Il Gattopardo, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, letto da Marco Onofrio

gattopardo-libro_copertinaIl Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa è uno dei più bei romanzi del Novecento europeo e, in assoluto, della nostra letteratura. Anche per questo – in segno di omaggio – cominciamo questa storia dalla fine, dal meritato trionfo. 

Marzo 1958: Giorgio Bassani vuole pubblicare a tutti i costi Il Gattopardo nella collana dei “Contemporanei” di Feltrinelli. Fin dalla prima pagina ha capito di trovarsi dinanzi a un “vero scrittore”; poi, proseguendo nella lettura, dinanzi a un “vero poeta”. Riceve il manoscritto da Elena Croce, figlia del grande Benedetto, che lavora come agente letterario. Elena Croce lo ha ritrovato dopo mesi: pare fosse rimasto nella portineria della sede del Partito Repubblicano a Roma. Bassani le chiede chi è l’autore; la Croce non lo sa, ma pensa trattarsi di una vecchia zitella siciliana (la copia era anonima). Novembre 1958: prima pubblicazione. Il libro esce postumo, perché Giuseppe Tomasi è morto da più di un anno. Ma il successo è straordinario e fulminante: raggiunge in breve le 100.000 copie di vendita. Luglio 1959: Il Gattopardo vince il Premio Strega (135 voti su 335, superando Una vita violenta di Pier Paolo Pasolini e La casa della vita di Mario Praz). Da allora, centinaia di edizioni: è il primo e più longevo best seller della narrativa italiana contemporanea. Poi, a suggello definitivo, il film di Luchino Visconti (1963), con Burt Lancaster (Don Fabrizio), Alain Delon (Tancredi) e Claudia Cardinale (Angelica). E ancora, quattro anni dopo, l’opera musicale di Angelo Musco, con libretto di Luigi Squarzina.  

 Il Gattopardo è un grande affresco di amore e morte, dove moduli ottocenteschi da romanzo storico convivono strettamente intrecciati con moduli novecenteschi da romanzo psicologico, attraverso lo sguardo e il tempo interiore del principe Don Fabrizio Salina. Eccolo, il protagonista assoluto del romanzo. Aristocratico, blasé, scettico, profondamente saggio: guarda le cose e l’uomo sub specie aeternitatis. Per questo ha un sentimento dell’esistenza che, scrive Montale, è «insieme stoico e profondamente caritativo», denso cioè di humana pietas (come quella leopardiana della “Ginestra”). Gli uomini, in fondo, non si possono condannare: a volte si può averne disgusto ma subito dopo si è presi da compassione, perché sono visti alla luce dell’“ultima coscienza” che non lascia nessuno di noi vincitore sull’altro ma tutti egualmente schierati nell’esercito degli sconfitti. Si deve soltanto accusare l’eternità. Come altrimenti infierire «contro chi, se ne è sicuri, dovrà morire?» Gli uomini, insomma, non sono altro che “effimeri esseri” che cercano di godere dell’esiguo raggio di luce accordato loro fra due tenebre – prima della culla e dentro la tomba. Tancredi e Angelica, i due giovani protagonisti, inseguono fiduciosi il loro avvenire, formato – come quello degli altri, di tutti – «di fumo e vento soltanto».

 La classe aristocratica ha le ore contate, è a un passo dall’oblio. È la fine di un mondo e di una cultura: ma muore anche ciò che di meglio ha saputo produrre, nel corso dei secoli, in termini di civiltà. Questo rovinoso e struggente “crepuscolo degli dei” viene filtrato attraverso le meditazioni del Principe: il romanzo si delinea, dunque, come “malinconica elegia”, come ultimo scatto fotografico prima della fine, del buio, della polvere. Il Principe oppone disperata resistenza al corso della storia, aggrappandosi ai puntelli difensivi del suo mondo: le stelle che scruta come astronomo, i codici sociali e culturali, gli apparati del gusto, le buone maniere, le abitudini ferme… ma anche le quadrerie, gli arredi, i soffitti dipinti, e insomma: i miti e i riti di una classe che ha pensato e vissuto se stessa come incrollabile. E tuttavia asseconda il matrimonio del nipote Tancredi con Angelica Sedàra (bellissima: bocca di fragola, capelli color notte, occhi verdi), che è figlia di Don Calogero, un contadino arricchitosi con sistematiche spoliazioni dei suoi vicini, per il quale Don Fabrizio prova disprezzo nobiliare allo stato puro. Bellezza, eros, calcolo e ambizione conciliano due classi inconciliabili, cementando l’alleanza fra un’aristocrazia ormai priva di mezzi economici e una borghesia rampante, attivissima, dotata di virtù pratiche. Tancredi offre il titolo che nobilita i soldi di Angelica; Angelica i soldi che rendono efficace il titolo di Tancredi, consentendogli di velocizzare la scalata ai posti di comando della politica. Ai “gattopardi” subentrano le “iene”: la nobiltà di sangue (valore intrasmissibile) cede il passo all’abilità affaristica dei nuovi arricchiti. Il Principe è non soltanto un libertino scettico, un tradizionalista con i semi dell’illuminismo, un moralista sensuale, ma anche un esteta pre-dannunziano che disprezza l’incipiente società di massa e prova nausea per la volgarità borghese. È un «no global romantico e annoiato», come lo ha definito Alfolso Berardinelli.

 Il tema della morte, così centrale in tutto il romanzo, è direttamente legato alla figura di Don Fabrizio, alla sua continua elucubrazione filosofica, al suo modo di guardare alle cose. Ha un occhio trapassante e spesso visionario. Sa infilzare l’abbaglio del contingente, raccordando la parte al tutto. Sa raggiungere il cuore del tempo, squarciarne il velo per aprirsi all’olimpica visione delle plaghe atemporali. È avvezzo a «scrutare spazi esteriori illimitati, a indagare vastissimi abissi interiori». Sempre scisso, sempre distaccato: mai pienamente coinvolto o dominato dalla realtà. Interpreta la vita attraverso uno schermo ironico, che spesso lo diverte ma gli lascia un retrogusto amaro. «Corteggia la morte», come dice Tancredi. Scrive Barberi Squarotti: «Una grande poesia funebre circola in tutto il romanzo, investendone l’intera simbologia figurativa». Sensualità effimera di succhi, odori, sapori. Terra macinata dal sole. Stanze vuote piene di polvere, di fantasmi del passato, di reliquie. Ma soprattutto «quell’ombra di morte che ogni personaggio si porta appresso, la bellissima Angelica come il formidabile principe Fabrizio, l’ironico Tancredi come padre Pirrone: quasi una dimensione che tutti li raccoglie in un’uguale appartenenza al destino comune».  Lo stesso romanzo è per molti versi il percorso che conduce dalla condizione titanica e statuaria di un Don Fabrizio «gigante immenso e fortissimo», gattopardo sornione e consapevole del proprio potere – nelle prime pagine – al «gigante sparuto» che evapora e agonizza sul balcone di un albergo palermitano: «Era solo, un naufrago alla deriva su una zattera, in preda a correnti indomabili». È la progressiva rivelazione dell’uomo al di sotto della crosta aristocratica: l’uomo creaturale, effimero, nella sua abissale fragilità. L’uomo nel suo “vivere per la morte”: la morte che infine lo va a prendere, giovane affascinante signora, «più bella di come mai l’avesse intravista negli spazi stellari». L’uomo inghiottito dalle tenebre precipita insieme al proprio mondo, che va in frantumi, fino alla polvere, granello cosmico fondamentale: «Poi tutto trovò pace in un mucchietto di polvere livida» sono le ultime parole del romanzo. 

 A leggerla col senno del poi, nella morte del Principe Salina l’autore sembra cogliere un brivido di premonizione che lo riguarda in prima persona. Don Fabrizio muore, come poi Giuseppe, fuori casa; nel mese di luglio; dopo un viaggio dettato da problemi di salute (Don Fabrizio a Napoli, Giuseppe a Roma). A Roma Tomasi era stato parecchie volte, per accompagnare la moglie Alessandra Wolff  (detta Licy) che ci andava per lavoro, in qualità di psicanalista freudiana. Ricorda D. Gilmour, nella sua bella biografia, che «di solito era ospite dello zio Pietro in via Brenta, anche se in qualche occasione scese all’Albergo Quirinale. Pranzavano spesso da Lolette, la sorella di Licy, in Piazza Indipendenza. I nipoti Biancheri ricordano Lampedusa come una persona affabile e ironica, più loquace che a Palermo». La premonizione letteraria è addirittura annunciata da quella onirica, cinque anni prima della stesura reale del romanzo e ben otto prima della sua pubblicazione. È il novembre 1950 quando Tomasi scrive alla moglie, in quei giorni a Roma, per raccontarle un sogno fatto la notte precedente: pareva aver «ricevuto una cartolina in cui si annunciava l’ora della sua esecuzione in una caserma di Roma. Aveva quindi detto addio ai genitori, si era presentato alla caserma, e ai militari aveva detto di essere il condannato a morte venuto per l’esecuzione».

  Inverno 1956: Giuseppe Tomasi è invecchiato e si sente vecchio. Dimostra molto più della sua età, anche se in fondo ha appena 60 anni. È malato, stanco, malinconico: enfisema polmonare, bronchite, dolori reumatici, depressioni. Si sente un vinto, desideroso di oblio. Emana senso di morte. La scrittura del Gattopardo lo prepara a una buona morte, dandogli uno scopo per ritardarla. La sua tragedia è di avere atteso tanto per scrivere e di avere fatto appena in tempo, riducendosi a far coincidere il breve periodo della creatività artistica con quello, altrettanto breve, della decadenza fisica. Fine aprile 1957: uno sbocco abbondante di sangue gli rivela scenari inquietanti, al di là della bronchite. Tubercolosi? No, peggio: tumore ai polmoni. Il morale di Giuseppe, già abbattuto, crolla completamente: quando sa che sta per morire perde la volontà di vivere.

 29 maggio 1957: parte con la moglie alla volta di Roma. È il viaggio della speranza. Viene ricoverato in una clinica di via di Trasone. Si decide di non asportare il tumore, ma di procedere con bombe di cobalto presso un’altra clinica, “Villa Angela”, sulle rive del Tevere. La terapia, che sembra inizialmente funzionare, innesca un cauto ottimismo di guarigione. Ai primi di luglio Tomasi accetta di trasferirsi a casa dei Biancheri, in Piazza Indipendenza. Poi peggiora improvvisamente, devastato dagli effetti collaterali della cobaltoterapia, che viene interrotta. Nel frattempo lo raggiunge, via Palermo, il secondo rifiuto di Elio Vittorini, datato Milano 2 luglio:

 Egregio Tomasi, il suo Gattopardo l’ho letto davvero con interesse e attenzione (…) Tuttavia, devo dirle la verità, esso non mi pare sufficientemente equilibrato nelle sue parti (…) il libro non riesce a diventare (come vorrebbe) il racconto d’un’epoca (…) Il manoscritto glielo faccio avere con plico a parte. Con i migliori saluti.

 Giuseppe ci resta malissimo: è il classico “colpo di grazia”. Scrive a Gioacchino Lanza come ultima volontà: «Gradirei che il romanzo fosse pubblicato, ma non a mie spese». Muore a Roma nelle prime ore del 23 luglio 1957, senza neppure sospettare la celebrità che il tempo di lì a poco gli riserva.

 

 

 

2 commenti
  1. Ricordo che Il Gattopardo fu per me una lettura entusiasmante. Ma allora ero giovane e leggevo con il cuore. Poi nel corso del tempo mi sono imbattuto, non tanto raramente, in critiche, riserve e diminuzioni dell’opera che mi hanno stupito e che mi sono parse ingenerose. Oggi ho sotto gli occhi questa interessante lettura di Marco Onofrio. E forse è arrivato il momento per una rilettura più fredda e attenta del romanzo.
    Pasquale Balestriere

  2. «Era solo, un naufrago alla deriva su una zattera, in preda a correnti indomabili».
    L’uomo nel suo “vivere per la morte”: la morte che infine lo va a prendere, giovane affascinante signora, «più bella di come mai l’avesse intravista negli spazi stellari».

    Bastano queste citazioni e queste parole dell’eccellente commento di Marco Onofrio a dare la misura del valore di questo romanzo che ho amato subito, alla prima lettura tanti anni fa.

    Giorgina Busca Gernetti

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