Marco Onofrio legge “L’occhio degli alberi”, di Eugenio Nastasi

01 L’OCCHIO DEGLI ALBERI COPPer introdursi alla comprensione di un libro semplice e a suo modo complesso come L’occhio degli alberi (Roma, EdiLet, 2013, pp. 96, Euro 12), la più recente fatica di Eugenio Nastasi, occorre partire dall’alto livello di consapevolezza che l’autore ha del mezzo espressivo e, in genere, dalla sua capacità di eduzione, e quindi di analisi e sintesi creativa, nella difficile arte del comporre poesia (voglio dire: poesia autentica). Niente, nella poesia di Nastasi, è lasciato al caso. Neanche i tre exerga anteposti al percorso architettonico del libro qui in oggetto, sapientemente strutturato e calibrato in ogni minima alchimia. Vediamoli in sequenza. Il primo è tratto da Yves Bonnefoy: «L’uccello oltrepassa il canto dell’uccello ed evade». Altrimenti detto: il poeta oltrepassa il canto del poeta ed evade. Cioè: come evadere dalla “lirica” nell’età del post-lirismo? senza d’altra parte scadere nella “prosa” spesso banalizzante dei minimalisti? Possibile risposta: con un tipo di lirica “naturale” (a mo’ di ode elementare); penso a Neruda, certo, ma anche al De rerum natura di Lucrezio, agli Hymni naturales di Marullo, alle Foglie d’erba di Withman. E poi, sconfinando nei riferimenti culturali, ad ampio spettro, penso a Rousseau (il buon selvaggio e le “fantasticherie del passeggiatore solitario”), al Walden di Thoreau, alla “civiltà maledetta” di Theodor Lessing, all’eros cosmogonico di Ludwig Klages…

Il sentiero nel bosco, a questo punto, è: desautorare il soggetto lirico dalla sua millenaria dittatura, per dare voce alle cose, manifestando l’energia che governa l’incessante trasformazione del cosmo. Passare dall’Io al Sé, in un mondo fluttuante, palpitante, corpuscolare: di metamorfosi perenne. Dove non è più possibile articolare “discorsi” ma solo «dipingere per istanti», per lampeggianti frantumazioni. E ancora. Attraversare le energie del mondo. Rispecchiarsi in quel che si vede, si tocca, si prova. Ed ecco la seconda citazione, da Virginia Woolf: «quando si è soli, ci si appoggia alle cose, alle cose inanimate, gli alberi, i ruscelli, i fiori. Si ha la sensazione che diventino noi stessi, che ci conoscano, in un certo senso siano noi…» Si traguarda, così, la porta aurorale di una conoscenza “altra”, grazie a cui si diventa quel che si vede, si tocca, si prova. Come scrive Bruce Chatwin (ed è l’ultima citazione): «Non puoi percorrere il sentiero prima di diventare il sentiero stesso».

Nastasi sembra insomma proporsi una terza via, tra gli opposti versanti di natura ribollente (ma inespressa) e cultura raffinata (ma polverosa), cioè di vita inafferrabile e forma stantia: una cultura che si oltrepassa e, al culmine della propria accensione, ritorna ad essere natura – su un piano evolutivo superiore. E così, in questo percorso poematico di composizioni (non semplici “poesie”), ci irrora lo sguardo e il pensiero di verde. È un verde mentale: una frequenza energetica dell’interiorità (propria e del mondo). E il cervello respira, si ossigena, si nutre. In un cammino di rigenerazione. Nastasi utilizza i tempi biologici per purificare quelli storici da ogni opacità. È verde la luce del tempo al di fuori del tempo, come la linfa di una verità primordiale dimenticata. Il poeta non dice le cose, ma le chiama ad emergere alla parola attraverso strategie di pensiero laterale: quasi parlando d’altro. La profondità non può essere aggredita frontalmente, altrimenti si ritrae (come una gemma al gelo improvviso: come Euridice allo sguardo impaziente di Orfeo). Scrive Nastasi: «il messaggio indietreggia / in un bosco interiore». Il poeta, invece, deve concedere all’inesprimibile di resistere alla cattura della forma, attraverso la distanza incolmabile della “barriera semantica” che nei segni dell’opera è rappresentata. La ricerca dell’inafferrabile, cioè (usando i versi di Nastasi) è il confronto con l’«infinito che sfugge a ogni presa». Allora, occorre sedurlo gentilmente, accettando i suoi tempi, rispettandolo nella sua diversità. La noce profonda del senso detesta la chiarezza dell’intelletto raziocinante. La poesia fugge da chi vuole “capire”, da chi vuole trattarla in guisa di formula matematica. La magia della poesia, come anche quella della vita, nasce semmai da questa formula: a + b + c… + x (dove x sta per il quid inesprimibile). Una cosa simile afferma Brodskij a proposito della bellezza: l’artista non deve cercarla direttamente. «La bellezza non può essere programmata, essendo sempre l’effetto secondario di altre ricerche, spesso molto normali». È come nel tiro al piattello: occorre puntare dove il bersaglio non è ancora, calcolando che proprio finirà per arrivare. E allora queste composizioni poetiche parlano del proprio oggetto occultando o eliminando il “referente”: dicono le cose senza nominarle. Sono l’eco che «riflette il respiro impigliato / tra silenzi e scrittura». Quello dove Nastasi ci precipita – in un movimento di caduta che in realtà è di risalita – è un universo di «memorie senza memoria», come scrive Giuseppe Limone in Prefazione. L’occhio degli alberi è, sulla scala evolutiva, la prima, gemmante, aurorale manifestazione di coscienza della materia. È il grado zero della coscienza: è il suo primo baluginare dal buio informe del magma ancestrale. Gli alberi sono i tralicci di un percorso invisibile che ci riporta alle origini della storia: sono «gli avi perduti / l’ultima metafora del tempo». Dentro le vene traspiranti dei tronchi c’è «la fede d’un’ape solitaria» (e viceversa: l’ape ha la fede dei tronchi), per cui «non c’è foresta che a un tempo non sia / chiesa e fortezza». Gli alberi ci indicano la strada da seguire: radici ben piantate in terra e chiome slanciate verso il cielo. «L’occhio degli alberi / guarda fisso il cielo». Ma è pur vero che l’occhio degli alberi

sono i miei occhi e porgo il testimone
a un’altezza diversa dal terrestre.

Perché il poeta riesce a guardare il mondo, e il cielo, al di fuori della storia, della cultura, della civiltà: con lo stesso occhio degli alberi, diventando albero egli stesso. Il poeta si apre alla maggiore auscultazione del mondo, in cerca di indizi da raccogliere, coi sensi sopracuti: ma per superare la “barriera” unica che allaccia i miliardi di incontri, deve «sentirsi cosa tra le cose». Andare «fuori da consuetudini visive» e, così, guardare il mondo come nuovo. Spogliarsi cioè di ogni inutile orpello: fare della stessa cultura una seconda natura, una pelle invisibile, sottopelle. Così vibrano, assorbiti e assimilati in carne di poesia, i molteplici echi della cultura personale di Nastasi, delle sue sterminate e appassionate letture (in primis l’altro Eugenio: Montale). I sensi si aprono magicamente al senso profondo della materia. Come accade in un passo emblematico del romanzo Un lupo mannaro, di Dante Maffìa: «Mai posseduta prima d’ora la facoltà di capire tutti i linguaggi, di intendere il significato delle cose. A tratti mi prende una paura folle, smisurata: riesco a capire il perché del cipresso, la natura spirituale del tronco, della scorza, il motivo etico della sua presenza. È orrendo e meraviglioso insieme: sentire le pietre aprirsi e penetrare nel segreto della loro esistenza, nel grumo oscuro che le tiene, le rende efficaci, religiose». Nastasi ci fa sentire la profondità dell’altezza, dove il nulla e il tutto coincidono in un unico mistero. È un canto ascetico dominato dall’ansia della luce: tutte le cose si ricollegano in un gorgo cosmico di metamorfosi e sinestesie, che le raccoglie nella corrente di una “cascata inversa”, secondo la geniale definizione di Limone: una cascata che «invece di cadere, mira all’alto». Un mondo liquido, vegetativo, originario, intricato di scambi, di soglie, di trasformazioni:

a volte in uno strato di terra smossa
si scambiano invisibili bisogni
e tutto s’intelaia a credere la primula raccolta
una forma preistorica di cielo.

Sono forme di vita in lotta, che «una dopo l’altra muoiono». E c’è «un filo invisibile / di incontri diversi» che si assommano con il ritmo ondivago del mare. Nastasi ci mette in contatto con la cecità delle cose “non viste” che però accadono segretamente, anche senza l’occhio dell’uomo che le guarda. Ad esempio l’erba «che stringe forte / il pugno dell’oscurità». Oppure, in mondo ancora più evidente:

a noi ignota rimane la trafila dei rami
l’intreccio dei polloni
lo sguardo interiore delle foglie.

L’ultima parte del libro, il “finalino di coda”, tende un po’ a sciogliere la grumosa e palpitante densità dei significati, rendendo più scoperto il tracciato di ascesa, con i sentieri che attraversano il «sipario verde» dei boschi, la «luce di mezzogiorno» che «passa sul blu-profondo», le rocce, i licheni, le pietre asciutte, e il grande silenzio mediterraneo dei monti calabresi (Pollino e Sila). Concludo citando – anche a mo’ di omaggio personale a un poeta vero e criticamente consapevole, qual è Eugenio Nastasi – due composizioni che ritengo tra le più ispirate ed emblematiche dell’intero libro. La prima, “con le sue onde il mare”, è di per sé una perfetta metafora del processo infinito della conoscenza; la seconda, “ho perorato la mia causa”, è una fulminante summula vitae in cui ciascuno, riepilogando dalle origini il proprio itinerario, potrebbe umanamente riconoscersi.

Marco Onofrio

CON LE SUE ONDE IL MARE

Con le sue onde il mare s’apre a melagrana
rilucendo nell’illusione che il confine
sia prossimo e la spuma ritorni
col suo relitto inabissato
non so dirle le opere che ascolto
dalle vie distratte qui c’è posto
per cose senza senso e noi abbiamo credito
dinanzi alla pietra scartata
a tutto quello che brucia più del respiro
gli uomini hanno dimenticato
se vanno o vengono da ripari demoliti
se a muoverli sono onde mosse da interrogativi
elusi da uno scritto
o se la direzione
segue la simmetria dell’apparenza
quando la scogliera frange indietro
la bottiglia ricolma di messaggi

HO PERORATO LA MIA CAUSA

Ho perorato la mia causa cedendo
all’inerzia della fantasia
e sempre dopo il mare
ho disegnato cortine d’alberi
inventando giochi in cui
ero uno e tanti galoppando
sui rami estremi con le braccia in croce
credendo infanzia l’unico percorso
da sarchiare a occhi chiusi
quante volte ho nominato a mia discolpa
la ginestra solitaria nella vigna
scheggiata nei suoi indizi come spine
bruciava il sole sul mio corpo nudo
scolpivo piccole barche con la corteccia
delle pigne sfidando la bufera di me stesso

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