Lo spazio espressivo integrale in una poesia di Anna Achmatova e di Tomas Tranströmer, a cura di Giorgio Linguaglossa

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Anna Achmatova, Bol’soj Fontan, 23 giugno 1889 – Mosca, 5 marzo 1966

Una poesia di Anna Achmatova
(versione di Paolo Statuti)

Questa poesia mostra tutta la femminilità e la passionalità della grande poetessa russa. La scrisse nel 1911 quando aveva ventidue anni. Nel 1910 aveva sposato il poeta Nikolaj Gumiljov. Nella poesia si tratta di lui?

Strinse le mani sotto la scura veletta…
Strinse le mani sotto la scura veletta…
“Perché oggi hai quel viso sbiancato?”
– Perché di amara tristezza
Io senza pietà l’ho ubriacato.

Come scordare? Egli uscì vacillando,
La bocca dal dolore storta…
Io corsi, quasi volando,
Gli corsi dietro fino alla porta.
Ansimando gridai: “È stato tutto
Uno scherzo. Morirò se te ne andrai.”
Sorrise tranquillo e tremendo
E disse: “Rientra, o ti raffredderai”

Per esempio, in questa poesia c’è una esperienza personale trasformata in evento linguistico. La poesia nasce da una esperienza reale, vissuta dal poeta. Ci sono però altri tipi di poesia nelle quali non si dà una esperienza in carne ed ossa, realmente vissuta o rivissuta ma interalmente disegnata dalla immaginazione. Questo per dire che in arte ci sono delle convenzioni che il poeta o il pittore accetta (consapevolmente o inconsapevolmente), c’è una «cornice» che racchiude il quadro, per cui il contenuto pittografico, diciamo, non può uscire fuori della cornice; in altri casi invece il contenuto pittografico eccede, sortisce fuori dalla cornice… Oggi è il pittore, il poeta, lo scultore che dà a se stesso le regole che deve seguire, non si dà più alcuna imposizione dall’esterno, l’opera si è aperta e sconfina con il «fuori»… concetti come il «dentro» e il «fuori» appaiono antiquati e non idonei per costruire una composizione, una installazione, una pittura, etc… Chiediamoci: che cosa divide il «dentro» da un «fuori» in un’opera (linguistica o iconica)?. Ma è ovvio, è sempre l’autore che governa i confini tra il «dentro» e il «fuori». Ad esempio, quando noi parliamo di «frammenti» iconici e linguistici, c’è chi salta sulla sedia per opporre al falso del frammento la continuità dell’anima sinfonica e delle musiche del pentagramma sonoro e delle sinfonie celesti… insomma, si tenta di negare legittimità estetica ad un certo concetto di arte. In fin dei conti si fa politica, si utilizza la politica per censurare una forma di arte che non si condivide. In definitiva, voglio dire che le categorie del politico inquinano sempre e da sempre le categorie estetiche. È un dato di fatto.

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Tomas Tranströmer, Stoccolma, 15 aprile 1931 – Stoccolma, 26 marzo 2015

Una poesia di Tomas Tranströmer

Quando io parlo di «spazio espressivo integrale», intendo una costruzione poetica che «apre» ad uno sviluppo stilistico, cioè ad una forma-poesia fondata sulla eterogeneità lessicale, pluristilistica, multiprospettica, multitemporale e multispaziale; intendo un nuovo tipo di poesia che è stata inaugurata in Europa, come sappiamo, da Tomas Tranströmer con 17 poesie (1954) una forma non più lineare melodica ma fondata sulla profondità spaziale e temporale del costrutto, in cui le immagini, completamente immaginifiche e sganciate da qualsiasi «esperienza» vissuta, sono collegate in modo da enuclearsi l’una dall’altra.

Leggiamo la poesia di Traströmer:

Il risveglio è un salto col paracadute dal sogno.
Libero dal turbine soffocante il viaggiatore
sprofonda verso lo spazio verde del mattino.

Giorgio Linguaglossa

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