Cinque poesie di Alfonso Gatto, nota di Geno Pampaloni

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Alfonso Gatto, Salerno, 1909 – Orbetello, 1976

Fiorita nella stagione dell’ “ermetismo” la poesia di Alfonso Gatto ne è rimasta l’espressione coerente e fedele; in virtù, soprattutto, di uno splendido estremismo volto a cogliere nella parola poetica il supremo rischio spirituale ed esistenziale. Nella sua poesia urgono due forze contrastanti: da un lato il dono musicale, la tenera lusinga di irretire, nel canto, l’ineffabile dolcissimo della vita; dall’altro che la coscienza alla  poesia moderna spetta il compito di ricostituire, rifondare l’essere-universo. L’angoscia cosmica di Pascoli e l’innocenza di Rimbaud furono i poli entro cui si mosse la poesia di Gatto. Se questa ispirazione progettuale e metafisica, una delle più ambiziose del secolo, sia stata esaudita, è difficile dire. Sembra peraltro certa l’ingiustizia di ridurre la sua voce, come talora si è fatto, a un colorito surrealismo minore, a un felice vagabondaggio tra lampeggiamenti e fremiti di immagini. Chi rilegga i suoi versi, di paesaggio,d’amore, di affetti familiari, di passione civile, di carnale e intellettuale meraviglia di fronte al creato, ritrova in essi una potente vena conflittuale che, dal luttuoso e solare accento di commozione dell’età giovanile, cresce su se stessa in una continua accensione di sensualità e metafisica.

Geno Pampaloni

 

CANTO ALLE RONDINI

Questa verde serata ancora nuova
e la luna che sfiora calma il giorno
oltre la luce aperto con le rondini
daranno pace e fiume alla campagna
ed agli esuli morti un altro amore;
ci rimpiange monotono quel grido
brullo che spinge già l’inverno, è solo
l’ uomo che porta la città lontano
e nei treni che spuntano, e nell’ ora
fonda che annotta, sperano le donne
ai freddi affissi d’ un teatro, cuore
logoro nome che patimmo un giorno.

 

A MIO PADRE

Se mi tornassi questa sera accanto
lungo la via dove scende l’ombra
azzurra già che sembra primavera,
per dirti quanto è buio il mondo e come
ai nostri sogni libertà s’accenda
di speranze di poveri di cielo,
io troverei un pianto da bambino
e gli occhi aperti di sorriso, neri
neri come le rondini del mare.

Mi basterebbe che tu fossi vivo,
un uomo vivo col tuo cuore è un sogno.
Ora alla terra è un’ombra la memoria
della tua voce che diceva ai figli:
“Com’è bella la notte e com’è buona
ad amarci così con l’aria in piena
fin dentro al sonno”. Tu vedevi il mondo
nel plenilunio sporgere a quel cielo,
gli uomini incamminati verso l’alba.

 

INVERNO A ROMA

I bambini che pensano negli occhi
hanno l’inverno, il lungo inverno. Soli
s’appoggiano ai ginocchi per vedere
dentro lo sguardo illuminarsi il sole.
Di la’ da se’, nel cielo, le bambine
ai fili luminosi della pioggia
si toccano i capelli, vanno sole
ridendo con le labbra screpolate.
Son passate nei secoli parole
d’amore e di pietà, ma le bambine
stringendo lo scialletto vanno sole
sole nel cielo e nella pioggia. Il tetto
gocciola sugli uccelli della gronda.

 

I POVERI

I poveri hanno il freddo della terra.
Nella città spiovente, ai tetti, al fumo
tranquillo delle case, il giorno migra
nel colore d’oriente: così calma
la sera agli occhi mesti si fa lume.
Io li ricordo contro un cielo d’aria,
i poveri stupiti, come l’agro
verde dei prati sfiora nella pioggia
una velata eternità di sole.

 

IN UN SOFFIO

Risvegliare dal nulla la parola.
È questa la speranza della morte
che vive del suo fumo quando è sola,
del silenzio che ventila le porte.

Il passato non cessa di passare
e l’odore che sparve è l’aria calda
che ferma gli oleandri lungo il mare
in un soffio di mandorla e di cialda.

Alfonso Gatto

T594256A-1Alfonso Gatto nasce a Salerno nel 1909. Esordisce con Isola (Ediz. Libreria del ‘900, Napoli, 1932) e Morto ai paesi (Guanda, 1937), poi accolti con altri testi nella versione definitiva in Poesie, Mondadori, 1961. Seguono: L’allodola, Scheiwiller, 1943; Amore della vita, Rosa e Ballo, 1944; Il capo sulla neve, Milano-sera, 1949; Nuove poesie, Mondadori, 1950; La forza degli occhi, Mondadori, 1954, 1967; Osteria flegrea, Mondadori, 1962; La storia delle vittime, 1966; Poesie d’amore, 1973. Postumi sono usciti: Lapide 1975, con una lettera di G. Caproni e introduzione di G. Vigorelli, S. Marco dei Giustiniani, 1976; Desinenze, Mondadori, 1977. Uscito di recente il volume Tutte le poesie a cura di Silvio Ramat, Mondadori, 2017. Con Pratolini fonda nel 1938 la rivista Campo di Marte. Muore a Orbetello, Grosseto nel 1976.

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