Quattro poesie di Anna Ventura da “Streghe”, One Group – 2018, commento di Gino Rago

trasferimentoSuggerirei al poeta del nostro tempo di recarsi nel borgo di Via delle Streghe, [borgo noto e Via ben familiare ad Anna Ventura], riuscirà egli a scorgervi la porta nel vicolo, incorniciata da pietra candida di quelle montagne, sulla quale le Streghe operarono la magia di poterla vedere soltanto loro, come unica via di salvezza? Quella porta [lo afferma Cesare Ianni nel suo denso scritto nel risvolto di copertina della raccolta “Streghe” di Anna Ventura] e quella Via esistono ancora, ma non a tutti è dato di vederle… [Ergo, Via delle Streghe e Porta invisibile ai più come metafore della Poesia, per Anna Ventura?]. Ho voluto vedere nel dato reale che la stessa autrice rimarca e rivendica per la Città dell’Aquila la possibilità di estrarne una valenza di correlativo oggettivo o appunto di metafora: la Porta delle Streghe, esistente realmente ma visibile soltanto a certi individui portatori di ben precisi valori di cultura, di potenza immaginativa, di sentimento di apertura e di accoglienza verso l’insolito e il Mistero del vivere, è ben riuscita metafora della poesia e quegli uomini, in fondo un po’ speciali, sono i poeti. Mi piace interpretarla così la poesia di questa recente raccolta di Anna Ventura anche perché soltanto un certo tipo d’uomo può conquistare una strega e può con lei costruire un nido. Interpretando i versi con i quali  l’autrice magnificamente chiude il suo poemetto

”[…]Quando ciò accade,
l’arcobaleno ha i colori più intensi, i ruscelli
scorrono più veloci e le mucche/
fanno il latte buono.”

si nota senza sforzi che da essi si distacca la volontà luminosa del poeta di volervi suggellare il miracolo alla portata dell’atto poetico vero, un evento del tutto simile alla “sorpresa” di cui ha parlato Papa Francesco nella Omelia di Pasqua: «Ogni atto di Dio genera una sorpresa…». E questa sorpresa può essere in grado di “mettere fretta” a certe persone, oppure di lasciarle nella stasi della indifferenza, come spesso succede con ‘altre’ persone. Le donne che si recarono al Sepolcro notarono la pietra appoggiata alla parete sepolcrale e non videro il corpo di Gesù in esso depositato morto dopo la deposizione dalla Croce. Una sorpresa, per il cristiano ‘la massima sorpresa’. E le donne in fretta si misero in moto per annunciare l’evento. Altri di fronte allo stesso evento rimasero immobili, non subirono la spinta a mettersi in movimento in fretta. Com’é forse per la poesia, per Anna Ventura la poesia-creatrice-di sorpresa che mette in moto alcuni, che lascia fermi altri, ma chi si mette in moto per la sorpresa poetica si mette in moto in fretta e corre verso gli altri per con-dividerne il senso del mistero. Questa la cifra tematico-allegorica che colgo nel poemetto Streghe di Anna ventura, peraltro magnificamente arricchita da stupende meditazioni artistiche da parte di artisti di forte postura estetica. Ma la poesia in fondo se è anche “arte conoscitiva”e come tale radicata nella Storia, è preminentemente “arte del linguaggio” e come tale si radica nella lingua. La poesia di Anna Ventura dalla Antologia Tu Quoque (2014) a questo recentissimo lavoro poetico Streghe, per il serio lavoro sul linguaggio condotto dal poeta d’Abruzzo sui nuovi versi, per senso del ritmo, per intonazione generale dell’intero poemetto, per accento, per sillabazione e per quella che vien detta ‘durata’, giunge a una personalissima prosodia in buona parte comparabile a quella di un Różewicz

[“Queste forme un tempo così ben disposte
docili sempre pronte a ricevere
la morta materia poetica
spaventate dal fuoco e dall’odore del sangue
si sono spezzate e disperse…”]

che Giorgio Linguaglossa nello studio magistrale dedicato al poeta di Polonia non ha esitato a definire «sorprendentemente ricca, frastagliata, vissuta e ritmicamente snodabile…», anche se l’autrice di Streghe continua a misurarsi lucidamente con la poetica delle «cose», immergendosi, come ha con pertinenza segnalato Rossana Levati in una nota su una poesia della Ventura, «nel grande fiume delle cose che non aspettano niente», ma continuando a dichiararsi estranea a quella che, con felice intuizione, Giorgio Linguaglossa, riferendosi a Tu Quoque, propose come «poetica logocentrica». Né poteva essere altrimenti se sono le stesse Streghe a dichiararlo [in ‘Il latte buono’, pag. 51]:“Noi streghe non ci innamoriamo: lo vieta Il giuramento a Lilith, nemica di Adamo[…]”.

Gino Rago

 

Il latte buono

Noi streghe non ci innamoriamo: lo vieta
il giuramento a Lilith,
nemica di Adamo. Ce lo impedisce
il più austero dei voti:
quello della libertà. La Storia decise
che la libertà spettava agli uomini, alle donne,
una porzione piccina,
il minimo per respirare. Perciò molte donne
si fecero streghe:
per avere più libertà. Ma il prezzo
fu alto: due libertà non fanno nido. Tuttavia se un uomo
è tanto buono
da offrire la libertà, quell’uomo
può conquistare una strega, con lei
costruire una casa.
Quando ciò accade,
l’arcobaleno ha colori più intensi, i ruscelli
scorrono più veloci e le mucche
fanno il latte buono.

 

Il Silenzio

Nei paesi del freddo
le vecchie vengono allontanate dalle case,
lasciate sole, nei campi,
a morire nella neve.
Talvolta, dopo la morte,
l’anima della vecchia,
tormentata dalla nostalgia,
torna a casa,
si accovaccia accanto al focolare,
stende le mani alle scintille. Chi la vede
non ha ragione di allarmarsi: la vecchia
non chiede nulla. E, se qualcuno le parla,
risponde col silenzio.

 

Le trine rosse

Io conosco gli odori delle erbe,
li avverto pure da lontano. Oggi
è il giorno della liquirizia: il mio cesto
è pieno delle sue radici. So fare
una marmellata d’uva
intrisa di liquirizia: me la chiedono
anche le pasticcerie.
Talvolta mi ricordo
della donna che sono stata,
negletta e grigia, addosso
solo palandrane scure. ma dentro,
nella sottoveste,
c’erano le trine rosse. Perciò
mi sono fatta strega.

 

Ex voto di contadina

Le streghe non hanno un cuore di carne,
hanno un cuore d’argento.
Quando le bruciano-succede ancora-
tra le ceneri del rogo
può esserci un luccichìo: non è
l’ultimo tizzo che brucia,
è il cuore d’argento
che ha resistito alle fiamme. Una contadina
promise in voto alla Madonna
un cuore d’argento,
se le salvava il bambino.
Il bambino guarì, ma la madre
Incominciò a tormentarsi
perché non aveva il denaro
per acquistare l’ex voto .Un giorno
che trafficava nel bosco
per raccogliere frasche e pigne,
in una radura tra gli alberi vide
un palo bruciato, con sotto
un tappeto morbido di cenere.
La contadina con la mano sentì
che era ancora caldo, e in quel caldo
incontrò un oggetto ancora rovente:
un cuore d’argento,
proprio quello che ci voleva.
La donna lo prese,
lo ripulì con lo scialle,
e si affrettò a portarlo in chiesa: dove,
tra braccia, gambe, orecchie
e innumerevoli altri cuori d’argento,
appese anche il suo.
Così il cuore della strega
diventò un ex voto, e la Madonna
lo gradì come gli altri:
perché, come gli altri,
veniva dal dolore.

Anna Ventura

Anna Ventura di latoAnna Ventura è nata a Roma, da genitori abruzzesi. Laureata in lettere classiche a Firenze, agli studi di filologia classica, mai abbandonati, ha successivamente affiancato un’attività di critica letteraria e di scrittura creativa. Ha pubblicato raccolte di poesie, volumi di racconti, due romanzi, libri di saggistica. Collabora a riviste specializzate ,a  quotidiani, a pubblicazioni on line. Ha curato tre antologie di poeti contemporanei e la sezione “La poesia in Abruzzo” nel volume Vertenza Sud di Daniele Giancane (Besa, Lecce, 2002). È stata insignita del premio della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Ha tradotto il De Reditu di Claudio Rutilio Namaziano e alcuni inni di Ilario di Poitiers per il volume Poeti latini tradotti da scrittori italiani, a cura di Vincenzo Guarracino (Bompiani,1993). Dirige la collana di poesia “Flores”per la  Tabula Fati di Chieti. Suoi diari, inseriti nella Lista d’Onore del Premio bandito dall’Archivio nel 1996 e in quello del 2009, sono depositati presso l’Archivio Nazionale del Diario di Pieve Santo Stefano di Arezzo. È presente in siti web italiani e stranieri; sue opere sono state tradotte in francese, inglese, tedesco, portoghese e rumeno pubblicate  in Italia e all’estero in antologie e riviste. È presente nei volumi: AA.VV. Cinquanta poesie tradotte da Paul Courget, Tabula Fati, Chieti, 2003; AA.VV. e El jardin,traduzione di  Carlos Vitale, Emboscall, Barcellona, 2004. Nel 2014 per EdiLet di Roma esce la Antologia Tu quoque (Poesie 1978-2013). Dieci sue poesie sono presenti nella Antologia di poesia Come è finita la guerra di Troia non ricordo a cura di Giorgio Linguaglossa (Roma, Progetto Cultura, 2016).

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3 commenti
  1. Gino Rago, nota completa sulla poesia di Anna Ventura

    Dalla Antologia “Tu Quoque” [ 2014 ] a “Streghe” [2018] la poesia di Anna Ventura verso una nuova prosodia

    “Tu Quoque” [2014]

    Forse è difficile apprezzare appieno l’icasticità, la leggera ironia del dettato poetico della poesia di Anna Ventura, «la Szymborska italiana» come è stata felicemente definita nel blog “L’Ombra delle Parole” da Giuseppina Di Leo, sospeso tra attenzione e ritenzione, interrogazione e risoluzione. Nella poesia della Ventura assistiamo alla poesia delle «cose», dove sono le «cose» che ci parlano tramite la loro distanza; è all’allestimento della «distanza» che qui ha luogo, l’allestimento di un luogo dove sia possibile l’incontro tra la voce parlante e l’occhio di chi legge e ascolta. È una poesia che nasce da Atena che «conosce la superficialità degli dei», dalla Sibilla che non cerca la verità delle «cose» ma il loro «evento», da Antigone, che invece cerca la verità delle «cose» al di là e al di fuori dei discorsi discordi dell’agorà, lontana mille miglia dai reumatismi dell’intelligenza e dalle insolvenze dei discorsi suasori della politica e della poesia corrotta dalla retorica e dai sofismi dei sofisti. La loro parola è ora lieve ora tragica ora soffusa di melancolia. La Sibilla, anch’essa è leggera, scrive le proprie sentenze sulle foglie degli alberi, abita la superficie della materia, cambia umore, e così cambia anche i suoi responsi. La poesia della Ventura è poesia politica e ermeneutica perché nasce dalla meditazione sopra le «cose», siano esse “Gli sposi etruschi”, o “Le case” o le poesie dedicate alle “streghe”, siano “Due fili d’erba” o qualsiasi altro argomento come il poeta Nerone, preso ad emblema della follia poetica, o Giulio Cesare che celebra inconsapevole il suo trionfo che sarà la sua rovina, o “La guardiana delle oche”, così misteriosa e insondabilmente autentica. “La neve di ovatta” è un ricordo dell’infanzia, una stregoneria che rievoca il mondo in cui tutto era un mistero. L’ultima poesia dell’antologia (che qui viene riprodotta per prima) è il testamento spirituale di Anna Ventura: la parola che pronuncia «il dissenso».

    In nome dello spirito

    Questi piccoli fogli bruceranno
    come tutto il resto, se è già scritta
    l’ora dello sterminio. Ma,
    poiché ancora ci è data la parola,
    pronunciamo il dissenso.

    “Streghe” [2018]

    Suggerirei al poeta del nostro tempo di recarsi nel borgo di Via delle Streghe, [borgo noto e Via ben familiare ad Anna Ventura].
    Riuscirà egli a scorgervi la porta nel vicolo, incorniciata da pietra candida di quelle montagne, sulla quale le Streghe operarono la magia di poterla vedere soltanto loro, come unica via di salvezza?
    Quella porta [lo afferma Cesare Ianni nel suo denso scritto nel risvolto di copertina della raccolta “Streghe” di Anna Ventura] e quella Via esistono ancora, ma non a tutti è dato di vederle… [Ergo, Via delle Streghe e Porta, invisibile ai più, come metafore della Poesia, per Anna Ventura?].

    Ho voluto vedere nel dato reale che la stessa autrice rimarca e rivendica per la Città dell’Aquila la possibilità di estrarne una valenza di correlativo oggettivo o appunto di metafora: la Porta delle Streghe, esistente realmente ma visibile soltanto a certi individui portatori di ben precisi valori di cultura, di potenza immaginativa, di sentimento di apertura e di accoglienza verso l’insolito e il Mistero del vivere, è ben riuscita metafora della poesia e quegli uomini, in fondo un po’ speciali, sono i poeti.
    Mi piace interpretarla così la poesia di questa recente raccolta di Anna Ventura anche perché soltanto un certo tipo d’uomo può conquistare una strega e può con lei costruire un nido. Interpretando i versi con i quali l’autrice magnificamente chiude il suo poemetto

    ”[…]Quando ciò accade,
    l’arcobaleno ha i colori più intensi, i ruscelli
    scorrono più veloci e le mucche/
    fanno il latte buono.”

    si nota senza sforzi che da essi si distacca la volontà luminosa del poeta di volervi
    suggellare il miracolo alla portata dell’atto poetico vero, un evento del tutto simile alla “SORPRESA” di cui ha parlato Papa Francesco nella Omelia di Pasqua: «Ogni atto di Dio genera una sorpresa…»
    E questa sorpresa può essere in grado di “mettere fretta” a certe persone, oppure di lasciarle nella stasi della indifferenza, come spesso succede con ‘altre’ persone.
    Le donne che si recarono al Sepolcro notarono la pietra appoggiata alla parete sepolcrale e non videro il corpo di Gesù in esso depositato morto dopo la deposizione dalla Croce. Una sorpresa, per il cristiano ‘la massima sorpresa’.
    E le donne in fretta si misero in moto per annunciare l’evento. Altri di fronte allo stesso evento rimasero immobili, non subirono la spinta a mettersi in movimento in fretta. Com’è forse per la poesia, per Anna Ventura la poesia-creatrice-di sorpresa
    Che mette in moto alcuni, che lascia fermi altri, ma chi si mette in moto per la sorpresa poetica si mette in moto in fretta e corre verso gli altri per con-dividerne
    il senso del mistero. Questa la cifra tematico-allegorica che colgo nel poemetto Streghe di Anna ventura, peraltro magnificamente arricchita da stupende meditazioni artistiche da parte di artisti di forte postura estetica.
    Ma la poesia in fondo se è anche “arte conoscitiva”e come tale radicata nella Storia,
    essa è preminentemente “arte del linguaggio” e come tale si radica nella lingua.
    In sede puramente estetica, la poesia di Anna Ventura da Tu Quoque a questo recentissimo lavoro poetico Streghe, per il serio lavoro sul linguaggio condotto dal poeta d’Abruzzo sui nuovi versi, per senso del ritmo, per intonazione generale dell’intero poemetto, per accento, per sillabazione e per quella che vien detta ‘durata’, giunge a una personalissima prosodia in buona parte comparabile a quella
    di un Różewicz:

    [“Queste forme un tempo così ben disposte
    docili sempre pronte a ricevere
    la morta materia poetica
    spaventate dal fuoco e dall’odore del sangue
    si sono spezzate e disperse…”]

    che Giorgio Linguaglossa, nello studio magistrale dedicato al poeta di Polonia, non ha esitato a definire «sorprendentemente ricca, frastagliata, vissuta e ritmicamente snodabile…», anche se l’autrice di Streghe continua a misurarsi lucidamente con la poetica delle «cose», immergendosi ,come ha con pertinenza segnalato Rossana Levati in una nota su una poesia della Ventura,
    «nel grande fiume delle cose che non aspettano niente»,
    ma continuando a dichiararsi estranea a quella che, con felice intuizione, Giorgio Linguaglossa, riferendosi a Tu Quoque, propose come «poetica logocentrica».

    Né poteva essere altrimenti se sono le stesse Streghe a dichiararlo [in ‘Il latte buono’, pag. 51]:

    “Noi streghe non ci innamoriamo: lo vieta
    il giuramento a Lilith,
    nemica di Adamo[…]”

    Alla lettura de La casa bassa a suo tempo scrissi questo commento [plaudo a Donatella Costantina Giancaspero per averlo ripreso nella sua densa e colta nota su Anna Ventura]:
    «Quale è l’impianto poetico generale de “La casa bassa” di Anna Ventura se non quello di contrapporre in maniera stilisticamente ben riuscita un tempo “premoderno” al tempo postmoderno se non postcontemporaneo disgiunto definitivamente dalla dimensione spaziale, e un luogo antropologico ai «non luoghi» dello storico-antropologo Marc Augé? La Ventura non a caso parla alla maniera della Cvetaeva di ‘luogo dell’anima’.

    E che fa il poeta in questo perimetro di libri, tappeti, gatti, legni di cui si conoscono perfino i respiri, perfino le voci? In questo luogo antropologico ben delimitato, sottratto all’infinito, il poeta si prepara, circondato dalle sue ‘cose’, e in un’atmosfera da Antologia Palatina [“le allegre lusinghe, la musica, il canto, le coppe audaci nel brindisi e nel canto… tutto si spegnerà] all’ultima attesa…[…]»

    A proposito di porte, Rossana Levati rilevava: «Leggendo le precedenti poesie di Anna Ventura anch’io sono sempre stata colpita dall’immagine della porta da aprire, così ricorrente nei suoi scritti: la porta dell’orrore di Barbablù, la porta dell’armadio delle meraviglie, la porta che racchiude il giardino segreto, tutte porte “magiche”, che non è dato a tutti vedere e tanto meno aprire, ma solo a pochi eletti che ad ogni costo vogliono vedere cosa c’è dentro, o al di là».

    Ne consegue che nella esperienza poetica di Anna Ventura non è possibile eludere
    « la porta» e aggiungerei «il ponte» come simboli-correlativi metafisici-metafore del postmoderno, e del post- postmoderno, carichi come sono di ambiguità perché porta e ponte possono separare o unire, favorire l’incomunicabilità e la divisione o consentire la comunicazione: se è chiusa, la porta divide, se è aperta la porta unisce e fa comunicare.

    Le porte di Anna Ventura vogliono unire, desiderano consentire la comunicazione fra i lettori e le cose della sua poesia dichiarandosi nel contempo estranea alle poetiche
    logocentriche. E Rossana Levati nelle meditazioni a me comunicate nella stessa e-mail
    osservava:
    «[…]la Ventura è estranea a una poetica “logocentrica”, perchè se da una parte stanno le parole, e dall’altra le cose, è ad esse che appartiene la sua poesia[…]»

    Gino Rago, 7 aprile 2018

  2. Mi scuso con Gino Rago e con Anna Ventura per non aver messo per intero la nota di lettura di Gino Rago ma avevo presenti le urgenze della brevità del post. In merito alla figura e alla poesia di Anna Ventura mi limiterò a dire che si tratta di una decana della poesia italiana del secondo novecento fin dall’opera di esordio che già la rivelava come poetessa matura, Brillanti di bottiglia (1972), ma in questo piccolo libro le qualità della sua scrittura poetica risultano ancor più accentuate, a dispetto dell’età della poetessa. Complimenti all’autrice.

  3. Di estremo interesse la critica di Gino Rago in perfetta integrazione con le altre voci che completano il quadro interpretativo di Anna Ventura, poetessa che esprime in una sorta d’incantesimo la sua personalità singolare in cui io non riesco a sentire separazone tra il pensiero vibratile e le cose che vi coesistono liberamente. Questo mi affascina, in Anna Ventura, il suo essere imprevedibile come il sole che squarcia le nuvole o le onde che sconvolgono la riva, di fronte alla maestà del mare. L’autrice riesce ad essere sempre se stessa, non tradisce mai
    la sua natura di rondine che segue l’istinto del volo,,,e bisogna seguirla senza chiederle dove ci porterà quel volo. anche le rondini non lo dicono…Anna è come le rondini, seguiamola, non resteremo delusi, vanno certo verso la primavera lei e le rondini!!! Grazie per quest’appassionante percorso di poesia e…d’anima!!!

    Mariella Colonna

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