Cinque poesie di Rocco Scotellaro

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Rocco Scotellaro, Tricarico, 19 aprile 1923 – Portici, 15 dicembre 1953

Due libri importanti nel corso di quest’anno sono stati pubblicati sulla figura e l’opera di Rocco Scotellaro: il saggio di Nicola De Blasi, “Infilo le parole come insetti”. Poesia e racconto in Scotellaro (Venosa, Ed. Osanna 2013) e Your call keeps us awake, Selected Poems of Rocco Scotellaro, Translated by Caroline Maldonado and Allen Prowle (Smokestack Books, 2013, Middlesbrough – Regno Unito).Il 12 ottobre, traendo spunto dalle opere testè citate, si è tenuto un convegno a Tricarico (paese natale del Nostro) nel salone del Palazzo ducale dal titolo “Cultura e lingua nell’opera di Rocco Scotellaro”, iniziativa promossa dal Circolo Culturale “Silvio Spaventa Filippi” – Fondazione Premio Letterario Basilicata di Potenza, e dal Centro di documentazione “Rocco Scotellaro e la Basilicata del secondo dopoguerra”, con la collaborazione dell’Università degli Studi della Basilicata – Dipartimento delle Culture Europee e del Mediterraneo: Architettura, Ambiente e Patrimoni culturali e della Deputazione di storia patria per la Lucania. Poeta tra i più rappresentativi del neorealismo italiano, tuttora, purtroppo, non gode di una attenta valutazione e degna notazione. I motivi sono tanti, non ultimo la sua precocissima morte all’età di 30anni che ha forgiato un personaggio che ne ha oscurato un po’ l’opera. Nell’introduzione a ” Rocco Scotellaro, Tutte le poesie, 1940 – 1953, Oscar Mondadori, 2004″ Maurizio Cucchi scrive: “L’importanza di Scotellaro è nell’aver saputo compiere un decisivo passo avanti, riuscendo positivamente a sostanziare la sua poesia, senza retorica e senza impacci volontaristici, di una materia tratta dal suo pieno coinvolgimento nel reale, che era quanto più di ogni altra cosa si chiedeva in quegli anni all’espressione artistica. E questo, nei risultati più notevoli, che non sono pochi, dando una spinta di rinnovamento che forse non è stata capita e dunque non è stata utilizzata come sarebbe stato certamente possibile. Diciamo che il primo, grande merito della poesia di Rocco Scotellaro, la sua grande virtù, è nella capacità di restituire voce a chi per secoli, storicamente, l’aveva perduta, o non l’aveva mai avuta, o se l’era vista tacitare per le sue asperità scomode“. Cantore, dunque, degli umili, degli ultimi, ai quali, da poeta e uomo di sinistra (fu eletto sindaco di Tricarico nel 1946) voleva dare decenza e rispettabilità, nobiltà a quei cuori sfibrati, a quelle mani e quei piedi ornati di terra. Leggiamo alcune sue poesie.

 

Noi non ci bagneremo sulle spiagge
a mietere andremo noi
e il sole ci cuocerà come la crosta del pane.
Abbiamo il collo duro, la faccia
di terra abbiamo e le braccia
di legna secca colore di mattoni.
Abbiamo i tozzi da mangiare
insaccati nelle maniche
delle giubbe ad armacollo.
Dormiamo sulle aie
attaccati alle cavezze dei muli.
Non sente la nostra carne
il moscerino che solletica
e succhia il nostro sangue.
Ognuno ha le ossa torte
non sogna di salire sulle donne
che dormono fresche nelle vesti corte.

*

Ho capito fin troppo gli anni e i giorni e le ore
gl’intrecci degli uomini, chi ride e chi urla
giura che Cristo poteva morire a vent’anni
le gru sono passate, le rondini ritorneranno.
Sole d’oro, luna piena, le nevi dell’inverno
le mattine degli uccelli a primavera
le maledizioni e le preghiere.

*

E’ fatto giorno, siamo entrati in giuoco anche noi
con i panni e le scarpe e le facce che avevamo.
Le lepri si sono ritirate e i galli cantano,
ritorna la faccia di mia madre al focolare.

*

E’ rimasto l’odore
della tua carne nel mio letto.
E’ calda così la malva
che ci teniamo ad essiccare
per i dolori dell’inverno.

*

Quanti ne fissi negli occhi
superbi della strada, erranti
giovani come te.
Non hanno in ogni tasca
che mozziconi neri
di sigarette raccattate.
Non sanno che sperdersi
davanti alle lucide vetrine
alle dicende dei bar
ai tram in rapida corsa
alla pubblicità
padrona delle piazze.
Tanto perché il tempo si ammazzi
cantano una qualsiasi canzone,
in cui si chiamano fuorviati, si dicono
amanti del bassifondo
e si ripagano di comprensione.
Una canzone è per covare insano amore
contro le ragazze cioccolato
che sono un po’ le stelle sempre vive
che sono la speranza
d’una vita sorpresa in un sorriso.

E quanti, ma quanti
vorrebbero la luna nel pozzo
una loro strada sicura
che non si rompa tuttora nei bivii.
Quando compiono un gesto il solo gesto
son lì coi mietitori
addormentati ai monumenti
che aspettano la mano sulla spalla
del datore di lavoro.
Sono coi facchini di porto
contenti della faccia sporca
e le braccia penzoloni
dopo che il peso è rovesciato.
Son sprofondati talvolta in salotti
a far orgia di fumo e d’esistenzialismo
giovani malati come te di niente.

Spiriti pronti a tutte le chiamate
angeli maledetti
coscritti e vagabondi,
compagni dei cani randagi,
la nostra è la più sporca bandiera
la nostra giovinezza è
il più crudo dei tormenti.
Or quando la terra accaldata
ci mette addosso la smania del fuoco
nei lunghi meriggi d’estate,
è tempo di crucciarsi
di dir di sì all’Uomo che saremo
e che ci aspetta
alla Cantonata
con falce e libro in mano!

Rocco Scotellaro

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5 commenti
  1. Grazie per la riflessione e la pubblicazione di qualche poesia di Scotellaro. Il mio volume ha le pagine brunite dall’antichità perchè troppo spesso il presente ci sovrasta e non ci lascia spazi. Grazie, dunque. Narda

  2. Si respira a pieni polmoni il sud, quello dei contadini con la pelle scottata dal sole e da una inesausta fatica.

    ‘Abbiamo il collo duro, la faccia
    di terra abbiamo e le braccia
    di legna secca colore di mattoni.’

    Popolano la poesia di Scotellaro mille visi di vinti, dalle ossa ritorte; l’essenzialità e la lotta dell’esistenza, o meglio della sussistenza, non perdono però lo slancio politico e ideale, che proprio in quelle circostanze si esprime nella sua forma più autentica. E di tutto questo darà trasposizione figurativa nei suoi quadri Carlo Levi.
    Sento Scotellaro a me vicinissimo e caro, per la sua penna e per un paio di coincidenze. Sono a nata a Tricarico (per i vinti di Accettura non c’erano e non ci sono tutt’ora ospedali), e in via Rocco Scotellaro è la casa dove sono cresciuta. Ma su tutti il vero motivo è che in quei visi vedo il mio paese, e in quella faccia di madre che al mattino torna al focolare vedo mia nonna.

  3. “Noi non ci bagneremo sulle spiagge
    a mietere andremo noi
    e il sole ci cuocerà come la crosta del pane.”

    E’ una verità scomoda questa contrapposizione tra chi gode il sole e il mare sulle belle spiagge della Lucania e chi si brucia, si sfianca, si raggrinzisce sotto lo stesso luminoso sole del sud. Non c’è odio in questi versi, ma denuncia di una condizione sociale ingiusta che si è ignorata o si è finto di non vedere per non risolverla doverosamente. La precoce morte del poeta non ha giovato alla sua visibilità nel mondo letterario, o forse le sue verità scomode rendevano poco apprezzata la sua poesia, benché fosse proprio l’epoca del realismo che richiedeva alle varie arti di rappresentare la realtà sociale, politica, umana.
    Giorgina Busca Gernetti

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