Alfonso Gatto: la favilla muta insidiata dai ghiacci resisterà ancora nei cuori? di Michele Rossitti

alfonso-gatto-1-jpg-img-dettaglioL’Europa bianca di neve ma ibernata nel gelo della disfatta: uno scorcio suggestivo e agghiacciante attraverso cui Alfonso Gatto ritrae la toponomastica umana di un continente intero, desolato dal conflitto. In Anniversario c’è tuttavia chi resiste ancora solo e che è obbligato a mostrarsi in una situazione di inchiodata immobilità manifestata dalle lacrime interiori e nella forma comunicativa e allucinante del silenzio. L’autore spala il ricordo dei mattini dove presenzia la sensazione che ogni mattino rechi l’evento imprevedibile ma infelicemente ignoto. Viene descritta l’eccitazione efficace di quando si dubita dell’indomani, mentre si teme per l’incolumità nostra e dei nostri compagni e di tale condizione d’animo prende parte l’elemento naturale, simbiotico alla disperazione umana. Si è sfiorati dalla falce fatale, si avverte quel sentore anche riferendosi alla luce smorta di velature che il morente nella fase di trapasso guarda per l’ultima volta e lascia sospesa ai vetri delle finestre. Il silenzio assorbe il pianto terreno, dunque non un grido per un’Europa separata dalla guerra, unita per esclusione dalla neve e dal gelo in un tacito connubio. Rimane il dubbio però della ripresa, di questa sete di libertà identitaria difficile da costruire.

Io ricordo quei giorni: dell’ignoto
mattino ove a svegliarci era il terrore
d’esser rimasti soli, udivo il cielo
come una voce morta. E già la luce
abbandonata dai morenti ai vetri
mi toccava la fronte, sui capelli
lasciava l’orma del suo sonno eterno.
Un grido umano che s’udisse, nulla
-solo la neve- e tutti erano vivi
dietro quel muro a piangere, il silenzio
beveva a fiumi il pianto della terra.

Oh, l’Europa gelata nel suo cuore
mai più si scalderà; sola, coi morti
che l’amano in eterno, sarà bianca
senza confini, unita dalla neve.

Considerazioni da collegarsi al fatto che molto spesso la Storia sia scritta dai vincitori, spesso e volentieri dagli oppressori, figure superbe a scapito delle loro vittime, di coloro i quali hanno patito e soffrono per la gloria di chi li ha sconfitti, relegati al sottoscala di “figli di un dio minore”: si colga qui l’epopea dei nativi americani e dell’abominevole celebrazione perpetrata dalle pellicole western con John Wayne e affini, ma gli esempi trascorsi e odierni sono innumerabili: afroamericani, zingari, etnie africane, popoli andini, antisemitismi contemporanei riaffiorati, fascismi in ogni salsa, persecuzioni di minoranze religiose, l’infanzia violata, i diritti dei lavoratori oppure la disparità dei sessi. Stilare le vicissitudini alla maniera di Leonardo, assumere le difese degli aggiogati e prenderne le difese è l’intento imprevedibile per effetti di “Vittime” dove Gatto ripercorre i fatti nell’essenza di misure minime come lo scandire dei minuti secondi, la processione delle formiche attive, i granelli di sabbia o le ombre dei crepuscoli. Proprio la vittoria dei “buoni” che sono scomparsi dopo aver regalato il loro modesto contributo ma vissuto come impegno costante e innegoziabile compito è paragonata alla fresca e pura fragranza del regno vegetale. La fede si manifesta davvero con i versi che rubano tali martiri alla galera dei potenti filistei per eternare in maniera duratura la loro autentica ma genuina “Gloria” con la maiuscola. Quel “fosse” dell’incipit, verbo desiderativo e condizionale insieme da accordarsi al riemergere gremito degli insetti da sempre ritenuti laboriosi ed economi chiariscono che l’aspirazione dei buoni (inermi) non è l’auspicio di primeggiare e calpestare ma restare in ombra, nella maggioranza di quella galassia di infinitesimi, sia composta di polvere sia di ombre inclini al tramonto e perciò gli stessi satrapi seduti al tavolino delle spartizioni sparirebbero nella dimenticanza delle loro sedi rovinate (ruinosi alberghi) e verrebbero ben presto scordati e accantonati. La mano dei vincitori non apparterrebbe a un solo individuo ma alla massa delle vittime appunto: il suo fare non sarebbe un agire generico ma l’elisir, il fior fiore, il “tenero” dell’umano operare, come si evince dal verso comprensivo de la “sua la mano di tutti”. In conclusione si vogliono sottolineare entrambi i fattori: la lirica crede qualitativamente nel ruolo di chi ha patito e nasce dal timore di vederne dispersa l’eredità morale, l’autentico e vero processo evolutivo dell’intera umanità, delle persone che hanno combattuto con il sudore, la clandestinità, “saliti in montagna” al di là dell’appartenenza sociale e partitica o ancor prima “mandati a morire” per ordini superiori fino a perdere la propria vita e il cui nome non compare immortalato nei manuali. Si aggiungono i dispersi a cui non è stata intitolata una via, gente semplice soprattutto moltissime ma ignorate donne torturate e uccise (la stima è ancora approssimativa), durante la lotta di Liberazione o nelle vesti di staffette, preti che fornivano viveri alle brigate partigiane e li nascondevano agli occupanti o morti nelle rappresaglie per difendere i civili, oggi si può dire senza affibbiare a giorni particolari del calendario la memoria (quella collettiva, per altro inesistente) di eccidi o stragi per poi asfissiarsi gli altri trecentosessantaquattro come nel torpore di un mefitico fiato anale. Se tirati in ballo in circostanze esterne, spesso la precedenza è attribuita a interessi di parte per scontrarsi su beghe da salotto che nulla hanno a che vedere direttamente con le vicende. L’inciso per evitare, con gli arcinoti “coccodè” salomonici da pollaio parlamentare, il rischio di ridurre la libertà scritta con il sangue solo a cerimonie di rito e alla deposizione di corone floreali davanti ai flash dei fotoreporter o peggio di voler sfamare le arene mediatiche. Un abbraccio infervorato e sincero alle lettrici e ai lettori di Erato.

Michele Rossitti

La storia fosse scritta dalle vittime
altro sarebbe, un tempo di minuti,
di formiche incessanti che ripullulano
al nostro soffio e pure ad una ad una
vivide di tenacia, intente d’essere.

Gli inermi che si scostano al passaggio
delle divise chiedono allo sguardo
dei propri occhi la letizia ansiosa
d’essere vinti, il numero che oblia
la sua sabbia infinita nel crepuscolo.

Dei vincitori, ai ruinosi alberghi
del loro oblio, più nulla.
Rimane chi disparve nella sera
dell’opera compiuta, sua la mano
di tutti e il fare che è del fare il tenero.
È il nostro soffio che gli crede, il dubbio
di perderlo nel numero, tra noi.

 

Annunci
Lascia un commento

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...