” Milano non esiste” di Dante Maffia, letto da Giovanni Pistoia

26090“Nei momenti peggiori della vita, quando sotto la tempesta delle avversità, l’uomo si rivela, ho sentito in me il privilegio di essere calabrese, ho sentito in me qualcosa di molto somigliante a quegli scogli della Pietrosa che tanto amo, dove il mare torna all’innocenza primordiale in uno scenario gigantesco di rupi che salgono la montagna ripetendo il mito dei titani lanciati a scalare il cielo”. Questo roccioso pensiero di Leonida Rèpaci mi è tornato in mente leggendo Milano non esiste di Dante Maffia (Hacca 2009, Seconda edizione 2010)

Il protagonista del romanzo, contadino calabrese strappato all’orto e divenuto operaio nelle fabbriche di Milano, continua a restare legato morbosamente alla sua terra, nonostante i quarant’anni trascorsi nella città lombarda, una moglie milanese e sei figli nati e cresciuti in quella città. Il cordone ombelicale non si è spezzato. Tutt’altro, è divenuto sempre più saldo, un cavo d’acciaio, inossidabile. L’età che avanza, l’esperienza che matura e il costante rapporto con la città, inducono l’anonimo operaio a mitizzare la sua patria d’origine, il suo mare, che parla tutti i linguaggi del mondo, il suo sole, che riscalda sempre e comunque.

Lontano dalla Calabria, le radici dell’operaio si rafforzano, e questa terra diviene il paradiso perduto, che va ritrovato, costi quel che costi. Milano è l’inferno, è il luogo della perdizione, dove l’esistenza non ha spazio. In fondo, questa città non esiste, e se non esiste, perché bisogna starci? Da qui l’ansiosa, la nevrotica attesa del pensionamento, e poi il ritorno, il magico ritorno verso il luogo delle radici, dove l’anima finalmente potrà congiungersi con il corpo; lì, nei luoghi dell’infanzia, dove il sole che scalda non ha padroni.

L’anonimo operaio non ne può più del principale della fabbrica e dei suoi capi reparto che controllano tutto: quante volte vai al bagno, le parole che dici. Il rientro nel suo paese è soprattutto questo: recuperare la libertà perduta, ritrovare gli amici, i sapori, i colori, in una parola il gusto di vivere. Vivere.

Lì, in quella terra che ha dovuto lasciare per un tozzo di pane, ha costruito, con il sacrificio del lavoro nell’odiata Milano (che non esiste), la casa, che dico! la reggia, degli anni del post pensionamento; è lì che vivrà con la moglie Letizia, i figli, Concetta, Gianna, Adelina, Carolina, Rocco, Antonio. Lì, in quella casa grande e luminosa che guarda in faccia il mare della Grecia, lì dove il sole è il sacramento dei pezzenti. Altro che grigio appartamentino di Milano, città piena di nebbia, e per questo senza cuore, senza anima, senza niente. Inesistente, appunto.

Il romanzo di Maffia è impregnato di Calabria, citata nel testo oltre trenta volte. Scorrendo le struggenti pagine, ascolti il mare, citato oltre venti volte, senti sulla pelle il sole, citato circa trenta volte, che dà vita ed energia.

Il protagonista si racconta, un lungo soliloquio, un monologo istintivo, viscerale, umorale, fatto di malinconia, nostalgia, rabbia, speranze. Maledice il giorno che ha preso il Milano-Crotone per portarlo lontano dalla Calabria, dove però non avrebbe avuto futuro, per raggiungere Milano che, però, gli ha dato un lavoro e una famiglia.

E il momento della pensione arriva. È tutto pronto. Può lasciare l’inferno e far ritorno in paradiso, e con lui la moglie, che conosce la Calabria! E i figli. Così, almeno loro, potranno evitare di far finta di vivere in una città che cammina a testa bassa, non conosce nessuno. Dove la gente non sorride. Lasciare Milano sarà facile. Milano, in fondo, non esiste. Ma l’operaio ha fatto tutto da solo.

Nessuno vuole seguirlo. La moglie, nata e vissuta a Milano, non intende accompagnarlo in questa sua avventura, che non ha niente di razionale. E i figli, nati e cresciuti a Milano, dove hanno i loro amori, il lavoro, non possono andare in un posto lontano da Dio e dagli uomini.

Ma il nostro eroe operaio, sia pure con il cuore trafitto, parte lo stesso. Arriva nel suo luogo natio. Ritrova gli amici, non tutti, il sole e il mare. Prima o poi arriveranno i suoi cari da Milano. Ne è certo. Trascorre i primi mesi nella sua reggia, da solo. Ogni mattina si presenta puntuale alla stazione ferroviaria in attesa che dall’amato/odiato Milano-Crotone scenda il pezzo più importante della sua vita, la sua famiglia: Letizia, Concetta, Gianna, Adelina, Carolina, Rocco, Antonio. Non è così.

Milano non esiste? Macché! Milano esiste! Eccome! Non serve negarlo. Lo sa benissimo il nostro eroe contadino, strappato alla terra e scaraventato in una fredda fabbrica. Lontano dalle radici. Lo scopre in Calabria, nella terra del sole e del mare. A Milano ha dato i suoi anni migliori, Milano gli ha dato una moglie brava e intelligente, un lavoro, duro e anonimo, che lo ha svuotato dentro, un lavoro che gli ha permesso di avere una famiglia e sei bellissimi figli. Milano esiste, perché trattiene la moglie, perché in quella città vogliono restare i figli, che saranno pure milanesi bastardi, come dice l’operaio calabrese, ma quei figli vogliono lì continuare a vivere e costruire le loro famiglie. Per loro la Calabria è lontana.

È proprio nella sua isola sognata, paradossalmente, davanti a quel treno che non è mai puntuale, ma puntualmente non trasporta i suoi cari, che si rende conto che Milano esiste, che a quella città ha dato tutto. Ora è re di un’isola che non esiste. E neanche il mare può capirlo e consolarlo, e neanche il sole riscaldarlo. Milano gli ha preso tutto, il corpo, la mente, gli affetti. Anche il suo ultimo sogno. La nebbia di quella città lo avvolge ora, qui, assurdamente, nella sua terra, che non esiste. Cercarla è pure follia.

Giovanni Pistoia

 

 

 

 

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