Una poesia di Donatella Costantina Giancaspero, commento di Giorgio Linguaglossa

costantinaIl linguaggio della Giancaspero sorge quando muore il linguaggio di Zanzotto. Un nuovo linguaggio non può sorgere fintantoché il vecchio linguaggio è in auge; il nuovo linguaggio è uno spazio che si apre e si apre; è lo spazio che è per il linguaggio, non è mai prima o dopo il linguaggio, lo spazio è il prodotto del dispiegarsi del nuovo linguaggio. Nella poesia citata della Giancaspero vediamo il linguaggio allo statu nascendi, assistiamo al dispiegamento dello spazio sullo spazio, lo spazio si fa spazio sul linguaggio che lo porta e lo fa esistere. Mentre il linguaggio zanzottiano è ancora un linguaggio semantico e fonologico, quello giancasperiano non lo è più, ha chiuso per sempre il pentagramma fonologico e semantico delle parole, le nuove parole abitano uno spazio deprivato di fonologia e di semantica. Ma, direte voi, come fa uno spazio siffatto a stare in piedi da solo? È che lo spazio è il portato del nuovo linguaggio. Tutto qui. Molto semplice. Leggiamo:

Sul tavolo, il posacenere di ceramica verde:
a colpo d’occhio, una scodella di corti steli marroni
piantati nel brodo di polvere.
Accanto al posacenere, l’ora di Armonia,
in attesa di salire col fumo al mentolo.

Alla fine dell’estate, un nido di vespe nel lampadario.
Un enigma al telefono.
Il problema logistico che sposta l’inizio delle lezioni.

La matita, sul quaderno pentagrammato da dodici righi,
sempre un po’ alticcia:
sottolinea le quinte e le ottave parallele,
mentre di scorcio, una misoginia filiforme
intesse la trama ocra del divano.

Basta voltarsi, per toccare l’ologramma impresso
contro un’ombra fluttuante. Le cose,
dentro il display grigio di un acquario.

Donatella Costantina Giancaspero

 

È la memoria che tiene insieme le «cose» così costipate. La memoria è come il calcestruzzo, immobilizza le cose che esistono come un ologramma in un istante dello spazio-tempo: «Basta voltarsi, per toccare l’ologramma impresso/ contro un’ombra fluttuante». La poesia espone uno «stato di cose», ma uno stato di cose, la «questità», è sempre un enigma, perché le cose stanno in un insieme a prescindere dall’io che non c’è più. le cose galleggiano nel nulla da cui sembrerebbero provenire. Se si legge bene la poesia ci accorgiamo che l’io è scomparso, la costruzione sintattica è costruita senza far ricorso ai predicati, cioè ai verbi che designano una azione; i verbi sono stati eliminati, sono caduti insieme alla eliminazione dell’io. Quello che resta è un insieme di enigmi che coincidono con un insieme di cose. Le cose sono enigmi che, in quanto tali, non possono essere in alcun modo risolti in quanto sono stati vissuti, sono ormai nel passato e, in quanto tali, sono già stati dissolti. È la memoria che ha il compito di tenere insieme la sottilissima rete filamentosa nella quale le cose sono rimaste impigliate.

Ma torniamo all’«enigma» che nella poesia viene menzionato: «un nido di vespe nel lampadario./ Un enigma al telefono». Qui ci troviamo davanti ad una metafora, che è anche un problema ermeneutico; perché «un nido di vespe»?, e perché sul «lampadario»? Tutta la poesia ruota attorno al suo baricentro, ma il baricentro è una metafora, ovvero, un «enigma». Qualcosa ha bucato il filtro della coscienza auto organizzatoria dell’io, qualcosa che viene dall’inconscio, una pulsione cieca si è manifestata ed ha preso il vestito linguistico, nient’altro che questo è una metafora: qualcosa riceve un vestito linguistico, ma quel qualcosa è muto, o meglio, parla un altro linguaggio, un linguaggio che l’io auto organizzatorio non conosce; il «nido di vespe» parla attraverso un ronzio minaccioso, ci parla «al telefono», un ronzio che viene dall’alto e che incombe insieme alla luce che proviene dal «lampadario»; ogni volta che si accende la luce si ripresenta e si ripropone quel ronzio minaccioso che non è possibile eliminare. C’è come un rumore di fondo ineliminabile, questo ci dice la metafora.

Qualcosa ci parla ma non con il linguaggio delle parole ma con un altro linguaggio, è il linguaggio dell’inconscio che, per poter essere esplicato, ha bisogno di un vestito linguistico; ma già in sé il vestito linguistico è fatto per coprire, tradurre e falsificare quel «qualcosa» di minaccioso e innominabile che ha preso la propria residenza in quella metafora. In quel ronzio minaccioso, in quell’acufene che può essere udito soltanto dal parlante, risiede tutta l’algebrica significazione di quel mistero. In fin dei conti, l’«enigma» è un mistero che non può essere risolto ma che pur sempre vuole significare… però può essere rappresentato, raffigurato, oggettivato. È quello che fa la poesia. Qualcosa ci parla, ma noi non intendiamo quella lingua sconosciuta che proviene dal di dentro di noi, qualcosa vuole prendere un vestito linguistico, ma ciò che esce da questa vestizione è un «enigma», un mistero che non può essere attraversato dall’ermeneutica. Ciò che resiste all’ermeneutica, lì c’è lo zoccolo duro del «reale», quel «reale» che sta dentro di noi, e che sta fuori di noi, e che non può essere eliminato con un decreto prefettizio dell’io.

Giorgio Linguaglossa

4 commenti
  1. E come fare, allora, quando la maggior parte degli addetti ai lavori, dicono che l’enigma è fatto apposta per essere scoperto e che, a forza d’insistere in percezione, viene sostanzialmente districato? Notevole il ‘ronzio’ della Nostra che, a dire il vero, mi convince avendo avuto a che fare con il ben più temibile ‘ronzio’ dei calabroni affossati nel cassettone di una tapparella. Ci vollero i Vigili del Fuoco a stanarli! Mi convince anche il resto del brano poetico della Giancaspero perché densissimo di significati vari e plurimi, indi metafore, molto, ma molto interessanti. E’ da qualche tempo che codesta NOE mi attrae, ma sono evidentemente combattuto dai misteri del passato e precisamente dal corpus freudiano. In merito, oggi, c’è chi dice che, dopo un secolo, avrebbe fatto- la dottrina freudiana- grandi danni e per altri, invece, sarebbe stata la salvezza di tanti altri. Insomma, per quanto mi riguarda, una confusione tremenda e la via di sortirne sembra lontana. Quanto ai verbi, sono d’accordo per la loro abolizione lasciandoli – al massimo – sottintesi. Lo stato dell’arte così è, mi pare.

  2. caro Bruno Di Giuseppe Broccolini,
    lasciamo stare quello che «la maggior parte degli addetti ai lavori» pensano intorno all’«enigma», il parere della maggioranza quasi sempre coincide con le idee e i luoghi più comuni, e passiamo alla poesia della nuova ontologia estetica. Di che si tratta? Ecco, un esempio probante è la poesia qui postata di Donatella Costantina Giancaspero, però si potrebbero dare molti esempi diversi di poesia NOE, ciascun poeta può elaborare, a partire dalla piattaforma NOE una propria personalissima poesia; noi non peroriamo una poetica normativa, come è avvenuto per la poesia delle post-avanguardie del novecento, poetiche posticcie e costrittive perché indicavano un modello, un canone a cui bisognava attenersi. No, la particolarità della NOE è che ciascun poeta può sviluppare un proprio personalissimo linguaggio approfondendo in modo personale quelle caratteristiche del linguaggio poetico consentanee alla propria sensibilità. Si tratta, per l’appunto, di una «piattaforma» o, se si vuole, di una «officina», di una «agorà», di una sede ove accade la libera ricerca intellettuale. In questo modo il poeta ritorna ad essere un intellettuale, un artigiano consapevole della tecnica che usa, consapevole che la «tecnica» che impiega è nient’altro che il proprio linguaggio poetico, che la «tecnica» che usa è la propria peculiarissima «metafisica». Essere un poeta NOE non è una targa che si inchioda alla propria automobile ma un diventare coscienti che un linguaggio, il linguaggio poetico di Zanzotto è morto, il linguaggio dei postruisti milanesi e dei minimalisti romani è morto, e che si è creato lo «spazio» per un nuovo linguaggio poetico. Mi sembra una occasione sensazionale che un vero poeta non può rischiare di perdere.

  3. https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/02/07/sei-domande-a-giorgio-agamben-di-giorgio-linguaglossa-sul-logos-il-poeta-deve-ogni-volta-fare-i-conti-con-la-problematicita-del-proprio-inizio-il-decadimento-delle-democrazie-in-demokrat/

    Abbiamo in questa intervista a Giorgio Agamben e nella poesia della Giancaspero esemplificata una modalità, uno stile per istituire, come lo definisce Agamben, quel situare il linguaggio nel suo luogo originario, là dove il linguaggio affiora al primo apparire, affiora come garanzia di se medesimo e nient’altro.
    Penso che quanto dice il filosofo sia importantissimo per la «nuova poesia», se soltanto i «poeti» avessero l’umiltà e l’intelligenza di comprendere la profonda vastità di quel concetto di istituire la poesia nel luogo originario del linguaggio… concetto pregno e denso di significato.
    Rileggiamo la parola del filosofo:

    «In questione è qui il luogo proprio della filosofia: esso coincide con quello della Musa, cioè con l’origine della parola – è, in questo senso, necessariamente proemiale. Situandosi in questo modo nell’evento originario del linguaggio, il filosofo riconduce l’uomo nel luogo del suo divenire umano, a partire dal quale soltanto egli può ricordarsi del tempo in cui non era ancora uomo. La filosofia scavalca il principio musaico in direzione della memoria, di Mnemosine come madre delle Muse e in questo modo libera l’uomo dalla Teia moira e rende possibile il pensiero.»

    Ecco, io penso che il «luogo proprio» della poesia coincida anch’esso «con quello della Musa, cioè con l’origine della parola… Situandosi in questo modo nell’evento originario del linguaggio», ma mentre la filosofia «scavalca il principio musaico in direzione della memoria, di Mnemosine», la poesia invece dimora nel «principio musaico in direzione della memoria, di Mnemosine». La differenza tra la filosofia e la poesia, sta tutta qui. Da allora, dal tempo mitico di non più coincidenza tra l’evento musaico del linguaggio e il linguaggio poetico, scocca la «poesia» come tentativo di ripristinare quell’accordo musaico tra il linguaggio e il linguaggio poetico.

  4. La poesia della Giancaspero risiede nella sua posizione. O meglio, nella posizione delle sue «questità delle cose»; in quel momento in cui le cose si liberano della loro datità e diventano significative, diventano linguistiche e iniziano a parlare. In questo «inizio» si situa l’«Enigma». La poesia occupa un «luogo» Zwischen (tra), tra due luoghi, la poesia sta in quell’abitare in quel luogo non-luogo posto tra due luoghi o più luoghi, in quelle disfanie, in quel frammezzo, in quel posizionamento delle parole tra il non-detto e il detto, tra il dicibile e l’indicibile. In quel luogo (Ort) che ancora non è luogo la poesia prende forma da una non-forma, da un ancora non-formantesi, nella problematicità del proprio inizio la poesia può prendere forma come appunto un ancora non-formato. La poesia si situa in quel «luogo» ancora non musaicamente accordato, istituisce così un nuovo accordo musaico… e inizia a parlare…

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