L’IMAGISMO ONIRICO DI ABELE LONGO di Giorgio Linguaglossa

copertina_ABELE LONGO
Abele Longo Reversibilità Edizioni Accademia di Terra d’Otranto, 2012 p. 94

Se si osserva da vicino questa scrittura poetica d’esordio di Abele Longo, si noterà la prevalenza quasi assoluta della concatenazione paratattica delle immagini individuate mediante una creatività di tipo infantile, un composto così sofisticato e distratto da non voler apparire in primo piano, in piena evidenza ma come in tono sommesso, in diminuendo, secondo una intelligenza della lingua sensibilissima ai minimi particolari connettivi; una composizione tipica di un dislessico, si potrebbe dire, ma di una dislessia particolare: la dislessia della grammatica delle immagini assemblate secondo il severo controllo endecasillabico e libere di profilarsi secondo una libera interpretazione delle singole proposizioni figurate.

Oggi il mare odorava di anguria.
Galleggiandomi barchetta a fette
alla deriva, mi son svuotato
dei semi e riempito di altra frutta.

*

Uscì sola senza seguito
bianco niveo nella notte
riflessa nell’occhio vitreo
dell’uccello della morte.

Lo sposo in chiesa stringeva
le palline del rosario.
Aspettava la falena
sotto al lume del calvario.

Alla base di questa costruzione c’è l’idea della proposizione-immagine che puntualizza e vivifica i testi, alla maniera di come costruivano le immagini certi poeti futuristi di primo Novecento (Farfa, Fillia, Cangiullo etc.). Non che non esista una architettura, c’è l’architettura che le immagini decidono che vi sia collegate con il piano basso, colloquiale dell’eloquio che va dalla ballatetta alla ninna nanna, dalla strofa breve, alla dizione gnomico-aforistica con un andamento claudicante e distratto; ma è un procedere aforismatico che saltabecca e saltella tra i ciottoli degli impedimenti lessicali, delle distrazioni e degli scivoli di immagini. Categoria centrale di questa poesia è l’adozione degli shifters, dei deviatori di senso e di immagini, delle anadiplosi e dei chiasmi di immagini; il tutto dà questo peculiare sapore di freschezza e genuinità oltre che di ingenuità alla scrittura in esame. Anche i disegni infantili in copertina e nell’interno sembrano confermare questa scelta stilistica per una poesia che ha l’allergia verso tutto ciò che si presenta come linguaggio lapidario assertorio di altra contemporanea poesia. Il tono assertorio è una liturgia, e quella di Abele Longo è una poesia anti liturgica; non c’è maggiore serietà che nella poesia apparentemente non seria sembra dirci Abele Longo, non c’è maggiore difficoltà della apparente mancanza di difficoltà, non c’è maggiore profondità della profondità che rinuncia allo stile assertorizzante della profondità; non c’è maggiore serietà della mancanza di seriosità. Leggiamo:
anish-kapoor-art-7[1]
Semiotica degli affetti

Segni tracciati con il gesso
apparivano per strada al mattino
rimescolando il senso delle cose.

Il blu per gli errori più gravi
il rosso dei meno gravi.

Prendeva i segni per il giro vita
a donne anziane che le chiedevano
un vestito per quando morivano

Mia figlia chiede a mia moglie
se dopo il nonno toccherà a qualcun altro.

Anche l’anima si può riparare.
Ci riuscì con un filo di ferro
tra un tempo e l’altro di un concerto.

Ninna nanna in fondo al mare

Ninna nanna in fondo al mare
il bimbo non sa pregare
il dio delle sue parti
non raccoglie fiorellini
va in giro per i prati
adesca tutti i bambini
anche gli angeli e la mamma
dormi bimbo fai la nanna

Il mago affamato

C’era un mago
che nelle feste di piazza
non riusciva mai
a terminare il numero.

Si mise a mendicare
un tozzo di pane
ma avendolo tutti
visto in televisione
pensarono a un trucco.

Un giorno sul grigio
sfinito ed affamato
pensò al coniglio come stufato,
ma dalle nubi vennero giù
cocci aguzzi di bottiglia
che bucarono il cilindro
e il coniglio scappò via.

Il Signor Polendina

Seduto e chiusi gli occhi si sentì
Pinocchio nel paese dei balocchi
non doveva che riaprirli e la vita
sarebbe tornata ad essere fame

il pescegatto a fargli compagnia
l’erba che non frusciava senza vento
le strilla del bambino immaginato
come indispensabile grattacapo

bastano semplici gioie e dolori
per distrarsi e deporre la dentiera
nel bicchiere scheggiato dove avrebbe
posto ci fosse stato il pescegatto

pesce pesce ti sfizia il gatto
se ti scantona nel bicchiere

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3 commenti
  1. Trovo questa disamina molto arricchente, in quanto capace di indagare e restituire in modo chiaro e puntuale elementi rilevanti dello stile di Abele Longo (penso ad es. alla ottima osservazione sulla: ” intelligenza della lingua sensibilissima ai minimi particolari connettivi;”, …) epperciò della sua poesia.
    Concordo inoltre in pieno con il “non c’è maggiore serietà della mancanza di seriosità” (e d’altra parte per dirla con Schiller: “Direi dunque – semmai – esattamente il contrario: con quanto è piacevole, buono, perfetto l’uomo è solamente serio, con la bellezza invece gioca”).
    Complimenti dunque!
    e complimenti anche per il bel sito che scopro.
    Un saluto

  2. Non può che piacermi questa “dislessia”, dato che a suo tempo Giorgio Linguaglossa mi diagnosticò la stessa dis-funzione! Trovo la prima lirica di particolare potenza espressiva, esplode in immagini agli occhi del lettore. E “ninna nanna in fondo al mare” parla da sé, una critica sociale aspra e scanzonata.

  3. Grazie a Giorgio che, con l’acume che lo contraddistingue, si è soffermato su aspetti nuovi o poco analizzati di una raccolta che, per quanto piccola, continua a rivelarmi nuovi livelli di lettura. Grazie anche a Margherita che conosce molto bene queste poesie e a Maria Grazia Di Biagio, in particolare, per averle apprezzate a una prima lettura.

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