Francesca Tuscano da “Gli stagni di Mosca” (2011)

fototuscanoFrancesca Tuscano è nata il 7 settembre 1964. Ha lavorato come burattinaia, insegnante (di russo e di italiano), archivista e traduttrice. Ha scritto di storia della musica russa e italiana, di teatro russo del Novecento, di traduzione dal russo (in Italia), di rapporti tra cultura italiana e cultura russa, e di letteratura italiana contemporanea (in particolare, di Alvaro e Pasolini). Ha scritto i libretti delle opere – Incontro (tratta da Occhi sulla Graticola di Tiziano Scarpa, musica di Fausto Tuscano), La canzone del re (musica di Fausto Tuscano) e Parole-morte (ispirata all’opera di Lovecraft, musica di Juan García Rodríguez). Ha pubblicato la raccolta di poesie M.Y.T.O., scritta con Damiano Frascarelli (Edizioni EraNuova, 2003), il pezzo per teatro Come si usano gli articoli ne “I diritti dei bambini”, scritto con Daniela Margheriti (Rubbettino, 2005) e La notte di Margot (Hebenon-Mimesis, 2007). Sue poesie sono state pubblicate in Terra e scrittura. Voci dalla cultura calabrese (Paideia, 2003) e Oro in tavola. Conversazioni e ricette sull’olio, di Grazia Furferi (Paideia, 2003). Ha tradotto e curato La fine del cinema? di Roman Jakobson (Book Time, 2009) e pubblicato La Russia nella poesia di Pier Paolo Pasolini (Book Time, 2010), Gli stagni di Mosca (lavitafelice, 2011).

All’amore. Al dolore. Alla lotta.
(A Elio Petri)

Chopin

Come salvarvi, generazione di nulla,
che gridavate agli operai menzogne
con le quali nascondevate lo sguardo da padrone.

Vi dicevate i puri tra i puri,
le mani pulite, senza calli e paure,
con tutte le dita, a indicare
con disprezzo le debolezze
di chi era umano e aveva la fabbrica
come segno del mondo,
e una triste – ma vera – vita alienata
(gli operai non avevano abbastanza coscienza di classe –
perché l’avevate voi, figli dei loro padroni).

Voi, l’alienazione la conoscevate bene,
e per questo ora siete alla corte
di un nano di plastica, che silicona
coscienze come tette.

O vi fingete ancora antagonisti,
esaltando un’inutile e tronfia adolescenza,
ostentando una farisaica opposizione al potere,
mentre occupate il potere delle strutture che il Potere
vi ha miseramente concesso –
il fascismo odia il bello ed il vero –
le scuole, le università, le casi editrici, i giornali.

E noi, poco più giovani di voi,
siamo qui, ad inventarci la vita ogni giorno
(l’alienazione? risibile cosa),
oggetto di ricerca sociologica
(che ignora la rabbia che solca i sorrisi),
privati di parola e di azione.

O siamo servi felici, che si credono più furbi
dei padroni. E cerchiamo ancora gli occhi
che ci nascondano dallo sguardo della vergogna –
lo stesso che nascose il lutto, nella Montagna.

**********************

Piove. I campi parlano degli odori
che sono sempre stati, del cerchio,
dei pensieri pensati da tutti.

Ancora scartata, ancora esclusa.
Ancora rabbia sbagliata,
a chiedere di stare almeno tra i pitocchi,
a ricevere un tozzo di amore,
un avanzo di approvazione.

Ma le dame col cagnolino
mi scansano – non mi curo le unghie –
e i loro lacché sono fieri
di rubarmi i tozzi avanzati e di indicarmi allo scherno.

******************************
Chopin – quante lune di pianto,
quanti rami di luce intravisti,
per tornare alla nebbia degli occhi.
Eppure, tu ci hai detto che l’aria
non guarisce il respiro. E’ trovare
la logica nell’assenza di un fine
banalmente trasmesso, è l’instabile
senso dell’amore sprecato
per eccesso d’amore – è il suono
che non vuole parola
la salvezza del nostro respiro.

******************************
Non nascondere, ti prego,
dietro ai tuoi occhi liberi e smarriti
l’ipocrisia delle dame caritatevoli
e dei loro segretari arrivisti.
Ho ancora bisogno del tuo pianto,
come del tuo sorriso,
controvento, controsole, contro tutto.

******************************
Le nuvole ci spingono verso sud,
come un errore, come un cambiamento,
ma le cornacchie vanno in senso opposto,
a dire che esiste un segno che nel vuoto
indica il volo, senza direzione.

******************************
Ti ho accolto nelle mie viscere sterili –
credevo ne capissi il pianto e il dolore,
ma hai avuto paura dell’urlo, come tutti i maschi,
e m’hai lasciata, nel vuoto dello strazio,
predicandomi il Bene, quello dei chiodi,
conficcati uno ad uno da ogni Potere
(ma sì, usiamola questa maiuscola!)
per generare il nuovo Potere.

******************************
Ieri ho sentito un padrone-filosofo
che chiamava gli operai – collaboratori in fabbrica,
e uno scrittore che diceva che se c’è significato
c’è significante (o l’inverso, ma poco importa).

Oggi il segno quercia ha cominciato
a ingiallire. Le nuvole cadono
sulla tenerezza della foglia bagnata.
Lo strazio della bellezza esiste ancora,
e ancora esistono sassi
che ci indicano il senso della Carità –
(Verità e Giustizia le ha sbriciolate
la terra avvelenata, senza seme).

Sì, non c’è parola se non c’è icona –
ma allora, che parola è “collaboratore in fabbrica”?

Si deve reinventare la lingua, signore
dei caos calmi, ormai è tempo.

**********************************

La vita, la passione (questo dicevi, e ti negavi la scelta),
le Furie che accarezzano la zona del crepuscolo,
la lingua, disimparata, delle molte forme dell’urlo –
questo è poesia. E perciò, ancora una volta, la Lingua è
obbligo di volontà, ascolto del molto e del nulla.
Sì, l’inutile lavoro dell’amore che ha per bandiera
lo straccio, che fa dell’umiliazione una voce,
lo stile che si fa segno all’inverso, per dire del Pensiero
la libera scelta di ascoltare il Potere in silenzio.

L’Inquisitore parla perché qualcuno risponda.
Con la sua stessa lingua d’assassino.

Ma il poeta prende lo scempio indicato a Grazia
e ne fa – non per sé – la non ultima Parola.

**********************************
La non casualità fa del bambino deforme lo specchio
di questo vento – contro il mare, contro le pietre.
Questa sera so che non ho pianto quanto dovevo,
e che ho molto ancora da ascoltare, sotto il glicine.

Difficile, dicono, pensare parole colpevoli, per dirle poi
con la lunghezza della Grazia, non ancora offesa
dai princìpi che si fanno scure degli ultimi gabbiani,
lontani dal mare come colpe, feroci predatori d’immondizia.

Ma difficile è questo scegliere, perché la Lingua non muoia,
perché l’odore di marcio indichi l’ultimo mare,
perché il bambino deforme non sia lasciato a guardare
chi passa come lo specchio concavo dove tutto si chiude.

**********************************

Ci sono molti modi per morire.
L’ho imparato subito, nel cimitero della mia terra,
relitto fantasma dell’ultimo Impero.

Ho letto lapidi come libri,
e ho imparato che si muore come tutti,
soli e smarriti, ma non si omette la propria vita.
E si può ammazzare in molti modi –
di coltello, o di fucile, o di silenzio.
E si può essere ammazzati per molte cause –
perché si ha voce e cuore per gridare,
o perché si è taciuto, per fede
(sempre il non-umano giustifica il disumano).

La paura può essere il rumore della macchina
che si ferma alle spalle,
ma anche il proprio passo, sulle foglie di pino.

Il coraggio non è una virtù, è una sorte,
che non a tutti capita.
Ma la viltà, che fa chiudere gli occhi,
è una colpa. E lo sanno le madri
che non possono piangere i figli.

Vi amo come il mio sangue, perché siete il mio sangue,
rocce cave che guardate al mare.
Da voi ho saputo che si è umani
solo nella libera scelta, che è dolore,
che è esclusione, che è il suono
incessante dell’acqua che scende sul verde
fango del tempo, a ricordarci che c’è, il tempo.

Lo ricordino tutti – gli orridi padroni del falso sapere
e gli incolpevoli uccisori di uomini e capre.

**********************************

Tu mi sei stato padrone, figlio, amico e amante.
Tu mi sei stato guida, nell’ultimo viaggio.

Ora, sei più lontano dell’incertezza, più remoto
della notte che segue le tue montagne.

Passano le moltitudini delle false virtù.
Passano le certezze smembrate e sepolte nel grano.

Ora, sei più vicino di ogni dubbio, più prossimo
di questa mano, che ti accarezza, senza cercarti.

8 commenti
  1. Non voglio entrare nel merito di queste poesie perché conosco l’autrice, anzi sono stato io, qualche anno fa, a pubblicare il suo primo libro di versi, quindi basti ciò a qualificare la mia stima per la poetessa. Voglio però intervenire in questo post per evidenziare il valore, in questa società culturale egocentrica e frivola, della poetessa, traduttrice, saggista Francesca Tuscano, un acquisto ottimo per “La presenza di Erato”, se lei vorrà continuare ad intervenire nelle varie utili discussioni che Giorgio Linguaglossa, Luciano Nota, Marco Onofrio e i loro commensali portano avanti ormai da diversi mesi. L’impegno civile di Francesca Tuscano, impegno profuso già da giovanissima, e l’impegno umano nei riguardi delle vittime della società, aspetti per me essenziali alla costituzione di una letteratura sensata (idea ovviamente discutibile), fanno di ogni sua scrittura un centro di interesse inesauribile. Devo a Francesca, tra l’altro, e mi riferisco solo ad argomenti trattati qui, la mia rilettura, secondo una chiave più moderna, di Pier Paolo Pasolini, che non avevo capito nella sua reale portata letteraria, e della cultura russa, della quale è una studiosa, direi, impareggiabile. Ringrazio dunque Giorgio Linguaglossa per avere ancora una volta, con il suo acume, proposto al pubblico una poetessa indiscutibilmente interessante.

  2. “Chopin – quante lune di pianto,
    quanti rami di luce intravisti,
    per tornare alla nebbia degli occhi. (…)
    .
    La musica dolente di Chopin è la metafora del nostro soffrire in un mondo senza perché.
    *
    “Le nuvole ci spingono verso sud,
    come un errore, come un cambiamento,
    ma le cornacchie vanno in senso opposto,
    a dire che esiste un segno che nel vuoto
    indica il volo, senza direzione.”
    .
    Sembrano frasi semplici, ma quanto esse esprimono oltre il loro significato letterale!

    Giorgina Busca Gernetti

  3. Carissima Giorgina, posto che la bellezza e l’unicità della poesia consistono anche nella libertà che essa offre all’interpretazione di chi la legge, tuttavia, chi scrive ha sempre un suo “disegno”. Provo ad illustrare il mio, relativamente a quello che generosamente avete voluto pubblicare. Questa specie di poemetto l’ho intitolato Chopin, e l’ho dedicato all’amore, alla lotta, al dolore e a Elio Petri, perché è un poemetto politico. Cosa c’entri Petri con una certa visione politica (che corrisponde alla mia, con la stessa rabbia e la stessa disillusione, che ora mi hanno definitivamente riportata all’anarchia) è chiaro. Cosa c’entri Chopin forse può esserlo di meno, se non lo si considera (come io faccio) innanzitutto un autore di altissimo valore etico-politico (lo ritengo l’equivalente in musica di Leopardi). Chopin ha scritto per motivi politici moltissime delle cose poi diffusesi come musica “esistenziale”. E più che alla sua musica dolente, mentre scrivevo, pensavo alla sua musica eroica (dando a questo sostantivo il suo senso romantico-leopardiano). Io non credo che il nostro mondo sia senza perché. I suoi perché ce li ha, e sono proprio quelli che fondano il nostro dolore: sociale, e, quindi, esistenziale (e viceversa, perché io, anarchicamente, credo nella circolarità, non nelle rette illusorie). Anche la metafora del volo (e degli uccelli, che ho derivato da Camus, da Pasolini e dall’Achmatova) rientra nella mia visione politica – io non credo alle “grandi narrazioni” che hanno proiettato (e proiettano) in un futuro illusorio il momento della giustizia. La mancanza di direzione per me ha il valore della lotta qui ed ora, che non attende il momento di una rivoluzione palingenetica che non arriverà, né aspetta che si rivoltino le masse (altro concetto astratto). Ogni singolarità deve lottare, quotidianamente, per non farsi confondere dalla “nebbia degli occhi”, facendosi carico del suo volo, cioè della propria libertà che deve diventare giustizia per gli altri.

  4. Carissima Francesca,
    hai ragione: chi scrive ha sempre un suo “disegno”.
    Il problema che tu stessa poni è la libertà d’interpretazione da parte del lettore, entro certi limiti, ben s’intende.
    Mi soffermo solo su Chopin. Ho scritto “musica dolente”, ma non intendo solo gli affascinanti “Notturni”, che purtuttavia basterebbero da soli a esprimere la sofferenza del grande musicista polacco. Sofferenza perché? La esprimono in modo ancora più evidente le “Polacche”, soprattutto la celeberrima “Polacca in La bemolle minore” “Eroica” op.53 n.6 ( You Tube http://youtu.be/toZSEis5aHk). Sofferenza perché?
    Anche Leopardi conosceva bene il dolore, l’amarezza della solitudine, dell’incomprensione, ma non ha composto solo “Il passero solitario”. Ha concluso la sua Poesia con “Amore e Morte”, “Il pensiero dominante”, “A se stesso” e “La ginestra”. Quindi la sua non è solo angoscia esistenziale, ma anche e soprattutto angoscia “cosmica” che investe tutti gli esseri viventi. Ricordi “Il pastore errante dell’Asia”, grande idillio che segna il passaggio dall’angoscia di cui dicevo prima e il “titanismo eroico” delle ultime canzoni? Tornando a Chopin, perché soffriva? Non solo per motivi interiori esistenziali, ma perché era polacco e la sua amata Polonia era sempre smembrata tra i vincitori, invasa, calpestata, soffocata, angariata.
    Ma su queste macerie si elevava la sua musica dolente ed eroica ad un tempo. Dipende anche dalla composizione che stai ascoltando (o suonando).
    Giorgina BG

  5. Cara Giorgina,
    abbiamo in fondo detto la stessa cosa. In Chopin, come in Leopardi, esistono entrambi gli aspetti, inevitabilmente. E’ che in questa specifica cosa che ho scritto, il tratto di Chopin per me più rilevante era quello “titanico” (anche se, quando suono, confesso di scegliere poi sempre lo Chopin soprattutto “dolente”).

  6. Cara Francesca, prendo spunto da questo tuo poemetto che racchiude in se anche una carica di invettiva contro chi (hanno un volto ed un nome ben chiari a chiunque lo legga con attenzione) è colpevole del degrado politico, sociale e culturale del nostro paese (colpevoli presenti tanto a destra quanto a sinistra, e tu lo esprimi con fermezza), per chiederti la tua opinione, oltre la breve considerazione da te già fatta, su Elio Petri e su quanto importante sia stata l’influenza di questo grandissimo autore ed intellettuale sul tuo modo di vedere la vita e la storia del nostro paese. Te lo chiedo dalla mia piccola passione per le sue opere che secondo me non hanno eguali nel panorama del cinema mondiale, come rigore morale e denuncia sociale senza alcun schieramento di comodo e con uno sguardo fortemente attento agli aspetti esistenziali oltreché storici dell’individuo. Grazie

  7. Caro Corrado, mi scuso per il ritardo della risposta, ma ormai frequento rarissimamente i blog, per pura e semplice mancanza di tempo. Elio Petri è stato un grande intellettuale – perché tali erano i registi degli anni Sessanta e Settanta, intellettuali a tutto tondo. Sono assolutamente d’accordo nell’affermare che le sue opere sono ineguagliabili per indipendenza di giudizio, otre che per profondità e originalità. Il tutto esaltato da una profonda cultura figurativa, musicale e letteraria. Insieme a Pasolini e a Ferreri, Petri mi ha formato ideologicamente, oltre che esteticamente, e se questo poemetto l’ho scritto è per la rabbia (giusta) che mi ha insegnato.

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