“Legàmi” di Renato Fiorito, Lepisma – 2014, letto da Giorgio Taffon

LEGMI_~1

Il giorno che tornerai

Rubo agli angoli dei giardini
il volo lieve delle farfalle
come alla realtà
il suo sogno segreto.
Rubo alla strada
il lungo filo delle distanze
e vesto a festa la vita
col rosso dei gerani
come una nuova poesia
da mettere alla finestra
il giorno che tornerai.

Il destino migliore

E’ questo il destino migliore
splendere di un solo momento
lasciandosi andare alla notte
quando è compiuto l’amore.

Aquilone

Il mare ha lontani clamori.
Su un filo di luna si corica l’infinito.
Anche la mia anima vi appendo
e aspetto che il vento del mare
la faccia volare.

Per i tipi di Lepisma esce la raccolta poetica di Renato Fiorito Legàmi, con una acuta e precisa prefazione di Dante Maffia, ed un altrettanto intelligente e sensibile postfazione di  Vera D’Atri. Ho conosciuto la poesia di Renato Fiorito innanzi tutto tramite il suo blog labellapoesia e ho intuito la sua “poetica” attraverso le nostre conversazioni in occasione dell’assegnazione del Premio Di Liegro di cui Fiorito è premuroso, generoso e infaticabile organizzatore.

Se volessi identificare precedenti tra i “padri” della poesia contemporanea italiana a cui rapportare il modus scribendi  del nostro autore, ricorderei  il grande Umberto Saba e la di lui apparente “facilità”, mentre, in fondo, è molto difficile raggiungere un’asciuttezza e una sintesi espressiva di alto livello, come le ha raggiunte Saba, ma anche, fatte le inevitabili dovute proporzioni, pure Renato Fiorito. Anche Legàmi, come afferma lo stesso Maffia, è un “canzoniere”, canzoniere d’amore dove prevalgono figure femminili, spesso “salvifiche”, come accade nella poesia di un altro padre quale Montale. D’altra parte il titolo stesso, che gioca anche, con spostamento d’accento, con la voce verbale del <legare>, allude etimologicamente  e semanticamente a un religione dell’amore umano in generale: religione, religare, legare.

Di certo, come sottolineano Maffia e Carmine Chiodo (quest’ultimo in altra sede), la poesia di Fiorito è anche una “confessione” a fior di labbra, legata a percorsi strettamente e profondamente esistenziali, che distilla ogni parola, ogni verso, rastremandone e sintetizzandone, a volte con fulminee riflessioni a chiusura componimento (= apoftegmi), gli orizzonti sentimentali, etici, espressivi, ed appunto esistenziali.

Non c’è dubbio che per arrivare ai risultati a cui è giunto Fiorito nella sua silloge, occorre un notevole labor limae, una capacità di controllo continuo della costruzione del verso, dell’uso del lessico, della costruzione prosodica e metrica,  Tale elaborazione formale mi fa capire che il poeta è innanzi tutto un assiduo e attento lettore di poesia, altrimenti difficilmente avrebbe maturato una notevole consapevolezza della tecnica espressiva necessaria a “creare” poesia, a “fare” poesia. Ad esempio, ho notato come l’autore non ha rinunciato a livello metrico, all’uso della rima, ma, per evitare una troppo facile eufonia, ricorre alla rime, alle assonanze e consonanze, non frequentemente, “nascondendole” in qualche modo, e cioè collocandole raramente a fine verso: dimostrazione di una sensibilità non attardata su moduli in buona parte desueti o consunti.

Inoltre l’attentissima elaborazione del Fiorito ha portato all’ideazione di figure retoriche quasi sempre molto ben “giocate” nella topica del componimento, e quasi mai scontate nell’immagine che ne deriva: questo in particolare per quanto riguarda metafore ed analogie:

“Un cormorano grida / conficcato nel cielo […]” (Playa Pilar); “ Srotolano [gli amanti] forse gomitoli di buio” (Sera di coriandoli); “e ho sentito il respiro bianco / della terra aprirsi / al canto della cinciallegra.” (La neve).

Gli esempi di valore naturalmente potrebbero essere tanti, e aggiungo anche che figure retoriche quali la “personificazione” e la “similitudine” son quasi sempre all’altezza di un immaginario che cattura immediatamente l’attenzione del lettore.

Anche la strutturazione generale della raccolta mi sembra molto ben calibrata, divisa com’è in 6 “sezioni” ( Fili Euritimia Inganni Partenze L’ultima ansa  Ferite ), che agglutinano tematicamente i vari componimenti e che fanno trasparire sottotestualmente personali vicende esistenziali.  A mio parere il culmine di quel tropismo che sempre deve “collegare” (cum ligare) lettore e poeta viene raggiunto in particolare in Inganni Partenze L’ultima ansa.

Giorgio Taffon

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1 commento
  1. Trovo musicalità e ritmo. Niente oscurità, niente ruote di pavone, solo ricerca di armonie e di verità. Un affondare nelle emozioni, una ricerca di complicità al lettore, come a dire siamo fratelli in questo dolore di vivere. “Un pescatore di perle” insomma e quindi di bellezza..

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