Due poesie di Massimo Ferretti e lettera di Pier Paolo Pasolini

antica_trattoria

In trattoria

In questa trattoria di gente stanca
dove mangiare significa reagire,
dove la grazia d’una dattilografa
si percepisce nel tono delicato
d’un piatto di fagioli chiesto tiepido,
dove un viaggiatore analfabeta
emancipato per via dello stipendio
spiega a una turista anacoreta
che il rialzo dei biglietti ferroviari
dipende tutto da questioni atlantiche –
non ho ragione d’essere contento
se il cameriere lieto della mancia,
leggendo la commedia del mio viso
m’ha detto che ho una maschera da negro?

In questa trattoria di gente ottica
dove non so salvarmi dagli sguardi,
condannato al sentimento della morte,
serrato tra furore e timidezza –
non ho ragione d’essere felice
quando divoro una bistecca che fa sangue?

Il mio complesso è una tragedia antica:
devo scrivere e vorrei ballare.

 

Lode a un amico poeta

Tu sei della stirpe di chi vince:
il male che scalfisci non ti tocca,
la tua maturità non ha timori –
ma non ripetermi che qui è la foresta,
che l’uomo è sempre una rivolta in atto,
che il verbo del poeta è la pietà:
una rondine sottratta alla corrente.

E un giorno non mi capirai.

Entrerò nella turba dei Falliti
con l’umiltà che sempre mi ha distinto;
brucerò tanta rabbia dentro il cuore
che l’inferno tremerà nel riscaldarmi:
e avrò anch’io un duro contrappasso:
sarò il bullone d’un ponte americano.

La tribù degli eroi delle parole,
ripiegata sui freddi tavolini
dove la carta brucia nella penna,
si presta a certi sbagli disumani:
ed ecco i fumatori di matite,
i coppieri dei calamai ammuffiti,
gli alfieri delle “leggi” del partito,
i sacrestani delle muse benedette:
una folla assurda e senza volto
che nuota nell’inchiostro
con la scienza della carta-calcante.
E la marea li mescola agli onesti:
ai profeti della giustizia anchilosata,
alle trombe medievali della Croce,
agli amanti delle immagini rapite.

Ma il tuo sangue non vive in questi lacci:
e io brucio stelle pel tuo canto vergine
turbato solamente dalla vita!
Io brucio stelle pel tuo verso barbaro
fermato nelle canzoni verdi
dell’uomo vivo, immerso nella terra.
Il vento di Provenza che lo scuote
è il rifiuto della pace degli antichi,
l’insulto alla vergogna del ricatto sociale,
l’urlo per la misura della morte.

Ma l’ansia di toccare il cuore al mondo
t’ha piegato al torpore della Lingua
che hai destato in difficili rime.
E l’Italia salvata nelle origini
rivive nel profumo della luce:
ed ecco i fiumi inquieti dell’infanzia,
la cupa adolescenza delle ombre,
gli ardori consumati nel silenzio,
i passi svuotati nelle strade,
la costante follia della Chiarezza,
la nostalgia invincibile dell’alba,
la solitudine accettata come un pegno
da risolvere in numeri di vita.

La tua origine è un’onda mostruosa
che ha radici negli abissi della luna,
il tuo pianto è una luce senza limiti
che libera dal buio esseri veri,
e il tuo furore critico
che incendia foreste filologiche
e scava negli angoli dell’anima
in fondo non conosce che una meta:
il tropico del canto corrisposto
dove il cuore è il calore della terra
e il popolo il palpito del mondo.

Massimo Ferretti

 

PasoliniRoma, 2 marzo 1956

Caro Ferretti,

scusa il lunghissimo silenzio, davvero poco scusabile. Ma sono stato per un periodo su in Friuli e a Trieste. “Officina” sta per uscire (fra una quindicina di giorni): tu sei in compagnia con Sbarbaro, Vivaldi e Volponi. Di te ho scelto, in linea di massima, abbondando: “Falloforia del principe”, “In memoria di un albero”, “Ballata interrotta”, “Anch’io sono il mare”, “Raucedine”, “1955: la vostra angoscia…”, l’ultimo pezzo dell’Ode (che mi sono permesso di intitolare “Ode a un amico poeta”, sostituendo nel testo “amico” a “Pier Paolo”). Quanto a l’Ode, mi ha moto impressionato: te ne ringrazio moltissimo. L’ultima parte appunto, in endecasillabi, mi pare la più felice. Ho letto con grande interesse anche il radiodramma: che mi sembra rispecchiare la tua situazione presente. Rispecchiarla fin troppo. Ma mentre le poesie, di tale situazione, rispecchiano la parte misteriosamente matura, irrazionalmente compiuta, qui tu appari anche nella tua immaturità, nella tua inquietudine minore, anti-borghese, anarchica, un po’ maudite, nella tua impazienza anti-sociale e anti-culturale. Condizione meravigliosa dei ventanni. Per questo, benché non creda sia il caso di “passare” il dramma ai borghesoni della Rai, non brucerò affatto il manoscritto. E’ una preziosa pezza d’appoggio. Scrivine un altro: cercando di non parlare di te: di non metterci giovani della tua età: e cercando o di essere oggettivo, di sceneggiare, una storia, oppure, se proprio ancora non ti riesce di prescinderti, di essere ancora più sperimentale e poetico: di evitare cioè le contaminazioni. Stammi bene, e ricevi i più affettuosi saluti dal tuo

Pier Paolo Pasolini

Massimo-FerrettiMassimo Ferretti nacque a Chiaravalle nel 1935. Sin da piccolo l’endocardite reumatica lo costrinse a ripetuti ricoveri ospedalieri. Con lo scoppio della guerra mondiale si trasferì con la sua famiglia in una cittadina nei pressi di Belvedere Ostrense. Ebbe scarsi risultati scolastici e la sua passione verso lo studio del pensiero di poeti come Rimbaud, Eliot e Montale lo spinsero a scrivere i suoi primi versi. Ebbe con il padre un rapporto conflittuale,  dettato dal suo scarso interesse per lo studio. Pubblicò vari poemetti “Deoso”  e “Allergia”, questi ultimi non ebbero un grande eco, ma Pier Paolo Pisolini ne pubblicò una parte su “Officina”. Dietro pressioni paterne si iscrisse a giurisprudenza a Perugia ma con scarsi risultati scolastici. La morte suicida di un suo cugino lo sconvolse terribilmente, attraversò un momento introspettivo molto delicato a causa dell’accaduto e la triste vicenda sfociò in un suo romanzo. Successivamente sempre appoggiato da Pier Paolo Pasolini  pubblicò “La croce copiativa”. Iniziò una collaborazione con “Paese Sera”ed “Il Giorno” fino al 1963. Partecipò anche ad un concorso come programmista indetto dalla Rai, ma le sue cagionevoli condizioni di salute non gli dettero la possibilità di superare il concorso. Successivamente i rapporti con Pasolini si incrinarono a causa del suo interesse riposto per il Gruppo 63. e la loro collaborazione ebbe definitivamente fine con la pubblicazione de “Il Gazzarra”.A causa della morte del padre fu costretto ad immergersi nell’attività commerciale. Studiò e perfezionò a Londra la lingua inglese. Nel 1968 stanco dell’attività commerciale riprese a scrivere e svolse anche l’attività di traduttore. Nel 1974 la morte lo colse nel sonno. Riposa nel cimitero di Jesi.

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1 commento
  1. In questi versi leggo un ritratto di quelli che chiamo “moltinpoesia”:

    La tribù degli eroi delle parole,
    ripiegata sui freddi tavolini
    dove la carta brucia nella penna,
    si presta a certi sbagli disumani:
    ed ecco i fumatori di matite,
    i coppieri dei calamai ammuffiti,
    gli alfieri delle “leggi” del partito,
    i sacrestani delle muse benedette:
    una folla assurda e senza volto
    che nuota nell’inchiostro
    con la scienza della carta-calcante.
    E la marea li mescola agli onesti:
    ai profeti della giustizia anchilosata,
    alle trombe medievali della Croce,
    agli amanti delle immagini rapite.

    Moltinpoesia a cui oggi dico queste cose:

    Anders als die Kämpfe der Höne sine die Kämpfe der Tiefe!
    (Diverse dalle lotte sulle cime sono le lotte sul fondo[1]).

    Sta’ nell’anonima compagnia dei molti
    che in sottoscala, in eremitaggio, in rivistine e siti
    scrivono.
    Sta’ in basso addosso a un mondo basso.
    Vivi con loro: bollette da pagare
    lavoretti coatti da sbrigare letture
    da pausa mensa e a tarda notte
    qualche amore d’assaggiare.
    Una qualsiasi vita con corpi qualsiasi.
    E però
    metrica all’ingrosso
    andatura sciancata
    scrivi scrivi
    non smettere
    non importa dove andrai a parare
    se le parole si dissiperanno
    nel Gran Vuoto.
    Resta in allerta
    nel ventre di questo Niente
    dove – la carne della vita freddata
    da mani omicide
    la parola congelata dagli Intellettuali –
    hanno condotto
    – scrisse uno –
    la mente.
    Le avevamo baciate quelle carni.
    Le avevamo amate quelle parole.
    E poi ci siamo chinati
    su corpi a botte svegliati e massacrati
    o in altri modi straziati.
    E poi cimiteri d’operai e compagni suicidati
    la miseria planetaria delle periferie
    le urla da Abu Grhaìb.
    Sappiamo ora quale realtà c’era stata preparata.
    Perciò raccogli i cocci di passato
    liscia le tonde parole di pochi maestri
    arràmpicati su pensieri scoscesi
    forse Storia, forse Dio, forse Nulla.
    E fievole e audace porta con te
    il talismano dei molti in poesia.
    Non temere la tua follia.
    Ascoltane il brusio.
    Prima o poi ritroveremo
    i Santi Padri di Amelia
    ci solleveremo al di là
    degli amoretti alla Nanni Moretti
    e questo corpaccio di un mondaccio
    l’abbracceremo e lo diremo
    in lingua semplice nuova levigata e saggia.
    (20-26 luglio 2015)

    [1] Dal frammento La bottega del fornaio

    * Rielaborazione della Introduzione alla serata del 26 marzo 2009 alla Casa della Poesia di Milano – Palazzina Liberty
    (http://moltinpoesia.blogspot.it/2010/03/pochi-in-poesia-no-molti-introduzione.html)

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