di disincanto e di lontananza dalla vicenda pubblica e privata . Le tinte forti di questa poesia non fanno sconti ad una vicenda umana che negli ultimi due versi di “Immigratorio” – soltanto allora -sembrano sancire / designare – nell’umano – una prospettiva non certo salvifica ma rasserenante .
    Con stima
    leopoldo attolico –

  2. Sopra i monti di Norcia, nell’alta Sabina, lasciando a est i Monti Sibillini, in direzione sud-ovest attraverso i Monti della Laga, dapprima verso l’Abruzzo e poi verso la Campania, corre un sentiero chiamato “ra strai de Napole” (la strada di Napoli). Per millenni quel sentiero è stato battuto da pastori e transumanze. Di lì sono transitati commerci, civiltà, lingue e dialetti. Parte di quel lungo sentiero fu battuto anche dai miei avi. È con il loro dialetto – la lingua della mia primissima infanzia – che ho scritto il poemetto “Geminario”. Che emozione ritrovare in questo struggente “reliquario materno” di Ennio Abate la stessa identica sonorità della mia lingua primigenia a cominciare dall’articolo determinativo “ro” (più arcaico “ru”), “ra”, “ri” ecc. E come son felice di costatare che “miezz’a chilli muri e nebbie” brilla la luce della poesia! Grazie, grazie di cuore, carissimo Ennio.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...