Cinque poesie di Daria Menicanti, nota introduttiva di Giovanni Raboni

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Ha scritto Segio Solmi che la poesia della Menicanti appartiene al filone “della poesia d’ogni tempo, dai primi lirici greci fino a Leopardi, nei suoi poli fondamentali di amore-morte”. Non si potrebbe dir meglio, né con più provocante speditezza. In effetti, la poesia della Menicanti è lì, tutta da vedere e da gustare nella sua ammirevole semplicità e trasparenza, e sembra a prima vista impossibile compiere su di essa operazioni critiche che vadano al di là della pura certificazione, della pura conferma del fatto che (è ancora Solmi a notarlo) il “sottile brivido” che essa insinua nel lettore è il “brivido dell’autentica poesia”. E, quando a una ricapitolazione dei suoi contenuti, penso proprio non vi sia nulla di artificioso o di arbitrario nel rinviare tranquillamente, come fa Solmi, ai “poli fondamentali di amore-morte”, avendo in mente e all’orecchio, si capisce, i frammenti greci, primi fra tutti quelli di Saffo. Tuttavia, sono convinto che sia non solo possibile, ma proficuo definire la poesia della Menicanti anche in rapporto a una tradizione più recente e specifica, quella della poesia italiana del nostro secolo.

Giovanni Raboni

 

TETTO

All’alba – già è novembre – e sento ancora
dai nidi chiamare colombi
piccoli, azzurri, con la voce fina,
e degli ardenti padri per lo zinco
della gronda convessa affaccendarsi
su e giù gli artigli di porpora
e le lotte amorose
e le squisite agonie
e l’incalzante tubare.

 

TUTTI I GATTI LO CREDONO

Nerofumo e smeraldi, sulla vetta
di una colonna un gatto mi contempla
risibilmente piccolo, ma già
convinto di essere un dio.

 

QUASI

Quasi ce l’ho con lui. Per quel furtivo
andarsene che ha, gliene voglio;
per quel viso già pieno di nebbie.
Non sfuggirmi, lo supplico, gli piango,
non uscire così dalla tua casa,
le mie memorie. Se mi lasci, caro,
vivrai dove?
Chi ti riscalderà?

 

L’ULTIMO MESE D’INVERNO

Con l’ultimo mese d’inverno
si fa delicata una stagione
già tanto mordace. La luna
riporta con gentili esche la sua
trasparente morte.

 

E’ FIORITO L’ALBERO DEL CORTILE

Una sfera
pallida e trasparente è caduta
sopra le braccia aperte
dell’albero in attesa.
Una sfera
di fiori brevi più bianchi dell’alba
s’è posata in cortile
tra vorticose pareti.
La sua presenza aerea
la sua improvvisa grazia da immortale
rende felice e disperato chi
la guarda.

Daria Menicanti

1484416734Daria Menicanti nasce a Piacenza nel 1914 da padre livornese e madre fiumana. Laureata in Estetica a Milano insegna e fa la traduttrice. Si sposa con il filosofo Giulio Preti. Muore a Mozzate nel 1995. La sua prima opera poetica è raccolta in tre volumi, tutti pubblicati da Mondadori: Città come, 1964; Un nero d’ombra, 1969; Poesie per un passante, 1978. Nel 1986 pubblica Altri amici e Ferragosto. Nel 1990 esce Ultimo quarto.

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4 commenti
  1. Prezioso il frammento con la scrittura e la firma della Menicanti che ci immette nel suo mondo poetico ed affettivo. È infatti dedicato al marito Giulio Preti, così come la successiva “Quasi” che traduce in poesia la difficoltà del suo tormentato rapporto. Nel 1937 aveva sposato il filosofo Giulio Preti, conosciuto nella Milano degli anni di Banfi , e titolare della cattedra pavese di filosofia morale . Il matrimonio finì nel ’51 e Preti morì nel 1972. Della sua esperienza umana ci ha lasciato,oltre che splendide poesie, lo scritto Vita con Giulio.
    Pochi conoscono Daria Menicanti perché lei stessa non si è mai voluta mescolare all’intellighentia ufficiale, si è rifiutata di camminare sul palcoscenico della ribalta letteraria. Ha coltivato invece amicizie profonde: con Lalla Romano, con Vittorio Sereni… ha amato studenti(era insegnante), uomini ed animali.
    Il suo interessante “bestiario” è ricco e ironico, un’arca lirica di Noè, (cavalli, gatti, animali di ogni sorta e soprattutto la “stirpe canina”, tra cui emerge Fuchs il cane lupo).
    La Menicanti scrive per un bisogno primario, lontano da ogni moda, parla di sé, dei suoi momenti di essere, della vita e della sua forza, è una osservatrice attenta, incantata e disincantata di tutto quello che la circonda.
    Fu una donna sola e consapevole, “una dispari” ,che lavora, insegna, vive a Milano, che sa vedere con affetto anche nei suoi aspetti quotidiani e minimi, con ironia amabile che maschera la sua forte ed onnipresente cultura. La sua caratteristica è la severità etica, senza mai concessioni a mode, a programmi sperimentali, a neologismi. Non esorta al vitalismo, al contrario preferisce gustare l’attesa di incontri, di momenti felici o appena sereni .

  2. Dici bene, Maria Grazia, la Menicanti è una poeta poco conosciuta, e come tanti altri caduti nel dimenticatoio andrebbe ripubblicata. Certo, lei stessa non amava le luci della ribalta, perché donna riposta, intima, “segreta”. La sua poesia mi ha sempre colpito per l’eccezionale intensità lirica, per quei termini minimi e nitidi che inglobano un universo pieno di cose, di colori, di dolori, di affetti. Poesia che attraverso gli elementi del reale perviene ad una interiorità che finisce con l’eliminare ogni residuo esterno.

  3. Grazie per avercela ricordata gentile Luciano. Grandissima poeta. Dopo la lettura delle sue poesie si sente uno strano malessere-benessere addosso, come sulla cima dell’abisso, come se fossimo stati scoperti, denudati. Questa sensazione è per metà gioia per metà inquietudine. Un caro saluto e buon lavoro. anna elisa

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