Poesie inedite di Lucio Mayoor Tosi, commento di Giorgio Linguaglossa

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Scrive Lucio Mayoor Tosi:

«Sarà poesia quel che diventerà voce e commento di molte immagini.
Esattamente come Omero tanti secoli fa»

«Il verso si distende roteando simile alla punta di un trapano»

Aboliti l’arbitrarietà del segno linguistico e i significanti, ciò che resta non è il significato ma un resto, un residuo, un fossile, uno scarto, la mera materialità di icone linguistiche che formano una costellazione di tessere iconiche dove vengono impiegati i simboli iconici con i correlativi materici come meri surrogati, meri simulacri, come avviene nella superficie della comunicazione mediatica, dove la messa in rilievo della forma del «messaggio» in facebook e in twitter, acquista caratteri fisici e ottici. Un fenomeno analogo avviene in queste composizioni di Lucio Mayoor Tosi. Il «messaggio» è, in primo luogo, la sua superficie, comunica la propria corporeità nella misura in cui scrivere non è più un atto di pensiero che soggiace nel soggetto con un contenuto veritativo ma come un gesto che conserva, nel verso, quel gesticolìo proprio di una materialità extralinguistica, di un extra corporeo. Tipico ad esempio è la candida ammissione di Lucio Mayoor Tosi di non sapere affatto quale sia il «significato di quel che scrivo», appunto perché non c’è un significato ma tutti i significati possibili e immaginabili dal lettore. Tutti i significati compossibili. È una scrittura eminentemente ottica e iconica, ma le icone sono come svuotate di contenuto e se ne stanno lì a denotare dei referenti che nel frattempo si sono spostati, si sono dis-locati. La poesia di Lucio Tosi segue questa duplice dis-locazione: del soggetto e dell’oggetto, ed è questa una peculiarità della sua scrittura, il suo speciale apporto alla poesia della «nuova ontologia estetica».

In questo modo, Lucio Mayoor Tosi attua la presentificazione di ciò che sta al di là della icona linguistica con un uso spregiudicato di fraseologie disconnesse e lambiccate. Una scrittura eteroriflessiva, dunque, che ha rinunciato alla auto riflessività delle scritture elegiache incentrate sulla memoria privata; una scrittura che fa le bucce alla realtà extra segnica, alla matericità che sta oltre il segno linguistico. La cella dell’«io» è scomparsa, inghiottita dallo spazio vuoto della significazione. E con essa tutto il mondo oggettivo si dissolve in una miriade di appercezioni.
Scrive Lucio Mayoor Tosi: «Avrei potuto essere un altro». Eccellente ammissione di colpa: ormai l’«io» se ne è andato per i fatti suoi, ha preso congedo, ha dismesso l’abito di scena.
E ancora:

«Da non so Quale ombra mi venne incontro
ier sera un verso perso: io sono l’amante mia»

Dove è chiaro che qui c’è una disconnessione e una duplicazione allo stesso tempo tra l’«io» e «l’amante mia», tra l’io e l’oggetto. Le tipiche disconnessioni della scrittura di Mayoor Tosi prototipiche di una frattura che sta a monte della significazione e che la scrittura però non può non evocare se non in un laboratorio alchemico fitto di alambicchi e di liquidi fluorescenti che ribollono e friggono.

Giorgio Linguaglossa

 

Woody Allen
.
– Prenderò del Cornac; con spremuta di pomodori e un Lìsson.
– Ci vuole della cannella sul Lìsson?
– Sì, perché no.
Lo sai che sono innamorata di te.
Le tende del davanzale coprono le mie gambe.
Lampeggia il semaforo sul gommino della matita.
Gli studenti sul terrazzo della villa guardano
danzare le luci accese in giardino.
Scommetteresti che dietro quelle siepi ci sia il mare.
Voce del violoncello.

 

Matrimonio

Tu non lo vuoi un animale domestico. E nemmeno una sposa.
Oh, sarebbe bello invece: per tre giorni, un mese, due anni…
Sono la donna Uno, lei direbbe. E tu chi sei?
Scuoteresti il capo tra quel che sei, senza dire una parola.
C’è un triangolo tra lei e me. Qualcosa si sta muovendo tra le sue cosce.
Se è questo il nostro matrimonio, allora è senz’altro una trappola.
Tua madre è morta, Maylor, ma puoi sempre recuperare il prototipo.
Ho perso la visuale.
Però la cucina era in ordine. Ci penserei io. Sono a casa, direi.
Volevo ringraziarti. No, ti prego.
Ora cerca di dormire. La notte soffia nel grande tubo di gomma.
Un suono nero ma dolce, di terra.
Al mattino, servizio on line: sono io che ti chiamo dall’ingannatore elettronico.
Allora, come sto?
No, no no no no no.
No!
Vado nella camera adiacente. Ultima posizione.
Dieci 33, richiedo rinforzi immediati.
Papà…
Dobbiamo portarlo via da qui.
Non preoccuparti, non intendo morire.
Infatti papà è qui. Che succede? dice.
Come non lo sapesse.
Io scarabocchio.

 

DNA

Nella via percorsa da motorette, lui prese a destra. E subito entrò nel sistema di sicurezza delle Nazioni Unite con l’idea di sottrarre La moltiplica del tempo, un programma adattabile all’umano DNA.
Lo pose tra un caffè e l’ultimo articolo del giornale sportivo, messo a disposizione dal bar. Il programma agisce sulla percezione del tempo, così che, mentre pensi, l’ora indietreggia. Si ha più tempo per riflettere.
In un tempo diverso la moglie del gestore ripete i gesti della loro prima notte: si chiude in bagno, lo fa aspettare. Poi tocca a lui, che si lava i denti, rientra, spegne la luce, e si addormentano. Notte, notte.
Non c’è niente qui. Solo una tuta. Mi dispiace molto, Frank, so che avevi bisogno di soldi. Ci sono abituato, è da mesi che rinuncio anche al discount. Ricordo che l’ultimo aperitivo mi costò ben sei euro. Inoltre lo bevvi da solo.
La piazza sembrava l’uscita di una discoteca. Il neo di un piccione si staccò dalla bocca della chiesa. Là dentro il programma del tempo non serve. Giorno più, giorno meno, il bilancio dei peccati resta invariato.
Rischio vent’anni a San Quintino, si disse cercando di non vomitare. Ma il nuovo programma sembrava funzionare a meraviglia. Tra l’altro, grazie all’uso di parole dette “Proiettili giganti” poteva comporre intere frasi, anche se molto semplici. Provò con: ti andrebbe un tè?
“Che idea” disse la moglie del gestore, “Lo sai che il tè mi toglie il sonno”. “Da quando in qua mi vedi bere il tè?”. “Un tè a quest’ora? Che ore sono?”. “Non ti senti bene?”. “Grazie, con un velo di latte”.
Nel soggetto reale, il filo del programma garantisce una certa tenuta. Le formiche di fuoco… ma non ho tempo adesso per le spiegazioni. Il capitalismo è inquieto: vista la posta in gioco, i morti e tutto il resto.
Sta pensando a cosa sia meglio fare: come trasformare un problema in un vantaggio? L’importante è che tutto si svolga nell’arco di dieci anni, al massimo. Così ragiona il capitalismo.
Chiudi la porta. Bravissimo James, un tè è quel che ci voleva. Immettere un “Ti amo”, potrebbe funzionare? Scrisse: hai messo a repentaglio la missione. Ma ora non soffermiamoci sul passato. Ti amo.
“Che ti succede, stai per morire?” disse la moglie del gestore. E lui: “qualcuno dovrebbe raggiungere i bocchettoni dell’aria condizionata”. Lei approvò, le andava bene qualsiasi cosa lui decidesse. ” Sono contenta
che tu abbia deciso di portare a termine la missione”. La bambina non dorme ancora. L’importante è non dare nell’occhio, dicevano. Si sentiva della musica, probabilmente la grande nave stava uscendo dal sistema solare.
Papà!!!
Getta la pistola!
A tutto volume.

 

Buio e Bataclan

Musica in scatola di bionda qualità
per la stagione grigia
si effonde azzurrina tra gli alberi
e nei capelli.
Non so quale sorriso perfetto
e femminile c’incanta e sovrasta.
Corpo e pensieri come pesci
se ne vanno controcorrente.
Tempo di pace che sopravvive
anche in questo interno chiaro
mentre fuori ci aspetta divertita
la notte.
Tempo di pace nel deserto.
Sulla sponda del fiume, un momento
di confidenza con l’incredibile
sotto l’immenso cielo d’amore.
Oppure a Conny Island
in una notte trafitta da insegne
sognando di ricevere un caldo
pompino dalla vicina di casa
se solo capisse
o ascoltando musica colta
da un 33 giri sorseggiando gin
e scrutando sul ghiaccio
l’espressione mansueta
di un orso bianco. Che non c’è.
A Parigi musica latina
tangueros e maracas, di tutto un po’
e sconsolate discese da Montmartre
nel rumore dei propri passi
che ci fa sentire soli
e vivi.

 

Una volta per sempre

Questa volta ce la puoi fare. Non dare retta ai corrotti della pace, a quelli
che fin qui ti hanno tenuta in vita
che dopo ogni combattimento, ogni volta ti han curata con dosi shocking
di naftalina e profumo francese.
Dolce formalina, spettro delle rovine, avrai bisogno anche tu, soprattutto tu
di farla finita con vinti e vincitori.

 

Le parole nell’etere

Il verso si distende roteando simile alla punta di un trapano
scavando.
Quel che era sopra ora è sotto, e poi nuovamente ma in altro
aspetto.
Le parole nell’etere non hanno accenti, a stento una metrica
quantistica.
Semplicemente connesse, le parole si sentono meccanicamente
perfette.

 

Duemilaventicinque

Sarà poesia quel che diventerà voce e commento di molte immagini.
Esattamente come Omero tanti secoli fa. E tutto verrà registrato
e moltiplicato.
Scrivete storie per l’epica rinnovata e misuratele con l’epopea del classicismo.
Come sarti tendete il nastro del centimetro. In fondo quelli, che ne sapevano del vivere una libertà sbilenca, e potersi buttare contro un muro, di notte.
E ogni tanto scrivete di voi stessi, così che non si sappiano altre notizie.
Quindi ditene bene, o come sapete fare, ché questo è compito vostro.

 

L’amante mia

Da non so Quale ombra mi venne incontro
ier sera un verso perso: io sono l’amante mia.
Voleva un Corpo Umano. Ci siamo addormentati.
Il gelo si sta ritirando lasciando trasparenze
che sembrano Luminosi germogli. Oggi usciamo
io col verso mio sottobraccio.

 

Avrei Potuto

Avrei potuto essere un altro. Un indifferente seduto sul trono dell’arena
con in mano il cellulare mentre passano le Frecce tricolori.
Invece l’amore ha tratto dalla tasca una serie di fotografie piuttosto belle, alcune di un lontano passato e altre completamente inventate.
Il fiume ha esondato, le latrine della scuola si sono allagate proprio mentre stavano arrestando il colpevole in un telefilm. Non te ne ricordi perché eri piccola.
“Me(e)ey, smettila di dire stronzate! Ho il fango che mi arriva alla gola e tu non mi puoi salvare”
La piazza, un deserto pieno di fenicotteri.
“Se la poesia non è forma del linguaggio allora non fa differenza che si usi la prosa, quindi rilassati. Pensa a una scatola di cioccolatini. Ma uno due, non di più”
Sdraiàti guardando un muro. Non s’è mai visto spettacolo più divertente.
“Amore è tutto quel che gravita sul passaggio delle automobili nella statale. Praticamente l’intero universo”.
Appena fuori dal paese c’è una strada che porta diritta a Rio de Janeiro. In volo si farebbe presto ma in fondo tutte le strade son fatte di tempo infinito.
“Il tempo è la somma dei gesti compiuti. Solo i soprammobili non invecchiano”.
Per un po’ abbiamo dondolato sula barca toccando l’acqua con le mani.
“Ma è stato breve”.

 

Cinema

L’uomo esce sul ballatoio della casa a ringhiera.
Ha piovuto. Non sa dove sta andando, né se rientrerà.
Scende le scale: le sue scarpe, la rampa vista dall’alto.
La casa pare ormeggiata nel cassetto di una vecchia scrivania.
“Mi chiedevo dove avessi lasciato le scarpe”.
La donna guarda attraverso le fessure della tapparella.
Ha sentito sbattere la portiera.
“Abbiamo fatto l’amore senza baciarci”.
In anticamera, le ombre hanno qualità marine.

 

Un’immensa solitudine

Gli occhi aperti sul bordo della custodia del proiettore, e poi la matita rossa col gommino davanti alla cucitrice gialla con l’occhietto rosso, uguale identica a una mantide religiosa.
Il campo sportivo è deserto, le magliette dei colori nei vasetti hanno i coperchi infangati dalle ditate del pittore: partita finita, sbiadita. Verde e rosso si guardano, le O con le C della marca.
La baraonda di un quadro scuro, Ombre sulla neve, sta rupestre sulla parete moderna. Non parla di quest’epoca, è un quadro del duemila millennio e lo sa benissimo.
L’avessi io la possibilità di compiere un simile viaggio, dal mese scorso al novemila senza muovermi, ché tutto è stato fatto per un buon tratto di eternità, luce più luce meno.
L’interlinea dei versi lascia tracce da sci di fondo. Non so come faccia la poesia a becchettare tutte queste lettere in una volta. Ma guarda! il manico dell’ombrello se la fa col bastone, dice.

 

Anatre

L’anatra del tabacco nasce in Scandinavia
OGNI anno, il 25 dicembre.
L’ombra delle cime di Scandinavia
decora i labirinti dello scaffale.
L’anatra del modem ha UN piumaggio di lucette
Che si accendono ancor di Più verso sera.
Nel pomeriggio senza numero riconosco Nei libri
Il Profumo del tabacco.
Di quella Che sembrava l’anatra
Più canterina dello stormo, riconosco
l’ombra Che si aggira sullo scaffale,
Tra i libri e UN fumetto di Walt Disney.
Si è persa NEL pomeriggio senza numero
per Troppa libertà, si direbbe, un’ombra in cerca.
Non s’allontana dalle cime più alte dei Volumi
che stanno poco al di sotto di Quelli inesplorati
dove raccolgo la lista dei Debiti
che ho da Pagare.

Lucio Mayoor Tosi

 

downloadLucio  Mayoor Tosi è nato a Gussago, vicino a Brescia, il 4 marzo dell’anno 1954. Dopo essersi diplomato all’Accademia di Brera è entrato in pubblicità. Ne è uscito nel 1990, quando è diventato sannyasin, discepolo di Osho (da qui il nome Mayoor: per esteso sw. Anand Mayoor = bliss peacock). Ha trascorso più di vent’anni facendo meditazione e sottoponendosi a ogni sorta di terapia psicanalitica: sulla nascita e l’infanzia, sul potere, sulle dipendenze affettive ecc. Di particolare importanza, per la realizzazione di Satori, sono stati alcuni ritiri zen dove ha potuto lavorare sui Koan (quesiti irrisolvibili). Dieci sue poesie sono apparse nella Antologia di poesia Come è finita la guerra di Troia non ricordo a cura di Giorgio Linguaglossa (progetto Cultura, 2016). Vive a Candia Lomellina (PV), nel mezzo delle risaie, dove trascorre il tempo dipingendo e scrivendo poesie. Sue poesie sono state pubblicate on line su Poliscritture, La Presenza di Erato, L’Ombra delle parole e su alcune antologie.

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4 commenti
  1. Ho riletto le poesie e il mio commento di tanti anni fa, li avevo dimenticati. È stata una sorpresa notare come avessi centrato, criticamente, l’obiettivo cui mira questa scrittura poetica; «mira» nel senso che è una scrittura che non «mira» a nulla di nulla, che sa che l’io e il soggetto e l’oggetto sono un nulla di nulla e non vuole rappresentare null’altro che il nulla soggiacente…

  2. Arrivo solo ora a ringraziare, Luciano Nota per aver pensato alle mie poesie, Giorgio Linguaglossa per tutto, e i poeti che hanno commentato. Sono poesie di qualche anno fa, quando ancora non sapevo di scrivere in frammenti e li contavo per immagini. Musicalmente intonato. Con vocazione al thriller. Anche fortunato, talvolta, nell’esito.
    Grazie per la stima.

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