Due poesie di Adriano Guerrini, nota di Davide Puccini

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Adriano Guerrini, Alfonsine, Ravenna, 1923 – Genova, 1986

Due sono le facce che ci presenta la poesia di Adriano Guerrini, in continua alternanza anche se non necessariamente in alternativa, data la possibilità di una dialettica compresenza: la natura vagheggiata inizialmente come immagine di pace e serenità, poi minacciata e mortificata, fino alla rappresentazione della scomparsa dell’uomo e della vita sulla terra; e una vena polemica e satirica sempre risorgente come indispensabile contrappunto, si tratti di prendere di mira la “poesia neurologica” della neoavanguardia o di temi direttamente politici di più bruciante attualità. Una plaquette del 1973 (comprendente però testi del 1943-47), Alti boschi, ci offre appunto, con il ritmo piano e naturale degli endecasillabi e dei settenari, aspetti del paesaggio come momenti di felice smemoratezza; ma ben presto entra nella poesia di Guerrini il tema dell’Età di ferro (1958), che potremmo leggere anche in chiave biografica come l’età del ferro, con riferimento alla sterminata periferia industriale genovese, o in chiave storica come “l’epoca dei lupi”, il tempo della violenza e della sopraffazione. Al di fuori di ogni lirismo, nella robusta oggettivazione della figura di Jon il Groenlandese (1974), il tema trova poi la sua conclusione provvisoria prospettandoci, tra i neri scogli e i ghiacci di una landa desolata, la catastrofe avvenuta, “la terra senza di noi”. All’altro versante appartengono invece Polemica (1966) e Poesie politiche (1976), con una più scoperta disposizione ironica la prima, con risentito, talvolta corrucciato moralismo le seconde.

Davide Puccini

 

Strada sopraelevata

Qui, sembra ieri, la strada non c’era,
mentre la città sempre più soffocava.
Sembra ieri. La città è molto cambiata,
più grande, più fitta di ferro e cemento.

Questa strada non c’era. E neppure c’era
la ruga sul tuo collo che oggi ho veduto.
Corriamo. Le macchine ci vengono incontro
dall’altra parte, con le luci già accese.

Quella ruga non c’era. Corriamo. È notte.
Corriamo: gli anni, le città, le galassie.

 

MARE

Davanti al mare, siedi
al sole ancora dolce;
ma senti sopra il volto
ormai il vento freddo
che scende dalla valle
con le acque autunnali.

Rade, smarrite impronte
restano dell’estate.
Un altro anno è sepolto.
La gioia non è venuta,
hai mangiato il tuo pane,
hai percorso le strade.

Domani andrai ancora.
L’onda sale e ritorna
sulla sabbia deserta,
come alle prime origini.
La quiete è profonda,
immenso l’orizzonte.

Adriano Guerrini

 

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1 commento
  1. Diceva Ungaretti che è poesia quella che serba un segreto, e trattasi in succinto di ciò che ora dice la critica operazionale, verificandosi, in ambo i casi, la conferma del fatto che la poesia può incontrare la sua definizione, purché essa definisca la poesia e non qualche altra cosa, che può esservi nella poesia, ma come mille altri elementi, quando l’uno quando l’altro. Per esempio, Caproni prima disse che nessuno sa che cosa sia la poesia, poi aggiunse che per lui era la ricerca di se stesso: ma questo non è una definizione, ma solo un accidente, in quanto la poesia può fare mille altre cose oltre a questa ricerca. Quella del segreto invece sì, è una definizione, in quanto qualsiasi cosa faccia la poesia, trattasi di cosa sempre sottaciuta, da sentir dentro come un effluvio indistinto, che opera dentro noi a mutarci senza svelarsi, o svelandosi solo attraverso analisi complesse, come quelle che fa la critica, la benedetta critica. Qui, per esempio, in Guerrini, questo segreto effluvio fa dentro noi lampeggiare il trascorrere inarrestabile del tempo sulle cose, su noi, sull’universo, e l’esortazione a godere della fortuna d’esserci, finché si è e comunque ci si trovi a vivere. In sostanza è l’oraziano “carpe diem”, che non significa “cogli l’attimo” come è grossamente tradotto nel quotidiano cianciare dei perditempo, ma significa “ruba, strappa, arraffa la tua giornata”, prima che ti sfugga dalle mani, e ti ritrovi faccia a faccia col nulla malandrino, sempre lì appostato a vedere se ti possa arraffar lui, e inghiottirti, e niente più.

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