Jean Baptiste Cerlogne, “Lo tsemin de fer”, (La ferrovia), di Roberto Taioli

Cerlogne-JB

Jean Babtiste Cerlogne, Saint-Nicolas, 6 marzo 1826 – ivi, 7 ottobre 1910

Jean Baptiste Cerlogne nasce nel 1826 a Saint-Nicolas (Aosta) ed è considerato il più importante e rappresentativo poeta patoisant valdostano. Proprio negli anni del soggiorno a Saint Jacques lavorò intensamente all’elaborazione del dizionario e della grammatica in lingua franco provenzale. Il poemetto, riproposto nella traduzione di Marco Gal, originariamente scritto in patois, risale al 1886, in occasione dell’inaugurazione del tratto ferroviario Ivrea-Aosta, evento epocale che strappò la valle dall’isolamento, dal buio del tempo. Cerlogne con slancio positivistico, esalta la potenza taumaturgica del mezzo meccanico, la sua forza civilizzatrice (“Eido – lo lé que vint traversen le montagne / De Bard, de Monzovet et te belle campagne, Per te pourtè lo ris et d’atra martasandi”). Marco Gal, anch’esso poeta e studioso di lingua franco-provenzale, ne rende una traduzione efficace e rigorosa, non come mero supporto al testo originario. La ferrovia attraversa le conche e le sinuosità della Valle, armonizza la sua corsa al paesaggio, all’aspra natura montana incombente, aprendo con la sua corsa una nuova era, un’età dell’oro. Folle di valligiani, in passato destinate a sfiancarsi in lunghe trasferte per portare i loro prodotti in pianura, verso le terre del Piemonte, ora si ammassano nelle piccole stazioni disseminate lungo il percorso del treno. Nella lettera ai compatriotes, preposta al poemetto, Cerlogne scrive di essersi come risvegliato per affidare alla penna e alla poesia la sacralità dell’evento, per “dépeindre les différentes industries de la Vallée d’Aoste, ses meilleurs produits, ses antiquités, ses beautés, ses moeurs patriarcales” (cfr Noutro dzen de patoué, textes présentès par René Willien, vol I, Aoste, Imprimerie ITLA, 1974, p. 7). Questo poemetto è così un affresco della Valle, delle sua attività, delle sue bellezze, svolge una funzione in qualche modo educatrice, in una simbiosi febbrile tra opera dell’uomo ed estasi della natura.. I segni dell’una e dell’altra si dispongono nelle sequenze, si raggrumano in nitide figure di interni ed esterni, come Noussan, il negoziante di formaggi, che spedisce attraverso la ferrovia i suoi prodotti o il brulicare dei primi villeggianti che dalle città d’Italia, ma anche di Europa, scoprono la valle e si cimentano tra le sue montagne.. La lunga parte finale del poemetto, è una rassegna dei castelli che contrappuntano la storia e la geografia della valle, tra cui quello di Verrès eretto all’imboccatura della val d’Ayas. E’ questo il terzo riferimento alla val d’Ayas contenuto nei versi del poemetto (insieme a Brusson con i suoi fecondi pascoli e alla stessa Ayas con i suoi sabots). Il tema del genius loci ci rimanda peraltro ai quattro anni (1879-1882)in cui Cerlogne soggiornò come recteur a Saint-Jacques des Allemand; di essi ricordiamo alcuni versi ove risuona il nome della Bettaforca, scritti in occasione della visita di mons. Duc, proveniente dalla vallata di Gressoney:

MONSEIGNEUR!
Quel doux zéphir de son haleine
Monseigneur; en ce jour vous meme
Dans la cabane d’un Recteur?
Rien s’arrete un sublime…
Vos pas sont imprimés sur, de Betta, la cime,
Et votre amour dans notre Coeu;

 

LO TSEMIN DE FER

Chi voleva, nel tempo andato, far la sua provvista
Sul suo asino partiva, e giù, verso il Piemonte.
Con il suo sacco di riso ritornava la bestiola,
con fatica, ansimando e persino talora
sull’ardua salita di Bard e della Mongiovetta
andava con i ferri all’aria, o si torceva il collo.
La moglie, i bambini, che la fame tormentava
otto giorni, per loro, erano dieci;
e spesso quando l’animo ritornava
ahimè! Nessuno aveva più fame.

Più tardi, i visitatori della Valle d’Aosta
Si ritrovavano pigiati proprio come crauti
Su vecchie diligenze che scuotono senza fine,
che si fermano in ogni dove, che dormono sulla strada.

Dimenticati da gran tempo in mezzo alle montagne,
abbiamo fornito soldati al nostro Re al pari di un tempo,
noi, gli antichi sudditi della nostra Monarchia,
noi sembravamo fratelli d’Italia
solamente per pagare le imposte.
Sono passati trent’anni a far domande
E progetti per la strada ferrata,
e, tuttavia l’affare, l’affare si manda e si rimanda,
si sarebbe detto, tanto quanto dura l’inferno,
è tuttavia infelice chi si dispera:
aspettiamo un giorno migliore…, tutto potrà forse accadere.

Valdostano, sta per risplendere per te un giorno felice:
Ben presto sentiremo il fischio del vapore!
Eccolo là che viene attraverso le montagne
Di Bard, di Montjovet e le tue belle campagne,
per portati il riso e altra mercanzia,
per comprarti i prodotti di cui abbonda il tuo paese.
I nostri bravi contadini giungono da ogni parte,
tutti corrono, tutti si spintonano, s’ammassano intorno alle stazioni;
son lì il grosso mercante, il piccolo venditore;
questo vi trae il suo soldo, questo i suoi marenghi;
là si ritrovano tutti i curiosi che non hanno null’altro da fare;
ognuno dice tra sé: mai più miseria!

I Frassy …, i Borney …., Ruffier di Courmayeur,
non sono di quelli che abbiano freddo nella stalla:
le loro pile di fontine o i formaggi
andranno a farsi assaporare in tutt’ Italia .
Dalla città di Aosta in su fino al Monte Bianco,
i prodotti dei montanari passano tutti tra le loro mani.

Un mercante non meno importante , se volete, ve lo indico:
ora è cavaliere, in passato è stato sindaco.
I formaggi di Quart, di Fénis, di Chamois
Di Saint- Barthélemy,
di Torgnon e di Valtournenche
nella sua cantina Noussan li conta in duecento file.
Un centinaio di mucche a Francou gli producono latte a secchi
E altre venti in inverno fanno schiera nella sua stalla.
I prodotti del latte dei dintorni di Chtatillon presso di lui abbondano;
in casa, sua cantina, dispensa, tutto di derrate trabocca.
Dal suo grande magazzino, di certo, di tanto in tanto
Con la strada ferrata spedisce l’eccedenza di prodotti ammassati.
Mongenet, Gervason fabbricano, lo si può dire
Il miglior ferro fondendo il minerale
Della grande miniera di Cogne e del Lac- Gelé,
che il nostro senatore possiede a Champdepraz.

Mi sembra proprio che il mio cuore mi rimproveri:
ma, come non dire una parola delle vacche e delle manze
che il nostro paese esporta! Per esempio: a Brusson,
allevano gran quantità di bestiame e si fanno burri e formaggi,
e le lor manze soprattutto hanno quel grande vantaggio
d’essere atte a partorire quasi ad ogni stagione.

I grandi fan denaro con le loro industrie;
i piccoli contadini, vendono un po’ per volta
ciò che produce il loro lavoro, la loro accorta economia.
– Non lo si direbbe – si fanno dei bel soldini!
Bisogna pure che per la propria borsa ognuno ben s’imgegni.
Dica, lei, che cosa ha da vendere?
– Abbiamo delle patate a pasta gialla quante ne volete
Per sgrassar la pancia ai signori piemontesi;
abbiamo delle pere invernali e delle mele renette,
dei vitelli grassi, dei montoni buoni per la macelleria,
delle lepri, dei camosci e tante altre bestiole
che giù dalle vostre parti si fanno arrostire.
Quando due paesi confinanti vivono come fratelli,
l’un l’altro si fanno il bene che è possibile farsi:
il cuoio piemontese calza tutti i nostri signori
e i sabots di Ayas vanno già a calzare i loro.

Con il suo piccolo paniere al braccio, la buona massaia
Se ne va a vendere ben caro il prodotto della sua caldaia.
Il suo burro fresco e il suo formaggio grasso
Fanno proprio venir voglia! Sono fatti per essere guardati!
Per rifarsi delle pene che si dona
Va a vendere, due soldi ,l’uno, le uova delle sue galline;
si compera zucchero, caffè… Ma di queste squisitezze
i nostri antenati non ne conoscevano neppure il nome;
così conducevano lunga vita con pane e formaggio.
Tuttavia di questo caffè se ne fa un uso eccessivo;
dalla più grande dama all’ultimo ciabattino,
tutti vogliono per colazione la tazza al mattino.
Questa bevanda tuttavia anche a me piace;
e se ho l’aria di fare la predica,
è che si direbbe si diventi più cattivi
a forza di mangiare cose buone.

Per potervi parlare del buon succo della pergola
Che il nostro paese produce, sarebbe proprio a proposito,
averne davanti a me giusto almeno otto bottiglie
per assaggiarle bene, a turno, due o tre volte.
Proviamo: tu Donnas, oh, il buon peccotendro!
Gras –Roude dell’Enfer, tu non sei certo di minor valore.
A sua volta, delle Ouillères, onore di Chesalet”
E tu buona Malvasia del signor Farinet!
O collina di Aosta, assaggiare il vino della Bioula;
tua sentire il gusto, o Vegnoula.
Fammi del tuo Oriou sentire il gusto, o Vegnoula.
Chambave il tuo Moscat fa, non ne abbiamo dubbio alcuno,
a tutti guarir la pancia, persino a chi non ha alcun male.
Su, non perdiamo tempo con delle storielle;
terminiamo, è molto meglio, la bottiglia del Torette:
questa è altra cosa da quel vino fatto con l’acqua del Po
o con quello della nostra Dora,
che sa tornarci indietro, dentro a botti piene,
con un bel colore, ma senza sapore.

Signore e Signori, tutti arrivano da Torino, da Firenze,
da Roma, da Milano, dall’Inghilterra e dalla Francia.
Vengono tutti a cercare l’aria fresca e il buon appetito,
seminando luigi d’oro in tutto il nostro paese.
Gli uni a Pont- Saint Martin vanno su nella vallata,
al Monte Rosa senza indugio danno la scalata.
Altri seguono la via retta di Chatillon.
Vanno a guardare da presso la fronte del Monte Cervino.
Altri sul Monte Bianco vanno a piantarci le loro tende;
tuttavia, non ci rimangono durante le feste di Natale;
e per essere sulle vette al levar del sole
perderebbero rampicando le unghie delle dita dei piedi.
Altri non camminano molto; loro soffrono troppo la stanchezza;
i bagni di Courmayeur sono il loro grande passatempo,
oppure per guarirsi dagli acciacchi
prendono le acque a Saint-Vincent.
Altri che hanno gusto per le cose antiche
Vanno a visitare i rus, le torri d’altri tempi,
i vecchi ponti, i castelli, i chiostri, il Saint-Vout.
Il muto dei Saraceni, e le Porte Romane.

Voi, castello di Verrès e le vecchie torri di Arnad
Voi mostrate ai passanti mura abbandonate;
tuttavia non cessate per questo di essere utili:
agli uccelli della notte voi fornite asilo.

E tu castello così fiero sopra Montjovet
Le tue mura vanno a pezzi, la tua torre è senza tetto.
Ah! Al tempo dei signori, chi avrebbe osato dire
Che la loro dimora, circa trecento anni più tardi
Sarebbe poi servita da tana
Ai cuccioli della volpe?
Di molti altri castelli è morta la nobiltà:
al suo posto ci si vede spesso ricchi popolani
che venendo trattati con un po’ di riguardo
sono più fieri degli intendenti.
Tuttavia, ai tempo nostri, in gran numero si contano
I castelli che pur tuttavia al fine si restaurano.
Issogne, il tuo è veramente come un deposito
Pieno di oggetti preziosi, di cose di un tempo;
cose che stanno a cuore al cavaliere Avondo,
lui che per averle, avrebbe dato il mondo
al fine di raccontare il suo gusto.

Là, sul castello di Quart che cedeva in rovina
Non vedeva passare nessuno nelle sue deserte strade:
oggi incomincia a rivivere, e si può dire grazie
al signor Latelin.

Tu castello di Gressan, hai dunque cambiato padrone
Che sei tutto rimesso in sesto da cima a fondo?
Colui che conosce il latino capisce a chi può appartenere
Si vede sulla sua porta scritto: Duc in altum.
Antico maniero, castello di Aymavilles,
tu hai vissuto tempi antichi, tu vivi nei giorni nostri:
no no, per niente tu indietreggi
di fronte agli altri dei dintorni.

Questo castello, questa torre, non lontano dall’agonia,
non mostrava quasi più tracce di viventi:
ma che cosa manca loro? Manca loro una Signoria.
Il Barone di Saint- Pierre giunge proprio in un tempo
Per dar loro la nobiltà e la vita.

Là, sono già stanco, riponiamo la penna.
Ma, no! Diciamo due parole su quel castello di Sarre
Che incanta ora lo sguardo del passante che lo osserva.
Ecco che significa essere diventato il palazzo del Re!

Per godere dell’aria fresca della montagna,
il nostro Re assai sovente, verso la fine di agosto,
lascia le rive del Tevere, o dell’Arno, o del Po
conducendo con sé la Regina, sua compagna.
Senza dubbio, tra tutti e due, possono meglio riuscire
A profondere i loro benefici su tutto il nostro paese.

Sui ghiacciai di Cogne o di Valsavarenche,
il Re viene a trascorrere dei giorni senza tristezza,
rompendo la corsa agli stambecchi;
mangiando di quella carne, non ne conta i pezzi;
si versa il nettare di una buona bottiglia.
Ma le corna, con cura, il Re le riserva
Per ornare del suo castello di Sarre
Il salone più bello.

(Traduzione dal patois di Marco Gal)

 Roberto Taioli

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