Due poesie di Francesco Di Giorgio da “La cruna lo spazio il tempo”, Edizioni Progetto Cultura, Roma – 2017, nota di Gino Rago

downloadLa cifra estetico-stilistica che subito si impone alla lettura analitica di questo libro poetico è la dualità linguistico-formale con cui si misura Francesco Di Giorgio la cui ricchezza lessicale che sostiene le due sezioni (Nero di luce a specchio, La ballata della figlia della luna) che compongono questo originale lavoro, congedato come La cruna lo spazio il tempo, è un vero punto di forza della poetica digiorgiana in grado di gettare alle ortiche il balbettio poetico miseramente diffuso e la dislocazione grammaticale del dilettantismo dilagante.

Francesco Di Giorgio adotta il verso pensante, introduce il pensiero in poesia, fa poesia pensante, pensiero poetante, collocandosi sulla scia del De rerum natura di Tito Lucrezio Caro e misurandosi con i due fattori decisivi del vivere o se si vuole con i due fattori che suggellano la presenza dell’uomo nel mondo: lo spazio e il tempo. In quella che nella sua nota al libro ho sentito come icastica dichiarazione di intenzioni d’arte Francesco Di Giorgio scrive:«Nello spazio intermedio tra il mondo dei vivi e il mondo dei morti si protende un margine di terra impercettibile, sottile, all’infinito, tra due mari tumultuosi. È la terra di mezzo dove s’incontrano le assenze, ma affacciarvisi porta allo slittamento della conoscenza in forme asustanziate in ideogrammi indecifrabili dove la percezione dell’essere si precisa nella privazione spazio-temporale e la comprensione del non-essere si attualizza nella certezza della sua assenza. La necessità di immergersi nei due mari per risalire al margine dal luogo delle forme e dal non-luogo delle assenze mi ha spinto a scegliere due distinte forme di scrittura, una poetica di stampo tradizionale, con la sua costruzione principalmente in endecasillabi, adatta a rappresentare il tentativo di portare a conoscenza assenze inconoscibili, e una in prosa poetica svincolata da qualsiasi forma metrica, in un contesto integralmente metaforico, adatta a rappresentare le assenze come presenze ineludibili alla comprensione dell’essere».

Meglio non poteva esser detta o dichiarata l’essenza della sua filosofia immessa in poesia  cui Francesco Di Giorgio ha dovuto adeguare, a hoc parametrandolo, il suo registro espressivo; ben lo coglie nella sua lettura critica Giorgio Linguaglossa quando così chiosa: «[…] Di Giorgio intende la poesia come discorso sull’essere e come domanda fondamentale della metafisica già heideggeriana sul senso dell’essere: perché l’essere e non il nulla? È evidente che data questa impostazione, lo stile richieda una dissertazione para filosofica, una terminologia di origine filosofica e uno stile parametrato sull’astratto[…]».

Esemplari sotto questo aspetto appaiono questi versi di Di Giorgio: “Quando la luna regalò in fragore/ gli ultimi bagliori, fluidi nel vortice/dentro l’imbuto, lampi in filamenti/ d’argento catastrofici piombavano./ Scalava l’ultimo sciamano il palo/degli dei, ma anche Apollo, facitore/ del sole e della morte, raggelato/ fissava Ecate e il senso del suo regno.”

Autore della colta e competente prefazione,   Francesco Muzzioli  scrive:«[…]la poesia filosofica, se vuole vederci chiaro su quei presupposti che sono il tempo e lo spazio, deve andare oltre i margini del quotidiano, abbandonare l’io e il suo preteso vissuto». E Francesco Di Giorgio  scava nella «condizione ontologica» dell’uomo contemporaneo, avvalendosi di quell’arte che amo definire la «poetica dell’archeologo» e di quell’altra arma che direi «l’estetica della parola implicata», (quella estetica che in Tomas Tranströmer tocca il suo acme e che è stata in grado di rivoluzionare la poesia europea contemporanea), ma senza perdere di vista quel fare poetico secondo il «metodo mitico» che, introdotto dal T. S. Eliot dei Quattro Quartetti, ha trovato largo impiego nella poetica del Modernismo occidentale. Lo suggerisce nella postfazione Letizia Leone che sui versi di Francesco Di Giorgio scrive: «Una poesia dalla forte connotazione orfica[…] l’autore rivaluta pienamente la peculiarità “poietica” della poesia, il suo “fare”, il dare una forma all’informe cristallizzando l’incerto caleidoscopio dei sensi in immagine[…]». Né vanno tenute sottotraccia le citazioni di filosofi e poeti (Rilke, Parmenide, Wittgenstein, Baudelaire, Empedocle, Heidegger , Eraclito, Einstein e altri) che Di Giorgio adotta come epigrafi  alle poesie delle due sezioni del libro e che il poeta affida ai lettori come «segnali luminosi» di un percorso  comune con le parole dei grandi spiriti-guida verso l’enigma del vivere, costeggiando insieme, poeta e lettore, quello che lo stesso Di Giorgio chiama in un riuscitissimo testo  «Enigma della Kore». Poeta pensante, Francesco Di Giorgio in tutto il libro non smette mai di porsi e di porre domande, senza mai aspettarsi le risposte. Da sognatore di fiamma, secondo l’idea di Gaston Bachelard,  in una sorta di rêverie Di Giorgio «unisce ciò che vede a ciò che ha visto» e nella fusione di meditazione, memoria e immaginazione entra nella “cruna”, entra cioè nel mondo dei poeti pensanti,  della poesia che pensa. Entra nella «poetica della fiamma» dove lo spazio si agita e il tempo vacilla.

Gino Rago

 

Dalla Sez. “Nero di luce a specchio

 

per gli uomini come sono oggi c’è solo una
novità radicale ed è sempre la stessa:
la morte
( C. Baudelaire )

Il sole di Monet

Il bavero rialzato un poco curvi
la sigaretta in bocca un fil di fumo
di polvere stretta la strada e vuota
intorno rado qualche ciuffo d’erba.
Tremula l’aria il sole di Monet.

Piano la gatta miagola sul fosso
avanti fa tre passi per seguirci
poi torna indietro al cavo della terra
stanotte sola insieme con la luna.
Allunga le ombre il sole di Monet.

S’annera la fossa, ci guarda triste,
la chiami non viene, il fumo svanisce,
mi guardi nel buio, non parli e mi dici
difficile sarà il sopravviverci.
E’ tramontato il sole di Monet.

 

Dalla Sez. “La ballata della figlia della luna

 

Non devono forse tutte le cose che “possono”
correre, aver percorso una volta questa strada?
Tutto ciò che “può” accadere non deve già una
volta essere accaduto, essersi compiuto, essere
passato?
( F. Nietzsche )

Il detto-folle nasconde il bastone dietro l’albero.

Il padre della figlia della luna entro la sfera di luce
circoscrive a limite di buio il confine della curva della
faccia della madre della figlia della luna.

La figlia della luna guarda la madre.
Non sa perché.

L’ermafrodito scisso in due sale sulla vetta del vulcano.
Cerca l’altro sé.

I diseredati dalla prima porta entrano nel labirinto.
I perduti dall’ultima porta entrano nel labirinto.

La cruna nell’immensità di luce evidenzia un punto nero.

Il detto-folle solleva la scala.
La indirizza verso la stella nera nel punto del non-luogo.
Si guarda intorno.
Ride.

Francesco Di Giorgio

 

FrancescoDIGIORGIOFrancesco Di Giorgio, nato a S. Agata di Puglia (Foggia) il 03/ 07/1952, risiede a Roma dal 1956. Docente di Lettere negli Istituti Superiori di 2° grado, durante gli anni Ottanta ha operato attivamente nel panorama poetico romano, con il gruppo degli Iniustilisti (poesia detta) e con il gruppo Fosfenesi (poesia multimediale). Ha pubblicato le raccolte: Il sogno e il risveglio (1981), La morte del gallo dipinto (1983); Infinitesimale (1989), più volte rappresentato e il poemetto Allucinazioni in penombra (1999). Dal 1990 al 1998 è stato responsabile e regista del laboratorio Teatrale dell’ I. T. C. “ Sandro Pertini “ di Roma, con il quale ha conseguito il primo premio nella rassegna “ Teatro-Scuola 95 “ a cura del Provveditorato di Roma e dell’Agiscuola. Nel 1998 ha dovuto forzatamente interrompere la propria attività, che ha ripreso solo ultimamente.

6 commenti
  1. La poesia di Francesco Di Giorgio è poesia “pesante”, gravosa… come ha ben dimostrato la sentita analisi di Gino Rago. Poesia filosofica e sperimentale e “”rischiosa” l’ha definita Francesco Muzzioli, sospesa come una lampada, un avviluppo di parole e di sincopi, nel vuoto e nel nulla della nostra quotidianità. È poesia “crudele”, dico io, amara come il chinino, è parola “feroce”, lontana da tutte le “ostentazioni dell’io” che tenta di aprire un varco nell’assenza di noi stessi. Solo da poeti come F. Di Giorgio possiamo, tramite la logica forte e rigorosa del suo pensiero, confrontarci con le inquietudini del nostro attuale essere nella vita…. o nella morte?

  2. Non deve forse un moderno poeta(o che tale si presume),essere pronto a dialogare con le più svariate forme poetiche? Poesia è sopratutto libertà dello spirito errante.

  3. Il quotidiano ci deforma, l’artrite ci deforma, ci deforma la parola non detta e il detto che disperatamente cerca di dire il non detto. L’indicibile vorrebbe esplodere e farsi senso ma “non c’è niente di più opaco / della trasparenza totale”. Il mistero ci circonda. Ma può la poesia ritirarsi, abdicare? La risposta di Gino Rago è netta, decisa, non consente ripensamenti, questa è la strada: una nuova poiesis, tutta da creare o anche solo da portare alla luce, rimestando tra la mota dell’indicibile, tra gli “stracci”, residuati dell’essere alla disperata ricerca del senso.
    Con questa mia breve nota a “Collage (poesia fatta di stracci)” voglio ringraziare Gino Rago che ha proposto e recensito i miei testi e naturalmente Luciano Nota che così gentilmente mi ha concesso ospitalità su “La presenza di Erato”. In chiusura mi permetto di postare un brevissimo testo:

    Neri rintocchi
    d’ago oscillante
    al centro
    ed è sentenza.
    Tentazione d’ipotesi:
    etere deserto.

  4. Buonasera,
    mi lascia interdetto l’affermazione finale di questa collana concettuale: “ma affacciarvisi porta allo slittamento della conoscenza in forme asustanziate in ideogrammi indecifrabili dove la percezione dell’essere si precisa nella privazione spazio-temporale e la comprensione del non-essere si attualizza nella certezza della sua assenza”.
    Comprendo la pregnante consapevolezza dello slittamento della conoscenza in forme asustanziate, ovverosia a mio parere, inclassificabili, forme che non hanno forma, perchè ciò che è amorfo, il Sacro, è Essenza che mescola e rifrange la forma, annientandola nella lietezza della propria onnipresenza. In virtù di quanto detto scaturisce la privazione spazio-temporale. Però; perchè il non-essere viene attualizzato nella certezza della sua assenza? Cos’è questo non-essere? L’assenza è più che una non-essenza è un’amorfità, una non-forma, lo stesso Nulla è una presenza. Il poeta (che non è necessariamente colui che scrive), è invaso dall’estasi della comprensione dell’ Assenza, non dal profano sentimento della negazione dell’Assenza, a meno che questo sentimento sia fonte di un gemito poetico verso melanconia della comprensione perduta, ma questo tipo di poesia a mio parere è come la descrizione dello specchio che riflette la luce del sole e non il sole stesso.
    Corso Zucconi

  5. Non si tratta di comprendere l’Assenza, quanto certificare che l’unica vera Presenza non può che essere l’Assenza:

    Assiduae absentiae
    di un tempo più presenti
    quando camminavamo accanto
    muti
    assenti e pur presenti
    come vorremmo ora
    che ci siamo assenti.

    Francesco Di Giorgio

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