Dieci poesie di Marco G. Maggi da “Il quadrato delle radici”, Edizioni Ensemble – 2018, nota di Claudio Fiorentini

9788868812232Immaginiamo un percorso, uno qualsiasi: l’inizio è sempre il primo passo; la fine è sempre l’ultimo. Ma l’ultimo passo non è la fine della strada, anche perché oltre quel limite che abbiamo raggiunto c’è sempre un punto di fuga che ci fa intuire altro da quello che vediamo. Pensando, però, all’inizio del percorso, non dobbiamo soffermarci soltanto alla linea che lo delimita, semmai dobbiamo pensare a ciò che ci ha portati fin lì. Già, perché inziare un cammino comporta una decisione e questa è, prima di tutto, il risultato di una serie di ragionamenti e riflessioni che ci indicano la strada. Questi sono le radici da cui parte il germoglio, poi il gambo e poi le ramificazioni che si estendono nello spazio, nell’aria e nel vuoto, vibrando e danzando col vento che le culla. Si parte, quindi, dalle radici. Sempre. Qualunque cosa si faccia esse fanno parte del nostro io quando è già germogliato, e lo caratterizzano dandogli un silenzioso sostegno che si sviluppa nel buio della terra, per poi ripeterne l’estensione in quella danza di rami e vento che tanto ci seduce quando percorriamo questo sentiero. Così è questo libro, che unisce poesie brevi, libere nel verso e concluse tutte con un senso di pesante leggerezza, e suddivide il percorso in tre parti: radici, ramificazioni e poi estensione nel mondo, nel fuori, nell’altro. Le radici sono il nostro fondamento e ci trasmettono i valori solidi che ci guidano nella vita. Loro sono sempre lì, dentro la terra, anche se potiamo i rami. Così è per la prima parte di questa preziosa silloge, dove le radici raccontano le origini dell’essere uomo dell’autore, ma che costituiscono pur sempre valori universali. I valori ci guidano, qualcuno ce li ha trasmessi, quindi occorre ripercorrere il cammino delle radici, tornare nel buio della terra per capirne il senso; non solo, occorre anche riconoscerne la forza. Rendere omaggio alle radici non è un atto di riconoscenza a chi le ha rese tali, semmai implica capire il ruolo di chi tanto ha faticato per permettere al seme di aprirsi e come questo ruolo si è fissato in noi dando continuità, attraverso le nostre ramificazioni, all’opera grandiosa di chi è venuto prima senza di noi e, poi, insieme a noi. In poche parole significa perpetuare il prima attraverso il seme che ci ha resi germoglio, poi pianta, poi fiore nel quale ci manifestiamo.

Claudio Fiorentini

 

C’erano i tulipani…

Così è rimasto questo
un vaso di tulipani freschi
sopra la cattedra
il fiocco azzurro sul grembiule nero
una mano alzata
per ripetere la poesia a memoria
il compitino a casa.
Da lì a qui più di mezza vita
quasi una capriola
l’avvitamento nel tuffo carpiato
sulle sillabe del tempo
davanti a noi il precipizio
come un pugno nello stomaco
tirato senza preavviso.
Hai ragione tu
non si abbandona nessuno
nemmeno i ricordi
perciò adesso non aspettare:
bisogna fare in fretta
accarezzarne ancora i petali e
come gli insetti
assaporare il nettare di ogni fiore.

 

La coperta del figlio

Padre, quanti anni sono passati?
La memoria s’affanna al ricordo
di quel tuo ritorno da un viaggio
– mi mancavi oramai così tanto –
e portavi cucito ai vestiti
l’afrore di un Paese lontano.

Infinita era stata l’attesa
per compenso mostravi un regalo
ma quasi non riuscivo a guardarlo:
il sapermi con te nel tuo cuore
m’affollava gli occhi di lacrime
coprendomi di gioia lo sguardo.

 

Il quadrato delle radici

Le mattine avevano fauci di nebbia
inghiottivano prima dell’ingresso
e ti buttavano come una risacca
nelle sineresi dei neon sul linoleum
fino a dileguarsi nel buio dei passi

Si camminava rasenti alla vita
sognando un orizzonte lontano
– e qualcuno sarà poi anche andato
a cercare altrove la sua speranza –
ma i più sono ancora qui dove
anche uno zero ha la sua importanza

aggrappati alle nostre radici
siamo rimasti.

 

La sete

Sei tornata sull’asperità del sentiero
dove lasciasti la tua memoria intatta
gettando sulle pietre che hai incontrato
il sogno di una vaga giovinezza
le mie illusioni così cariche di rabbia

Perché non sei qui?

La luna taglia le notti come una scimitarra
di tutte le vite che ho vissuto
nell’inferno nascosto dentro l’anima
solo la parola ancora riesce a spegnere
la fiamma che imprigiona la mia sete.

 

Arianna

«Colei che aiuta»
ti ho chiamata così
in segno di auspicio
mi piacevano i suoni
le vocali allargate
come un grande abbraccio
come un volo d’airone

Nel labirinto del mondo
a cui ti ho offerto in dono
l’egoismo è un predone
penetra il nostro sangue
rubandoci il cuore

Ti ho voluto tramandare
l’attenzione per gli altri
la gioia di dare felicità
senza alcun pregiudizio
di fede o colore

sei tu
– è l’amore che hai in te –
la mia parte migliore.

 

Improvvisa l’assenza

Come in un incubo inatteso
volgendo dallo sguardo quotidiano
m’è apparsa per un solo attimo
la suggestione di una perdita

eppure eravamo proprio qui
dove splendono gialle le mimose
tra i verdi colli della tua casa
la dolce e aspra terra toscana.

I cipressi attendevano al freddo
nell’inverno delle stagioni
ma era già morte più della morte
l’immagine della tua assenza.

 

D’abbracci a d’abbandono

Guardali!
Sembrano quasi funambolici
in questa corsa contro il tempo
ti parlano di rimpianti
mentre aspettano il momento
che li riporti a casa.
Si chiedono se riusciranno
a spaccare il mondo in quattro
a lottare contro quel vento
che li tiene lontano.
Ogni tanto c’è anche questo
raccogliere i cocci dal pavimento
riabbracciare figli.

 

Ansietà

Il bombardamento dei mass media
mi ha ormai ceduto a rate
continue parole d’ansia
– un tot al mese –
come per l’acquisto
di un divano nuovo similpelle

Sono divise tutte equamente
infilate a una a una
tra il petto e lo stomaco

restano grevi sul fondo
a cercare un’intesa non semplice
con le mie.

 

Angiporto

Piange la femminilità ferita
lo strazio nei gemiti in arabo
e dall’occipite un fiotto rosso
si distende sull’arido asfalto

la vergogna si ritrae nel vicolo
i muri ancora ne avvampano
sedotti da una sillaba di cenere
come una donna senza scampo.

 

Auschwitz oggi

Di tanti campi di sterminio
non riuscii a vedere Auschwitz
rimasero nei miei occhi
solo le foto dell’ingresso
il riporto crudo delle immagini.
Eppure da Cracovia
le tante visite organizzate
sono molto frequenti
ma si confondono tra le réclame
dei viaggi a Sharm El Scheik
o di altri posti ameni.
Mi ritrassi allora disgustato:
mi risulta del tutto inaccettabile
questo far soldi con l’orrore
di certi tour operator.

Marco G. Maggi

 

1655974_1109795185717482_8092492709443054690_nMarco G. Maggi è nato a Tortona il 16 Novembre 1968, vive a Castelnuovo Scrivia (AL). Ha iniziato a scrivere poesie dalle Elementari, a metà degli anni 70′, periodo in cui alcuni testi furono pubblicati su un settimanale locale nella rubrica “La poesia di Marco”. Dopo alcuni lustri poeticamente infecondi, di lavoro e di viaggi in giro per il mondo,  pur leggendo molto e mantenendo vivo l’interesse per la parola, ha ricominciato a scrivere e ad occuparsi attivamente di Letteratura e di poesia da poco tempo. Sue poesie sono state pubblicate e selezionate su numerose antologie di concorsi e premi letterari dove ha ottenuto diversi riconoscimenti. Nel febbraio 2014 ha pubblicato la sua prima raccolta poetica, intitolata “Punto di fuga”, presso i tipi di Collezione Letteraria della Puntoacapo Editrice.

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