Il divenire sciamanico negli oracoli ignei di Gianpaolo G. Mastropasqua: “Viaggio salvatico”, di Gabriella Cinti

viaggio-salvatico-primaL’opera di Gianpaolo G. Mastropasqua si presenta come una cavalcata gnoseologica all’interno di una cosmogonia originaria, dove è il logos carneo, vociante e pensante a essere demiurgo uroborico di un perenne divenire, in cui il proton domina e occhieggia arcaico, astrale e tellurico, fin nelle più vicine propaggini temporali.

Tuttavia, l’afflato nostalgico e aurorale è connotato ossimoricamente da una percezione di irrimediabile perdita, o dal recupero di tale aurorale autenticità solo nella dimensione della pazzia, negli stati crepuscolari di coscienza, o nell’arcano di una musica primordiale, nella “ madornale voce” che rifondi il mondo, in un oceano abissale prebabelico.

Una Tetide in cui sprofondare per riconoscersi “infanzia terrestre di una civiltà sommersa”, quando “l’alfabeto privato disse musica intraducibile”.

Epigono di un’età dell’oro dell’Origine, dall’infanzia personale a quella del pianeta, il poeta testimonia fino al martirio l’adesione animica al Sogno primo, pur nel divaricato discrimine di immedicabile distanza da quel paradeisos, della presente distruzione.

Perché il sonno plumbeo del presente offusca l’anelito a quella verità primeva che abitava nell’indistinto ancestrale, in un indifferenziato e brulicante essere dell’inizio – la terra promessa dell’Autenticità – cui non si può più approdare, anzi si può solo sfiorare a volo radente, quantico e oracolare o nella sapienza sciamanica della visione profonda, della magia simpatica  che scorre tra gli elementi della natura, un vento magico e creaturale, animato dalla poesia.

Più che “scrittura” nel senso disincarnato che siamo portati a intendere oggi -immemori della pregnanza etimologica “corporea” del termine – nei versi di Gianpaolo Mastropasqua leggiamo e “vediamo” incisioni rupestri sulle pareti dell’essere, graffiti poderosi di bisonti e sogni lanciati a velocità mentale siderale, scalpitanti nel bianco ossimorico della pagina, una pullulante biologia ontologica di specie fluttuanti.

La parola duetta carsicamente con paesaggi lunari, megalitici e rupestri, abbraccia le ossa della terra in una scabra e struggente pietas, mentre un singolare, infuocato,  animismo legge il mondo tutto in chiave sciamanica, la natura come un prodigio di cui accogliere i cifrati messaggi: “Nel ventre delle querce una mappa cosmica /insegna la distanza degli insetti”, “l’albero è una cellula che sorride, eternamente, ruota le braccia come pianeti.” La “dendrosofia” di Mastropasqua ci immette nel cuore segreto delle cose, nell’anima vegetale che distilla linfa di sapienza nell’umano.

Un originale titanismo – quello delle sue geniali “ farfalle da guerra” – scorre come nutrimento incessante e prometeico: “Sarà l’assalto agli angeli, il rito estremo, /la cattura degli dèi, la lotta inumana.”, vincente anche nello scacco, per questo farsi prodigio del poeta, il suo “fiorire nella traccia di un mondo estinto”, raddrizzare “la clessidra terrestre […] capovolta”, rinascere dionisiacamente dal soffocamento entropico.

Perché il poeta convoca origini e pensiero, il cuore – e la carne – delle cose e una lingua risorta dopo la camera iperbarica dell’”anatomia del silenzio” in cui si era immerso, a sfilare a capicollo per noi per inseguirli sul filo radente di metafore fresche e complesse al contempo, fatte urtare le une contro le altre, in una demiurgica esplosione sismica, a mutare l’assetto del mondo, i suoi volti, anche quando sembra troppo tardi.

E la metafora, appunto, si mostra come potente diffrazione ontologica, scarto continuo in fuga disperata e vitalissima, corporea e spirituale, verso il nucleo segreto, impronunciabile e sotteso a questo brulicante pensiero poetico, quasi filmico perché densamente immaginifico.

Pro-vocazione di visione perché la visione vera è sempre occultata, si sfrangia nel moltiplicarsi dionisiaco della vita, nel teatro fosforescente del poeta. Ricerca del vero, del nome, della parola che afferri il mondo e lo ribalti come zolla per cerchiare con “occhio di bue” dell’inchiostro poetico, il set incandescente dell’anima.

Di fronte  a questa “eversiva” poesia, più che capire, si può capère, essere presi, afferrati, tarantati da tale emozionalità pensante, dispiegata in interrogativi al galoppo, pirofanici come molte apparizioni, eteree o carnose, che tempestano l’andamento tumultuoso del testo, certi di un dono di salvezza che lampeggia tra i versi, come le stelle balenanti, dagli “occhi cadenti” che elargiscono bellezza alla notte. Quella bellezza che è compagna di vita del poeta, gli “cammina accanto” appunto, nella forma “sulfurea” de “i paradisi perduti”, nell’“esattezza del cristallo e della fiamma” o ne “la meraviglia che attraversa il fuoco e ritorna a casa”: un radar edenico che lo pilota nel labirinto del mondo.

Perché non dimentichiamo che si tratta di un “viaggio”, o propriamente viaticum, letteralmente, “tutto ciò che il viaggiatore porta con sé”, la valigia dell’anima, la tensione della “spinta” che lo porti a “varcare” “i futuri”, o l’oltre, in senso ancor più espanso. Perché di cammino anche temporale si tratta, cortocircuitante come le vibrazioni corpuscolari della lingua di Mastropasqua, tuffandosi nelle radici umane, storiche, protostoriche o aeree cosmologiche o esplorando il mondo ctonio da viandante labirintico (“un labirinto sotterraneo per i miei amati viaggi”) o silurandosi in decolli fantafuturibili.

E la cifra espressiva permette questo incontro-scontro tra il possibile e l’impossibile, che eraclitianamente convivono in lui, grazie ad un lessico “elettrico”, ossidrico e vulcanico, magnetico e trapezista, ma non per mero funambolismo verbale, bensì per una energheia ardente, intramontabile come l’abbagliante Notte orfica.

Parole, quelle di Mastropasqua che afferrano il pensiero come una presa di arti marziali, condensate come una rutilante pila voltaica, prodotti squisitamente alchemici che, detonatori di idee ed emozioni, agguantano anche il lettore nella stessa potente cattura e generano una contagiosa intensificazione vitale di irripetibile intensità: il più grande dono della poesia e dell’arte.

Rivoluzionario e incandescente è lo stupore del poeta, in grado di far risorgere i suoni della “bocca preistorica”, nella “lingua incendio” che riscatta l’insignificanza del degrado espressivo contemporaneo in lucenti “farfalle fonetiche”, librate nell’aria di una poesia che riscrive la lingua e rigenera la vita, restituendo sostanza vivificante anche al tempo, al “colabrodo degli anni trascorsi”.

Sono stigmate di fuoco salvifico, di una palingenesi caustica, che sceglie la forma vorticosa e sferzante del tumulto, del volo estremo della nominazione orfica e vaticinante, “per insegnare alle piume lo stesso alfabeto / del fuoco, con la stessa voce moresca /delle origini, per lanciare il battesimo /della stirpe”, “per un parto di grammatiche solari”.

Un libro fiammante di profezia, che si legge con l’anima in gola, tesa fino all’ustione estetica che deflagra quando l’agnizione catturante permette sulfuree identificazioni in quella “vita ansimante, corallina/ che murena dal nero, sfreccia, brama, nella fornace/” della vita disvelata per fiammeggianti apocalissi spaziotemporali in una sinfonia lavica scatenata che all’intorpidito lettore contemporaneo, tolga il fiato o finalmente gli restituisca un più primordiale, autentico e organicamente sapiente, “salvatico” alito di noumenica psyché.

Gabriella Cinti

 

Cronache di un’infanzia

Giunse il tempo, il boato, la parola terrestre,
il dialogo con gli animali e gli oggetti,
l’alfabeto privato disse musica intraducibile
e nella stanza degli elementi, nel biondo baratro
qualcosa cedeva; ninnananna la voce del padre,
una crepa calda nell’abbraccio appreso, perdere
il miracolo e la fonte, smarrire gli anniluce, la retta
le labbra, il buiocavo, la lingua, dimenticare
da soli, muovevano i pianeti, gli occhi.
Era papà o pappa la parola geminata?
L’altra più vicina fu mamma o feci,
l’amico di legno era il prodigio dell’armadio
l’angelo che usciva dalla casa scomparsa
la culla camminava e strillava, aveva le braccia,
sette mesi scoprì la corsa, il muro duro, la testa
inventava già le favole come il baffosole al compleanno,
raccolse gli invitati, la festa, sapeva i segreti, le facce,
portato in trionfo dagli uomini si accese, esplose
la fronte nel lampadario, la febbre a quaranta

 

Lingua incendio

Vertebre verdi baratri e mente
incesto ancestrale e vipera vista
il giocoliere futuro ha causato con il fuoco,
cadde accadde in lunedì circolari
senza verbo missilistico o applausi
diluvieranno in volo le fontane frontali
e lanciarsi cascami nel mare guardingo
per strappare la lingua profonda dei pesci,
chi assaggia il tempo nel frutto midollare
tutto quello che disse fu vivo.

 

Camera oceanica

Dove nessun acquario in piena faccia
nessuna trasparenza infrangibile che guarda
nella luce delle branchie, dove piano si respira
liberando le correnti, risalendo o mutando
come l’acqua all’unisono tra le rocce
come cristalli in bilico tra l’altezza
e il suolo, quando il vento attraversa
e dall’alba come un ladro di raggi;

la vita ansimante, corallina
che murena dal nero, sfreccia, brama
nella fornace dell’acqua che agita
che tutto avvolge e mesce e cresce
nella moltitudine verticale del vuoto

 

Mediterranea

Quando eravamo dèi e camminavamo con gli alberi
e le vesti erano anime e animali vivi
e ancora festeggiavamo i compleanni delle nuvole
e all’ora danzavamo sulle acque come anemoni
e chiamavamo Israele la neve del deserto
e l’arcangelo bambino affacciato sull’abisso
e le sorgenti cantavano dai mari alla fonte
e le foglie erano velieri e lingue all’unisono
e i rami ponti trascendenti della luce
e l’impossibile mostro 6 era libero di amare
e ogni passo un sapore e un nome pedante
e le caverne erano occhi appena aperti sull’ignoto
e le pietre dialogavano nel concentrico giorno
ora che passeggiamo senza gambe strisciando
tra la folla calpestata dal silenzio assassino
e le feste nucleari ci attendono al varco
e sogniamo a brandelli tra i respiri delle bombe
e chiamiamo vita eroica l’abbraccio del piombo
e le pietre sono masse che lapidano al pascolo
e il mare dalla lingua di petrolio più non parla
e le lucciole sono nere e il gabbiano viene corvo
e il becco una lamalenta che vibra che penetra
e logora la fauna che affolla in cadaveri pensieri
e l’impossibile mostro è già in gabbia da tempo
e i pugni si combattono nell’aria sanguinaria
e le cave hanno il profumo delle fosse comuni
e ogni passo è una palude da cui uscire vivi
procediamo non siamo nessuno sa perché dormiamo.

 

Testamento dell’invisibile

Perché sei la casa dell’essere
la domanda abitata
da tutte le risposte

Figliolo, ora che la clessidra terrestre è stata
capovolta, ora che il tempo divora gli ultimi
grani di voce residui, sebbene non sia stato
un padre esemplare, sebbene non abbia avuto
che un paio di versi come eletti discendenti
prima di ritornare a casa nella mia vera casa
voglio dirti la verità anche se è solo una verità:
ricorda che la realtà è un ponte e una luna
ha una faccia visibile al cuore e l’altra invisibile
agli occhi, ricorda che l’anima e l’inconscio
sono gemelli siamesi, hanno un solo volto
di bimbo millenario che sorride, rammenta,
ma il primo sorriso distingue il bene dal male,
il secondo si nutre di emozioni e non distingue
alcun male; ricordati che Dio ha molti nomi
della poesia, e non credere a chi crede
che la poesia solo letteratura sia, ricordati
di essere folle, perché solo chi è folle, folle
di sogni, folle d’amore, folle di vita,
non diventerà mai pazzo come il mondo.
Figliolo, quando il sole scomparirà nelle ossa
accendi una candela per me e combatti:
di un minuto, ti unirai gradatamente
􀁄􀁏􀁏􀂷􀁄􀁖􀁖􀁈􀁐􀁅􀁏􀁈􀁄􀀃􀁇􀁈􀁏􀁏􀁈􀀃􀁄􀁏􀁅􀁈􀀏􀀃􀃀􀁑􀁒􀀃􀁄􀀃􀁖􀁙􀁈􀁊􀁏􀁌􀁄􀁕􀁗􀁌􀀃
in un lago nudo che evaporerà
in un grido di giorni in preghiera
e in quel viaggio d’ombra, nervo
e luce, non avrai sete perché sarò lì
ad espirare in te questo tepore
per ispirarti parole mai pronunciate,
sulla nuca dei tempi ti solleverò nutrendoti
con foreste di raggi, foglie di neve,
lì aspetterò galoppando l’inquieto seme
del fuoco, nel timido sibilo esplosivo
tra l’aria e il fulmine, perché lì solo
non ho mai camminato sulla cera molle
non mi sono mai addormentato al centro
di un sorriso, ma sempre tra le onde acute
dei margini, specchiandomi nel buio
di un pennello colorato, impastando
le linee in sillabe minute sulla tela
della parola spirito in via della libertà,
benché il male bussasse ogni notte forte
alla mia porta con sembianze amiche,
nessuno mai ha varcato la soglia di casa,
e mai la lava mi ha mutato in pietra
e mai mi sono sentito a casa.

Gianpaolo G. Mastropasqua

 

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