Il poeta che canta l’amore e il mare: a colloquio con Corrado Calabrò, a cura di Valeria Marzoli

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L’universo poetico di Corrado Calabrò riesce a fondere la realtà in una sintesi lirica volta a raggiungere un pregiato livello di perfezione e di efficacia espressiva tale da renderlo una delle voci più apprezzate nel panorama culturale nazionale e internazionale contemporaneo. Gli archetipi su cui si fondano le liriche di Calabrò, intessute di colori e di echi della sua terra, sono l’Amore e il Mare che ci permettono di esplorare-godere l’essenza della sua creatività e di essere, anche solo per un attimo, avvolti dalla luce della sua poesia.

imagesNato a Reggio Calabria, nel 1935. Si laureò in giurisprudenza a soli 22 anni anche se avrebbe desiderato dedicarsi allo studio della fisica. Tra i suoi lavori ricordiamo: Vuoto d’arìa (1980>, Parma: Guanda; Presente anteriore (1981), Milano: Vanni Scheiwiller; Mittente sconosciuta (1984), Fontanellato: Franco Maria Ricci; Rosso d’Alicudi (1992) Milano: Mondadori; Lo stesso rischio (Le mèmerisque) (2000), Milano: Crocetti; Le ancore infeconde (2001), Roma: Pagine; Una vita per il suo verso (2002) Milano: Mondadori; Mi manca il mare (201 3) Torino: Genesi Editrice; e Ricorda di dimenticano (1999), Soveria Mannelli: Rubbettino, finalista al premio Strega. Ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti nazionali e internazionali. Calabrò è stato tra i poeti ospiti della nona edizione del Festival della poesia europea di Francoforte sui Meno, svoltasi dal 19 al 21 maggio 2016.

Domanda: Aristotele affermava che il fine della poesia è «dire l’universale», invece che cosa rappresenta per Lei la poesia?

Risposta: La poesia non si esprime con concetti, proposizioni astratte, come la filosofia. La poesia coglie aspetti particolari della realtà, ma rivelandocene risvolti che guardavamo con gli occhi dell’abitudine senza vederli. È così che essa dà una valenza universale al particolare. Si pensi alla madeleine di Proust: racconta l’esperienza personalissima dell’assaggio di un biscotto inzuppato nel tè ma ci rivela la potenza evocatrice della memoria involontaria che fin allora ci sfuggiva. Più la realtà ci sfugge, più sentiamo il bisogno di preservare l’unicità del nostro vissuto, la suggestione di un’alba sul mare, l’emozione del primo amore, il dolore per la morte del nostro cane, il rimorso per un abbandono. Emozioni, percezioni provate e perdute; forse rimosse. “I veri pensieri nei veri poeti avanzano tutti velati, come le egiziane”, ha scritto Nietzsche. Il valore medianico della parola poetica non sta in quello che dice, sta in quello che suscita. La parola poetica è quello che in termini neurobiologici, di funzionamento del cervello, si chiama un precursore (ad esempio, l’elledopa rispetto alla dopamina): non c’impronta di sé ma di quello che induce. Il non detto che scaturisce dal detto, l’evocazione nell’udito interiore generata da un ascolto insostituibile e indeterminato ad un tempo. La poesia comunica come i segnali di fumo degli indiani, come le bandierine sventolate secondo l’alfabeto Morse dai marinai di una volta. Un messaggio criptato, ma decifrabile da chi ne ha in comune il codice. E’ tutto un gioco di dire e non dire; sì, come un gioco di sponda nel biliardo. Un gioco di senso-ultrasenso, il gioco dell’analogia, dell’allusione attraverso cui si dispiega la funzione della parola poetica, che — come dicevo — non è una funzione di comunicazione diretta, è una funzione evocativa. L’analogia, la metafora, reprimono, rendono recessivo il significato usuale, corrente, convenzionale dell’espressione per farne intravedere un ulteriore. La pseudoverità poetica (possiamo dire, parafrasando ancora Nietzsche) è un mobile esercito di metafore; si sposta sempre un po’ più in là (μεταοω) del punto dì contatto che stavamo per raggiungere. La poesia è un andar oltre, un oltrepassare la soglia del già detto. E siccome noi conosciamo attraverso le parole (che conformano addirittura il nostro cervello mediante la strutturazione delle sinapsi), la poesia è metafisica. Ma come il volto di Minerva non poteva essere guardato direttamente né mostrato allo scoperto senza restare pietrificati, così la poesia deve dissimulare «il valore in sé» della sua rivelazione (secondo l’originaria accezione ambivalente della parola re-velatio, nella quale il re può avere tanto significato di reiterazione quanto di ritrazione, dell’infittirsi o della caduta del velo, dello svelarsi di ciò ch’è nascosto o dello sfocarsi di ciò ch’è noto). Ma non ci deve essere elucubrazione, cerebralità in questo gioco di copri-scopri.

D.: Nella sua poesia Lei pone l’accento sui grandi interrogativi dell’esistenza, ma sono l’Amore e il Mare le sue principali fonti d’ispirazione. Ci parli del suo mondo poetico.

R.:L’amore è forse la principale porta della poesia. Rompe la scorza del nostro ego, ci spinge a uscire dall’incomunicabilità e, al tempo stesso, nel momento cioè in cui avvertiamo un’immagine nuova di bellezza — un’immagine che vediamo noi soli —, ci spinge ad usare un’espressione inedita, tutta nostra, forse indicibile, per esprimerla. Ci spinge, quindi, alla creatività. È talmente forte la spinta dell’amore che, dopo aver cercato di fare di noi carne e anima dell’altro-da-sé e dell’altro carne e anima nostra, ci induce all’oltre da entrambi noi stessi. L’amore ci rivela la nostra incompletezza e il bisogno d’integrarci nei rapporto con l’altro, L’altra-da-sé ci manca perché e finché non si realizza l’incontro, l’incastro. Ci manca quando l’intesa non c’è più. Ma ci manca, comunque, nella misura del divario intercorrente tra la nostra aspettazione e la realizzazione del rapporto, di qualsiasi rapporto. L’amore, insomma, ci manca sempre, in qualche misura. C’è una potenzialità enorme nel sentimento d’amore in incubazione. Ma è proprio l’impossibilità di far coincidere la potenzialità con la realizzazione a far scattare e ad alimentare l’amore, come tentativo — irrinunciabile (a pena di rinunciare, ci sembra, alla ragion d’essere della nostra stessa vita) e inattuabile — d’immedesimarci con l’altro-da-sé. In realtà più che la persona amata amiamo l’amore. Solo che è la persona amata a farci provare la terribile intensità del sentimento d’amore. Accade un po’ come nella poesia: l’interazione emotiva e intellettiva poetica non nasce in sé dalla parola versificata, nasce — come dicevo — dal non detto. Ma — qui sta il punto —, da quello specifico detto. L’amore si manifesta col bisogno della parte mancante al senso-non senso della nostra vita. Senza amore non si conosce appieno la nostra realtà esistenziale. Eppure l’amore è un’ultrarealtà, è un protendersi oltre l’effimera concretezza del nostro quotidiano; esprime la tendenza al prolungamento, alla procreazione (ch’è una forma di creatività), nella rigenerazione dell’essenza fuggevole del nostro passaggio su questa terra. Ma l’immedesimazione con l’altro-da-sé è una scommessa sfuggente. Come la poesia, appunto. Senza l’amore la nostra conoscenza della vita sarebbe gravemente menomata; senza la poesia la nostra visione del mondo sarebbe ottusa, banale, ripiegata sul dejà vecu. Sì, la poesia è un interruttore, tiri commutatore di banda, che fa sì che appaia sul nostro schermo interiore qualcosa che avevamo sotto gli occhi e che guardavamo senza vedere, Un trasalimento dell’anima che sposta un po’ più in là il nostro orizzonte mentale, o così ci piace credere. A volte, in un momento felice che ha del magico un’immagine, una percezione, un’intuizione si stacca dal film travolgente del quotidiano e s’impone all’attenzione con una suggestione imprecisabile, condensando in sé un significato che ci conquista come una rivelazione, tanto da diventare un’immagine, una percezione, un’intuizione sovradeterminata: un orizzonte di significato è stato superato. È come il fiammifero dì Prévert. Ricordate quella poesia di Prévert, «Tre fiammiferi accesi nella notte»? Un innamorato, al buio su un ponte sulla Senna, accende tre fiammiferi: uno per vedere gli occhi, uno per vedere la bocca, un terzo per vedere il volto tutto intero della sua ragazza. Un altro elemento ispiratore della mia poesia è indubbiamente il mare. Sono nato sulla riva del mare; certi autunni le mareggiate giungevano fino alla soglia della nostra casa di campagna ai bordi della spiaggia. Per me è difficile capire come qualcuno possa non nuotare, così come non ci passa per la mente che uno non sappia camminare, li mare è stato il mio imprinting; lo Stretto di Messina il calco di bellezza primigenia con cui ha dovuto poi confrontarsi qualsiasi emozione paesaggistica. L’estate era il mio ambito di libertà, “Con un tocco alla barra ed alla vela / si schiudeva alla prua un’altra rotta” (“Subway”, Una vita per il suo verso). Seguivo con lo sguardo le navi che, lasciato lo Stretto, rimpicciolivano sempre più fino a venire inglobate nella distesa liquida. Pure, mi sembrava di continuare a vederne una parvenza, come il sorriso del gatto sparito di Lewis Carrol. Avrei voluto seguirle a nuoto o in barca a vela spingendomi fino alla soglia che segna il limitare a un nuovo giorno. A diciott’anni ho attraversato a nuoto lo Stretto di Messina. E prima ancora, da ragazzo, sempre in Calabria, ho costeggiato per anni a nuoto, estate dopo estate, le spiagge di Riace, senza sospettare minimamente che sotto pochi metri d’acqua — quell’acqua che portavo a me una bracciata dopo l’altra — ci fosse un’altra presenza, sdraiata su un letto di sabbia, le statue dei guerrieri greci, alzatesi in piedi per noi, ai nostri giorni, dopo millenni. Solo a chi non l’ama il mare appare sempre uguale: per chi l’ama, per chi ce l’ha dentro, il mare è cangiante, mutevole, mutante, stabilisce un rapporto sempre diverso con chi lo mette alla prova. Ancora adesso posso nuotare per sette-otto chilometri senza che il battito del polso si acceleri di una pulsazione. È una condizione di affidamento: al mare io m’affido e ne vengo cullato, anche dalle onde più alte. Per parlare del mare mi vengono spontanee parole e movenze metriche come se parlassi dell’amore, della madre, della sorte, dell’oltre. Un oltre di cui non ho paura. Di notte uscivo coi pescatori, a vela, a motore, a remi. A volte incappavamo in burrascate tremende: l’onda passava sopra la barca. No, in mare non ho mai avuto paura. Addirittura avverto una sorta d’attrazione a fìnire la mia vita in mare: «Sarebbe bello addormentarsi in mare / con l’acqua in gola che disseta e nutre / e, volteggiando, planare sul fondo / dove s’addensa l’ombra degli assenti» (“Il vento di Myconos”, Una vita per il suo verso). Ma non è solo un rapporto fisico,.Credo che abbia ragione Carlo Bo: nella mia poesia il mare (insieme al vento) svolge la funzione di organo, di sottofondo, di contrappunto, d’ampliamento del tema, come il coro nella tragedia greca. Il mare fa da specchio, da pantografo, da lenimento ai miei sentimenti, e soprattutto al mio sentimento del tempo. A nuoto, in barca a vela, al timone, disteso, fluitante, risoluto ad affrontare le onde tumultuanti e la pioggia a raffiche e abbandonato al tempo e allo spazio: il mare è anche una mimesi dei miei stati d’animo. Il mare è inafferrabile come l’amore. «Se non sognassi non avrei un passato./ Non appartiene al navigante il mare/che ha solcato./Non trattiene chi nuota/altro che il sogno/del mare che ha abbracciato. » Ma sono anche molti altri i temi ispiratori, propizi alla mia poesia. Uno che affiora improvvisamente e mi trasporta nell’ultrarealtà come i sogni, è l’astrofisica.

D.: Non solo poeta ma anche uomo di diritto, come convivono in lei queste diverse anime?

R.: Il rigore dell’uomo di legge e la sensibilità del poeta sono due attitudini che difficilmente coesistono. Posso capire quindi la diffidenza manifestata per la mia poesia in Italia — in un primo momento accolta con vivi apprezzamenti — quando si è venuto a sapere che il giurista Calabrò e il poeta erano le stessa persona. Il giurista deve dare una motivazione delle sue decisioni secondo una logica serrata, se vuole che siano inconfutabili. Ed è anche vero che il diritto è una materia che può apparire arida, anche se in definitiva non lo è perché ha un sostrato di grande umanità. Il giurista deve comunque restare sempre con i piedi ben piantati sul terreno della realtà giuridica e di fatto. La poesia, invece, è qualcosa di medianico, che viene da un altro strato dell’essere, da un livello subliminale. In certi momenti le stanze della poesia sono attraversate da palpiti lievi, e quando ti sfiorano devi saperli cogliere in un soffio, sentire il colpo d’ala che trasforma le parole in messaggi. Come diceva Paul Valery, «il primo verso è sempre un dono degli dei». Rigore logico e immaginazione sono in me come due gemelli siamesi uniti dalla schiena che tirano in direzioni opposte; quando uno prevale l’altro deve seguirlo, benché riluttante. Ma è una prevalenza alterna. Nella mia infanzia e nella mia prima adolescenza ho vissuto come una doppia vita. D’inverno studio, orari da rispettare, impegni da onorare, applicazione funzionale ai programmi impostimi. Non si scherzava con lo studio a casa mia. Mi veniva continuamente portato a raffronto (dai professori ancor più che da mio padre) l’esempio dei miei fratelli: una mia sorella aveva conseguito la maturità classica a quindici anni; mio fratello a sedici. Pur essendo sulla media dell’otto, io — che ho preso la maturità a diciott’anni — ero il ritardato della famiglia. L’estate, l’estate era un’altra cosa. L’estate era vacanza, vacatio da qualsiasi imposizione. Da giugno a ottobre vivevo — spesso solo — nella casa dì campagna dalla soglia sempre insabbiata per le onde lunghe che giungevano a lambirla, con una decina di cani da caccia (sette-otto di mio zio) che la notte circolavano liberamente per casa. Non c’era illuminazione pubblica nei paraggi; quando annottava, calava sulla casa un buio nero come un secchio di pece. Ma nelle notti di luna un chiarore innaturale filtrava dagli infissi e i cani raschiavano la porta per uscire, Vivevo una vita alternativa, in due mondi completamente separati: d’inverno scuola e città; d’estate mare, terra bruciata, libertà trasgressiva. Quel mondo venne spazzato via quando avevo sedici anni: la terra passò di mano e io non ci rimisi più piede, come se all’improvviso non esistesse più. Cosa in m’è rimasto dentro? Rigorosa osservanza dei doveri dì stato e libertà di saggiare all’estremo le mie forze in assoluta autodeterminazione: questo, questo m’è rimasto dentro.

D.: Cosa significa essere poeta oggi in Italia? E quale futuro lei vede per la poesia italiana?

R.: «Non c’è che la razza dei poeti ad essere libera» ha scritto Demostene. Ma viviamo in tempi di pensiero debole, di destrutturazione della conoscenza. Il guaio è aggravato dal fatto che il vuoto generato dalle crisi dei valori è stato riempito dalla cultura dell’effimero, dalla soggezione alla moda. (la moda dell’imperatore nudo), la moda usa e getta (essa sì duratura) di tendenze che durano un giorno. L’opposto della poesia, che dopo millenni (penso ai lirici greci) è come se scaturisse adesso, come se fosse scritta per noi. Si dice che la poesia è inutile? Quale poesia? Qui è il serpente che si morde la coda. «La società vuole che gli artisti siano sul podio, o in testa ai cortei, e in coda ai girotondi, in modo da rassicurarci che la letteratura non esiste, che la fantasia non esiste», osserva Pietro Citati. Su questa sostituzione di valenze aggreganti a valori esigenti, il gruppo di intellettuali dominanti ha fatto leva per l’affermazione del proprio circuito di potere. È andato così smarrito il senso profondo dell’arte, della poesia; e con esso la capacità stessa di percepirlo. Accanendosi nel loro solipsismo, i controllori del traffico delle mosche negano la bellezza, come i metafisici di Tlon (Borges: «Tlon, Uqbar, Orbis Tertius») negavano lo spazio e il tempo. Le pseudopoesie imperanti (per riconoscimento autoreferente, non per eterolettura) sono come i giocattoli rotti dai bambini nevrotici, che li smontano perché vorrebbero essere loro a ricostruirli, a farli funzionare. Solo che non ne sono capaci e non vogliono ammetterlo (c’è della magia anche nel montaggio); e allora dicono che il giocattolo non gli interessa, che è démodé (parola terribile, condanna senz’appello). Assistiamo a una versificazione che non trae alimento da una vena profonda (troppo isolata, come i pozzi nel deserto, per fare proseliti, movimento culturale) ma dalla preletteratura e dall’ideologia (anche l’anti-ideologia è un’ideologia se non è sostenuta dall’ispirazione). Un’incapacità di rappresentazione propria che ha bisogno di essere mediata dalla rappresentazione altrui, non quale arricchimento della nostra capacità di esprimerci ma come omologazione della nostra identità. Come nella pittura bizantina, gli stilemi si susseguono nell’imitazione gli uni degli altri, depotenziandosi sempre più della capacità di raffigurazione diretta. Possono solo essere riprodotti, in forma omologata, i modelli e le maniere proposti. Un’esperienza mancata, una scelta che altri hanno fatto per noi, un’informazione di seconda, terza, ennesima mano, passata attraverso innumerevoli filtri, che non sono i filtri della cultura, sono gli alambicchi in fondo ai quali si rinviene, al postutto, solo un’espressione residuale, inerte, deprivata della capacità di suscitare qualsiasi reazione, qualsiasi interazione. Se questa è la poesia, certo ch’è inutile; non ne sentiamo proprio il bisogno. Ma la poesia è l’opposto, è scoperta che zampilla sempre nuova e gioia improvvisa di quella scoperta. Con questo non voglio negare che dai tempi di Omero, di Dante, di Shakespeare, la parola abbia subito un irrecuperabile processo di designificazione. E’ difficile, improbabile il ritorno a un’epoca antecedente la separazione tra le parole e le cose; tanti, troppi anni di schematismo mentale, di sterili esercitazioni a vuoto, di Cabala, di uso ed abuso corrente della parola, hanno artefatto, devitalizzato i nostri sensori. La fiducia nella parola rivelatrice è scossa irreparabilmente. Così per le idee, per la verità trascendente come per l’intuizione estetica. Oggi l’insicurezza, il senso di precarietà, lo scadimento della religiosità (nel senso di relazione con l’ultraterreno: religio est relatio), il sospetto dell’insignificanza di ogni cosa, dell’impossibilità di cogliere l’essenziale di una realtà cosmica che ci nullifica e di una vicenda umana dissociata, dispersiva, consumata nel consumismo, ci fanno sentire in balia della casualità. Ed è contro l’esperienza del nostro vissuto come di quella della religione, della filosofia e della scienza dei nostri tempi, sia la presunzione teologica della diretta spiegazione del divino sia l’ambizione laica di un’intellezione esplicabile in cui l’ideale e il reale, l’intuizione e la percezione, l’assoluto e la storia giungano a identificarsi. Platone considerava la natura un’imitazione delle idee. Noi dovremo considerare il mondo esterno una proiezione di quello informatizzato? Dobbiamo accostumarci alla marmellata verbale, alla comunicazione banale, insignificante? Non ci resta che rassegnarci alla dequalificazione della parola, a un’epifania televisiva, o altrimenti al silenzio rinunciatario, all’afasia? Io credo, io sento di no. La poesia, la musica, la pittura non possono e non devono dire tutto; devono suggerirci qualcosa che noi integriamo nel nostro udito interiore. «L’incompiuto è spesso più efficace della compiutezza. L’incompiuto come mezzo di seduzione artistica… » (Nietzsche). L’αληθεια resta sempre a metà. Le frasi col punto finale – osservava Musil -non riescono nel loro tentativo di espressione. Poeta è colui per il quale ogni parola non è la fine ma l’inizio di un pensiero. Ecco che la condizione espressiva potenzialmente più evocativa, più creativa, è quella aurorale, precorritrice, di preludio. Nel momento in cui si schiude, anche il fiore del cardo è bello. L’attacco della Quinta (quelle quattro insostituibili note in cinque battute — anziché quattro come le regole avrebbero voluto) sono un accordo di tonica incompleto, nel quale Beethoven stabilisce una tonalità senza darcene i punti chiave, senza cioè le basi Do e Sol. È da lì che nasce quel tremendo senso di sospensione. L’incompiutezza, ancora una volta. Il. non detto che scaturisce dal detto, da quello specifico detto, l’evocazione nell’udito interiore generata da un ascolto insostituibile e indeterminato ad un tempo. La poesia è come un sogno che dica e non dica, ma che (come certi sogni in prossimità del risveglio) ci lasci l’impressione di una rivelazione imminente, Rivelazione di che cosa? Di qualcosa che avevamo perduto o dimenticato; che forse, inconfessatamente, avevamo rinnegato. Conoscere vuol dire ritrovare. Si perviene a intendere quello che eravamo predisposti a fare nostro. Per essere percepite, la poesia, l’arte, devono suscitare empatia, cioè i piacere di condividere come proprio il messaggio dell’autore, di riconoscere in esso il messaggio che inconsapevolmente attendevamo. Quando non c’è più bisogno di parole per percepire quel messaggio recondito, quando la parola poetica, pur così parca, risulta inadeguata per eccesso, allora essa ha conseguito la sua revelatio, il paradosso s’invera: il poeta — per assurdo e ridicolo che sembri — crea il mondo con le sue parole, con quelle parole. No, non è (o non è solo un’illusione, come non è illusione che il bambino cresca, scopra il mondo. Per ciascuno di noi il mondo esiste solo in quanto entra nell’orizzonte della propria mente. La poesia realizza un superamento di significato. Ecco perché sembra che magicamente crei per noi un nuovo spicchio di realtà; perché ce la fa scoprire. «La vera arte, non va dimenticato, estende la nostra conoscenza del mondo non meno che la scienza» (Maria Corti). Nel momento in cui questo avviene, la poesia, l’arte, consentono uno scambio profondo, un’interazione dì personalità simile a quella che si realizza tra due innamorati che si compenetrano. Il contatto è giunto a segno; decodificato, è stato ricodificato e ricomposto, altrui e nostro nell’atto in cui ne godiamo: lo schermo interiore s’illumina e noi vediamo. Mittente e destinatario, sconosciuti l’uno all’altro, sono qui, adesso, compresenti — magari a distanza di secoli — in un’interazione che estrinseca l’uno e interiorizza l’altro.

(Intervista uscita sul numero 76 di Italienisch, novembre 2016)

 

 

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