Guglielmo Aprile, “Il talento dell’equilibrista”, Giuliano Ladolfi Editore, letto da Giorgio Linguaglossa

GUGLIELMO APRILE iL TALENTO DELL'EQUILIBRISTAPer racchiudere il lavoro poetico di Guglielmo Aprile in una definizione precisa dovremmo parlare di poesia della disseminazione prosastica. Da un lato, Aprile preferisce la raffigurazione di un quotidiano dimesso, con illuminazioni laterali, direi di transito, colori ridotti al chiaroscuro, transito sulla linea delle cose; dall’altro, c’è il progetto di indicare le «cose» come se fossero osservate da un punto di vista in movimento, dove non sai se siano le «cose» in movimento o il punto di vista dell’osservatore. C’è un via vai, un affollamento, un affoltimento di «cose», di relitti, un infoltimento delle «cose» dispari. E qui la gamma stilistica di Aprile mostra una tenuta encomiabile, restando pur sempre unidirezionale e monotonale per via di una concezione della poesia che risponde alle esigenze di un canovaccio tematico di tipo realistico ormai ampiamente perlustrato dalla poesia contemporanea. A mio parere, là dove Aprile introduce una maggiore variabilità sintattica e linguistica la poesia ne guadagna in incisività e mordente. L’impiego di un apparato ironico statuisce questo modo di procedere. Il titolo non casuale Il talento dell’equilibrista vuole richiamare il lettore ad una migliore attenzione al quotidiano. L’impiego di un linguaggio basso-colloquiale conferisce alla raccolta una omogeneità stilistica encomiabile ma tutta incentrata sulla procedura ironica. Il noto assioma secondo il quale «il linguaggio esiste indipendentemente da noi» ha il suo correlativo nell’altro: «le cose esistono assolutamente e indipendentemente da noi, per esse non si pone il problema del senso e neppure quello della significazione», le cose stanno lì, al di fuori di noi, esse insistono ed esistono al di fuori del nostro ego, ecco il punto. Per Aprile una visione trans-oggettuale e trans-soggettuale del linguaggio è di là da venire, la sua ricerca resta ancora fedele ad una procedura realistica, l’autore non usa mai modi prescrittivi, spesso utilizza frasari incidentali, casuali ironicamente detaché, lascia intendere che là dove ci sono le cose manca il senso, e dove c’è il senso mancano le cose. Certo la posta in gioco è alta e impegnativa: narrare il quotidiano da un punto di vista che sta nelle cose significa individuare un linguaggio idoneo alle premesse da cui si parte. La scelta del verso libero è in tal senso azzeccata, come azzeccato è l’alternarsi di versi brevi e lunghi come ad indicare quella irregolarità e dis-continuità di cui il «reale» si fa porta-voce e che la poesia deve accogliere se vuole essere all’altezza del suo compito. Credo che il problema delle difficoltà di oltrepassare la prosasticità del dettato poetico vale in genere per la poesia italiana di oggi ed è ben visibile anche in questa raccolta di Aprile, fermo restando che resta assai problematico per i poeti di oggi individuare la via da percorrere per la emancipazione dalla soggezione alla disseminazione prosastica che è poi la vera zavorra della poesia italiana contemporanea.

Giorgio Linguaglossa

 

Stralcio prefazione (“Il viaggio finisce qui”)

“La distruzione del “sacro”, causata dall’avvento della modernità, comporta la perdita di ogni valore e l’incapacità di trovare risposte ai quesiti esistenziali e di giustificare la realtà e l’esistenza umana provocando il conseguente trionfo dell’insignificante e del nulla. La contemporanea speculazione filosofica offre sicura testimonianza del baratro in cui siamo caduti, anche perché si aggiunge la sfiducia di risalire la china. L’autore che in modo più evidente esprime questa crisi è Federico Nietzsche, il quale nell’ultima opera, Volontà di potenza, dopo aver invano cercato il senso dell’universo e delle vicende umane, scopre che tale senso non c’è e che, dopo aver postulato un criterio sistematico come base di tutto il reale, giunge alla conclusione che tale elemento non esiste. Di fronte all’individuo non rimane che un mondo senza ordine, senza struttura, senza finalità (…). Ma dopo più di cento anni, nonostante tutti i tentativi, ci si accorge che l’ansia metafisica, di cui Aprile è lucido testimone, non ha esaurito il suo anelito (…).”
“La poesia simbolica, in primo luogo, è poesia totale, poesia che deriva dall’integralità e della concretezza dell’essere umano, che non è solo ragione né solo sentimento, che non è solo materia né solo un aggregato di meccanismi psichici, ma vive ed opera in una condizione che supera il dominio dei sensi (…); così la mentalità simbolica postula un’altra realtà: accanto al presente l’assente, al passato il futuro, alla materia lo spirito, all’espressione il pensiero, all’ “enigma” la realtà che si cela dietro lo specchio. Il simbolo non è solo traccia di “altro”, ma indica anche che quell’ “altro” conta di più.”

Giuliano Ladolfi

 

Prognosi

Conosco il destino delle auto incidentate,
mi smantelleranno
pezzo per pezzo, i beni in ipoteca
si svalutano, o si danno alla Caritas;

rifiuterò le cure palliative,
la chimica farà valere i suoi diritti:
presto avrà fine questa serie di oneri
così sterile,
digitare il codice di accesso,
orientare lo stendibiancheria
verso nord al mattino,
andare ad urinare ogni tre ore.

 

Di questo passo

Ci si incammina verso una probabile
liquidazione totale,
a breve è previsto l’esproprio,
dichiarato incapace di intendere e volere
il vecchio che provvedeva a sfamare
i piccioni dell’intero quartiere;
a partire dal primo di ogni mese
scatta la detrazione,
la confisca è immediata,
le ali di paglia finiscono all’asta,
si mettono i sigilli
ai cassetti in cui non abbiamo guardato,
si archiviano le domande
scadute per decorrenza dei termini.

 

Foce del mondo

Il bidone dell’indifferenziata
trabocca ogni giorno di più
di cartoline dalla luna di miele
e attestati di frequenza,
due foche morte sul cuscino,
giuramenti d’amore
e notti in ospedale.

Tanto si finisce scaricati
in ogni caso
in un cimitero di scarpe rotte,
tutto intorno papaveri in coro
che fiammeggiano indifferenti;
una botta con il giornale e la mosca
è una macchia su un muro, e sarà
come se non fossimo mai nati.

 

Catarsi

Occorre rigore
per segnare con la calce la fronte alle strade,

il fuoco è il più igienico metodo
di smaltimento del superfluo:
cibo perfetto per le fiamme
i giornali in sala d’attesa,
buoni sconto e proposte immobiliari
ultravantaggiose traboccano
dalla cassetta postale (dobbiamo
svuotarla ogni giorno), l’universo
ci invia con puntualità la parcella;

migliaia di scarpe allacciate per migliaia di mattine
dirette in nessun altro posto
che l’inceneritore,
quello che avanza della cremazione
si butta giù nel lavandino.

 

Ultima corsa

Inutile portarsi dietro l’intero guardaroba
in vista del viaggio.
Tanto non passano la dogana
le cornici dorate
e le teste di orso impagliate,
l’abbronzatura presto sarà sparita;
andato perso il bagaglio
per colpa dei ladri o per la fretta
di non perdere una coincidenza.

Ogni sera la stessa stazione anonima,
fa paura
dopo l’ultima corsa: è qui che scendo,
i fanali mi compatiscono,
la valigia vuota eppure così pesante.

 

Il gioco della morra

L’ospite ama fare improvvisate,
verrà a citofonarmi
quando sono in pigiama o sotto la doccia:
jazzista dei calendari,
si beffa dei pronostici,
è il fattore sorpresa
che lo rende imbattibile alle carte,
ha una mano
veloce e furbissima, con cui apre
a caso ogni giorno i suoi elenchi,
possiede in rubrica i recapiti
di tutti gli imboscati,
potrebbe in qualunque momento
raggiungerli, non è che per pigrizia
se non lo ha fatto ancora.

Guglielmo Aprile

 

guglielmo-aprile-foto-volto-jpgGuglielmo Aprile è nato a Napoli nel 1978. Attualmente vive e lavora a Verona. È stato autore di alcune raccolte di poesia, tra le quali “Il dio che vaga col vento” (Puntoacapo Editrice), “Nessun mattino sarà mai l’ultimo” (Zone), “L’assedio di Famagosta” (Lietocolle), “Calypso” (Oedipus); per la saggistica, ha collaborato con alcune riviste con studi su D’Annunzio, Luzi, Boccaccio e Marino, oltre che sulla poesia del Novecento.

 

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8 commenti
  1. Queste poesie mi ricordano che la gioia non cala dall’alto ma trova origine e si alimenta nel basso, nel substrato dell’esistenza. Un sincero buon umore viene da qualcosa che dica del peggio, meglio di tante parole di speranza. Io sto bene quando leggo cose losche, purché siano autentiche o quando almeno ci provano. Non si tratta di tentare il realismo, che questo sarebbe impossibile e la questione formale è determinante – a parer mio qui ci siamo e non ci siamo ancora. Però la giornata è cominciata bene. Grazie

  2. Al di sotto scorre il fiume del niente. Tutto va a fine, o tutto è già finito e si galleggia su di un’illusione di esistenza che si mantiene in equilibrio sulle parola. Ma non sulle parole in doppio petto, ma su quelle che si son gettate e si gettano fuori di terra, come le piante dai germogli sepolti. Ché questo è realismo, un realismo definitorio, che risponde alla domanda sommersa “Ma il realismo che cos’è?”

  3. A me, sinceramente, la mia poesia non piace proprio: sono io il suo primo detrattore; del resto, essa è il distillato di una esistenza insipida, incapace di trovare una giustificazione, e di una personalità incolore: come potevo aspettarmi che la mia scrittura fosse qualitativamente diversa dai presupposti che la originarono? Si riconosce il figlio dal proprio padre; e se il terreno è guasto è quasi logico che la pianta germogli solo rovi. Eppure, sarebbe tutt’altra la poesia che io considero autentica e a cui aspiro: ma un gallinaccio come fa a volare? Una poesia che squassi il reale e ne disarticoli le maglie: accesa esuberante verticale. Altrimenti, si resta nel pollaio minimalista: si prolunga un filone sterile e ormai esaurito: quello tardo-novecentesco, dalle cui auctoritates abbiamo quasi il timore reverenziale di emanciparci, finendo per fare accanimento terapeutico su un cadavere…

  4. sinteticamente : direi ottimo poeta, ( anche se l’autore non è d’accordo). Sarà anche un filone tardonovecentesco, ma è ancora un filone dal quale si possono ricavare ottimi pezzi come i suoi. grazie

  5. Carissimo Guglielmo Aprile, mi pare che s’incappi in un equivoco: il mio commento non era una stroncatura, ma un grande apprezzamento. La mia critica operazionale s’illude – almeno – di esser riuscita in un’impresa che altri, lungo i secoli, han definito impossibile: la definizione della poesia. Data questa luce, davanti a un testo, essa s’ingegna innanzitutto di vedere se esso possa essere poesia, e lo è solo se dietro vi compare un retroscena, se ne traspare un altrove, come si diceva una volta. E questo retroscena c’è, ed è quanto è rilevato nel mio commento. Deve essere stato quel “fuori di terra” a deviarla. Ma è solo un paragone per dire il realismo radicale, il “realismo definitorio, quello che risponde appropriatamente alla domanda: ma il reale che cos’è?”

    • Gentilissimo Domenico, non mi fraintenda: riconosco il suo apprezzamento e la ringrazio; l’insoddisfazione che traspaare dal mio intervento non dipende dal commento lasciato da Lei né da nessun altro in questa sede, ma dal rapporto conflittuale con cui io vivo il mio peresonale sforzo espressivo. Un caro saluto

  6. caro Guglielmo la tua pubblica confessione di non aver centrato l’obiettivo con la tua poesia ti pone su un podio infinitamente più alto di tanti smargiassi auto poeti che si fanno candidare al Nobel dalle riunioni di condominio. L’insoddisfazione di oggi prima o poi ti spingerà verso quegli obiettivi che hai in mente. Pensa che una poetessa di genio come Maria Rosaria Madonna ha dovuto aspettare 16 anni per vedere le sue poesie pubblicate dopo la sua morte prematura…

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