Tre poesie di Margherita Guidacci, nota di Marina Loffi Randolin

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Margherita Guidacci, Firenze 25 aprile 1921 – Roma, 19 giugno 1992

Le poesie di Margherita Guidacci, che quasi sempre posseggono l’andamento assorto e quieto della meditazione ad alta voce, attuano una sorta di catalogo delle certezze e delle incertezze, modulano il suo profilo mutevole, senza arretrare, perché sicura è la dignità di ogni gesto umano, degli “scampati e dei sommersi”: così suona la dedica di Neurosuite in cui – trattandosi di una condizione di confini – la scrittura è più compressa e impastata di scatti linguistici. La sua ricerca resta aperta in questa direzione: mentre l’esperienza della buona novella nella gente comune, di cui l’autrice si sente parte, è discontinua e appannata, nei santi essa diventa una durata, la percezione di un disegno, meglio, secondo l’espressione di un teologo svizzero, la percezione della forma. Attraverso le diverse tappe creative la Guidacci giunge in un certo senso, nella silloge del 1977 Il vuoto e le forme, a concentrarsi su questo tema: “…il foglio una/ frusciante assenza, la tastiera/ ostinato silenzio./ Il vuoto si difende./ Non vuole che una forma lo torturi.” Eppure la poetessa desidera la forma, ne ha una tesa nostalgia, e di nuovo, infatti, la tenta, fosse per negarla, o, più autenticamente, per dichiararne, nelle sue mani, l’inevitabile approssimazione.

Marina Loffi Randolin

 

Clinica neurologica
Qui giunto molte cose o pellegrino
puoi domandarti ma una sola importa:
E’ l’ultima casa dei vivi
o la prima dei morti?

*

Scrivo parole ogni giorno.
Non so dove arriverò,
scrivendo.
So che potrei tacere.
Colui che sa, non parla.
Muto nel ventre del tempo
dove uomini gridano, anche.
Lo sguardo
basterà per comprendere e dire
quanto la voce non dice.
Sfioro ogni istante, ogni giorno
l’urlo e il tuono. Vivo intorno.
Potrei fermarmi e attendere.
In silenzio.

 

Il vuoto e le forme 

L’inseguimento, la lotta
sull’orlo invisibile,
le immagini afferrate, già credute
nostre, ed in un istante
ridivenute nebbia,
il deluso ritorno –
di cacciatore a cui toccò soltanto
uno stormir di frasche e il breve lampo grigio
della lepre che a balzi si salva tra i cespugli;
di pescatore la cui lunga attesa
finì in un guizzo ironico di carpa,
quella beffa d’argento sull’amo appena sfiorato…

Come siamo sconfitti!
Come ci cadono di mano le inutili armi!
La pietra resta pietra, il foglio una frusciante
assenza, la tastiera
ostinato silenzio.

Il vuoto si difende.
Non vuole che una forma lo torturi.

Margherita Guidacci

 

Margherita-GuidacciMargherita Guidacci (Firenze, 25 aprile 1921 –Roma, 19 giugno 1992). Figlia unica, rimane orfana in tenera età. Cresce in campagna, in compagnia del poeta Nicola Lisi, suo cugino. Si laurea in letteratura italiana all’Università di Firenze, con una tesi su Giuseppe Ungaretti, specializzandosi poi in letteratura inglese ed americana, ha tradotto le opere di John Donne e le poesie di Emily Dickinson. Nel 1945 diventa insegnante, prima liceale e successivamente docente universitaria.
Pubblicazioni in poesia:

La sabbia e l’angelo, Firenze, Vallecchi, 1946
Morte del ricco: un oratorio, Firenze, Vallecchi, 1954
Giorno dei santi, Milano, All’insegna del pesce d’oro, 1957
Paglia e polvere, Padova, Rebellato, 1961
Le poesie, Milano: Rizzoli, 1965
Neurosuite, Vicenza, Neri Pozza, 1970
Il vuoto e le forme, Quarto d’Altimo, Rebellato, 1977
L’altare di Isenheim, Milano, Rusconi, 1980
Brevi e lunghe, Città del Vaticano: Libreria editrice vaticana, 1980,
L’orologio di Bologna, Firenze, Città di Vita, 1981
Una breve misura, Chieti, Vecchio faggio, 1988
Il buio e lo splendore, Milano, Garzanti, 1989
Anelli del tempo Firenze, Città di Vita, 1992

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