ROMA, L’ESTATE E GLI SCRITTORI, di Marco Onofrio

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«Strugge forre, beve fiumi, / Macina scogli, splende, / È furia che s’ostina, è l’implacabile, / Sparge spazio, acceca mete, / È l’estate e nei secoli / Con i suoi occhi calcinanti / Va della terra spogliando lo scheletro»: con questi versi dal sapore intensamente barocco, scritti a Roma nel 1931, Giuseppe Ungaretti cattura la potenza esplosiva del solleone che infuria e il riverbero accecante della luce, a suggello di un “trionfo” effimero, dove la vita, sotto l’apparenza del massimo splendore, è in realtà satura di morte, e manifesta il suo volto più autentico ed eterno. L’estate è così: stagione che spolpa, disincarna, rivela. È la fiera macabra dove la vita tocca le radici, le innumerevoli sottili fondamenta, per contattare la più interna identità: di se stessa, dell’uomo, delle cose. È un battito d’ali di farfalla, un brivido che fugge: dove il fiume che scorre si congiunge con il mare che sta; dove la memoria abbraccia nuovamente l’innocenza, e l’istante è pura eternità. Un significato particolarmente intenso e ricco di suggestioni deve dunque avere l’estate a Roma, Città Eterna scavata nella polpa del Tempo, sopravvivente nella mostra “aperta” delle sue memorie stratificate. Ascoltiamo in proposito il d’Annunzio della “Roma bizantina”. È il 1885, e l’Immaginifico, in atto di amorosa devozione, scrive con slancio ispirato che sì, Roma è «sovranamente bella e grande e dilettevole in tutte le stagioni», ma nessuno dei suoi volti stagionali può «venire al paragone con l’ignea Roma estiva, che arde solitaria e grandiosa in mezzo alla sua campagna». Per poi continuare:

«Avete mai contemplato la città, in un meriggio di luglio, dall’ombra dei lecci che stanno come una rigida muraglia verde innanzi alla Villa Medici? Quando mai Roma è più solenne e più sacra? Quando mai ella suscita più forte nell’animo il sentimento della divinità? Il viale è deserto. I vasti alberi, immobili, proteggono la fontana e si specchiano nel bacino dove l’acqua per tale ombra è cupa e molle come un velluto. Dai pini del Monte Pincio viene il coro incessante delle cicale e si spande nell’aria egualmente, come un pieno fiume in un mare tranquillissimo. E Roma, di sotto, fiammeggia d’una singolare luce cinerea nell’orizzonte smisurato».

Anche d’Annunzio coglie, come si vede, quel particolare riflesso d’ombra all’interno stesso della luce, nel suo cuore più assoluto, quasi per eccesso di fulgore. È il senso disperante della fine, del crollo prossimale o incipiente, che talvolta – nelle cose umane o naturali – accompagna la percezione dell’apogeo, la pienezza in superficie del “trionfo”. Una luce nera per troppo chiarore equivale, sul piano simbolico, ad una vita gonfia di morte per troppa forza di sé (come appunto accade in estate): gli estremi si toccano, fin quasi a coincidere, ad essere il medesimo. Si legga, ad esempio, questo passo da Ragazzi di vita (1955), di Pier Paolo Pasolini:

«Il sole bruciava, a picco, e lì intorno, sotto la fabbrica della varechina, c’era un caldo che pareva che la stessa aria bruciasse, mentre lontano, dalla parte tanto dei campi che della strada, coi carri armati che rombavano lontani, era sceso il silenzio accecante del mezzogiorno. (…) Lì sopra, alle sue spalle, come una frana dell’inferno, s’alzava la scarpata cespugliosa con il muraglione della fabbrica, da dove sporgevano verdi e marroni delle specie di cilindri, di serbatoi, tutto un mucchio di scatoloni di metallo, dove il sole si riverberava quasi nero per la troppa luce».

L’estate è colta spesso in questo suo potere annichilente di scarnificazione, di “estro orrifico”, di spasmo e convulsione. Non a caso Ungaretti la definisce «stagione del barocco», in quanto, al pari del barocco (inteso come categoria metastorica dello spirito, prima che sintesi storica e formale), «sbriciola e ricostruisce» tutto ciò che ad essa è sottoposto. L’estate è la stagione dell’«avido lutto» che ronza nei vivi: stagione di violenza implacabile, che spolpa i selci «sino ad orbite ombrate», che risveglia «ceneri nei colossei». Scrive, sempre Ungaretti (1943):

«Conobbi, tra San Giovanni e Santa Croce, l’estate in furia, macina calcinante, e l’urlo afono di un travertino inaridito sino a sembrare dissolversi in un acre, polveroso fumo azzurrognolo. Conobbi l’estate, quando il temporale minaccia, quando le nuvole si fanno pietre e le pietre nuvole e i Dioscuri di piazza del Campidoglio, s’avventano contro i Dioscuri di piazza del Quirinale, quando cielo e palazzi e gente che passa sono travolti e mescolati in un turbine di finimondo che dura poco».

Ed ecco lo splendido Moravia dei Racconti romani (1954):

«Abitiamo sulla via Ostiense. L’attraversai e, macchinalmente, me ne andai al ponte di ferro, dove c’è il porto fluviale di Roma. Erano le due, l’ora più calda della giornata, con un cielo di scirocco, livido, che pareva un occhio che avesse preso un pugno. Giunto al ponte, mi appoggiai alla spalletta di ferro imbullonato: scottava. Il Tevere, incassato tra le banchine, in fondo ai muraglioni a sghembo, pareva, anche per il colore fangoso, una fogna allo scoperto. Il gasometro che sembra uno scheletro rimasto da un incendio, gli altiforni delle officine del gas, le torri dei silos, le tubature dei serbatoi di petrolio, i tetti aguzzi della centrale termoelettrica chiudevano l’orizzonte così da far pensare di non essere a Roma ma in qualche città industriale del Nord. Stetti un pezzo a guardare il Tevere, giallo e piccolo, con una chiatta piena di sacchi di cemento ferma presso la banchina, e mi venne da ridere pensando che quel rigagnolo si chiamava porto come i porti di Genova e di Napoli affollati di navi di tutte le grandezze».

Fra Roma e la stagione estiva si stabilisce un patto di complicità, un terreno comune di scambio, di reciproca interpretazione: ci si può servire dell’estate, come fa Ungaretti, per comprendere meglio Roma; e viceversa. Le ardenti magnificenze del sole sembrano congeniali, per consonanza di spirito e trionfo, alle gloriose vestigia dell’Urbe. Forse aveva ragione d’Annunzio: è davvero l’estate, nel bene e nel male, la “stagione di Roma”: quella in cui Roma non ha più remore a svelare i propri incanti. È così, dunque, che «i veri amici di Roma si riconoscono in estate, e per via dell’estate, allorché le membra della città vengono abbrustolite dal sole (un sole che spacca il travertino come un tagliapietre implacabile), e non si trova più refrigerio se non nelle catacombe; e lo stesso marmo delle epigrafi non è più gelido, ma brucia di febbre in tutte le sue lettere scolpite. È l’epoca in cui coloro che vissero dei facili piaceri di Roma – e, innanzi tutto, d’una contemplazione confortevole e non rischiosa – fuggono a precipizio, si salva chi può, e padrone della città rimangono le statue e le acque, in una alle memorie confitte ai vetusti palazzi. Ma è appunto quando il sole cuoce le selci, che il vero fedele di Roma si farebbe legare, a guisa di martire, a una colonna rovente, giurando dolcemente che non scotta. Sicché, quando arriva la sera, quella è requie meritata, e chi se n’è reso degno vi si affonda beatamente, come in una felicità lunga e legittima. E poiché i fedeli di Roma se la son fatta con le vecchie pietre, con ruderi e costoloni di antiche basiliche, è lì che la sera d’estate rovescerà i suoi balsami, sicura di trovare i suoi devoti ancora sul posto» (Rodolfo De Mattei).

Non è forse più che mai incantevole, Roma, le sere d’estate, quando il suo cielo – infuocato nel sangue del tramonto – svetta vertiginoso come una pagoda, e s’intorce, come una conchiglia opalescente che guizza bagliori di luce in lontananza: quando, donna vanitosa e sensuale, languidamente scioglie con i veli il suo profumo? Non è forse più che mai incantevole, la Roma deserta (e nuovamente vivibile) d’agosto? E che dire di certi azzurri esplosivi, vellutati, gonfi di luce dorata, in cui tutto (pietre, palazzi, statue, monumenti, nuvole e persone) sembra nuotare nel cielo, vibrando di silenzio assorto, ogni cosa come pronta a liquefarsi, dissolversi, prendere il volo? Cieli che scorrono a terra come fiumi di colore, in cui è bello impigliarsi, naufragare, vivere.

Ci sono estati così torride che Roma pare trasformata in una città orientale. Come scrive Antonio Debenedetti all’inizio di Se la vita non è vita (1991): «Questa notte, a nostra insaputa, Roma deve essersi avvicinata ai tropici! Nemmeno a Bangkok o nel Sinai, suppongo, l’aria è così irrespirabile!». E ancora, poche pagine dopo, cogliendo riflessi di allucinazioni: «È un luglio terribile! Il Tevere, dove c’è un po’ d’acqua, ha il colore verdastro e oleoso d’un fiume orientale. (…) Un riflesso esotico, affacciandosi dai ponti verso sera, fa persino dimenticare le solite tonalità fangose di quelle acque. I cani, in fondo alle strade bruciate come deserti, sembrano fumare dalla groppa né più né meno che i cammelli dei film. I gatti sbadigliano come leoni».

Certo, la canicola ha – è indubbio – i suoi fastidiosi inconvenienti. Specie quando è implacabile (come nell’estate del 1983, allorché a Roma si raggiunsero i 40 gradi all’ombra), e quando certe nuvole basse e soffocanti attanagliano la città sotto la morsa dello scirocco, per cui Roma si trasforma in un forno, un “callarone fumante” dove ogni contorno finisce per confondersi. L’afa stantia grava sui respiri; il sudore gronda, appiccicando quel poco di vestiti che indossiamo; l’acqua dai rubinetti cola scipita e dolciastra come un brodo… è allora che, con la pazienza in debito d’ossigeno, si rischia lo scatto di nervi. Urge un refrigerio. Magari si corre ai Castelli, o al mare per un tuffo provvidenziale. Roma, dal canto suo, offre da millenni il ponentino, benché ormai frenato dalla cintura cementizia dei palazzoni. C’è chi, come Antonello Trombadori, invoca l’utilizzo delle pompe:

«A Mosca, a Neviòrk, puro a Pariggi, / Quanno, a le due a le tre, fa troppo càllo, / Sorteno fora l’autobotti, Giggi / Su l’asfarto infocato p’annaffiàllo. / A Roma sto serciato scureggiallo / Bolle che ce pòi fa li suffumigi, / Ma gnìsuno ce penza a rinfrescallo / E a liberacce da sto crocifiggi! // Perché nù riaprimo li chiusini / Lungo li marciapiedi, aruzzoniti, / E nun dàmo la pompa a li scopini?»

O ancora – sempre il Trombadori – brama anche di notte l’acqua fresca, perché corrente, delle fontanelle romane, quelle con tanto di “nasone”:

«Co ste nottate piene de callàccia / Sto’ a letto co le porte spalancate / E le finestre aperte, ma l’ariaccia / ‘Nvece de fa corrente và a zaffate. // (…) Io abbrucio de calore e per dormì / Me vorrebbe abbraccià ‘na funtanella».

La bellezza della Roma estiva sembra venire, per contrasto, anche dal piacere dell’ombra tanto a lungo bramata, ove e quando finalmente raggiunta, con la tregua dalla furia implacabile dei raggi. Quanto più la città brucia, tanto più si rendono graditi i luoghi che consentono di sottrarsi alle pene del “flagello”. Soprattutto di giorno, ovviamente. D’Annunzio consiglia di frequentare le gallerie d’arte antica, le “sale gentilizie”, silenziose e piene di frescura. Ad esempio la galleria Borghese: «Entrando nel cortile solitario, dalle cento colonne di granito, già si dimenticano le vie urbane tutte arse dal sole e si prova un senso delizioso di frescura e di quiete quasi conventuale». Quale consolazione acustica può offrire, dal silenzio ombroso dei luoghi raccolti, il chioccolio delle fontanelle o, ancora più desiderabile, il fervido spumeggiare delle acque dentro le fontane? E come non pensare alla frescura permanente delle chiese? Lo stesso sollievo, secondo d’Annunzio, è garantito dai grandi palazzi romani, architettonicamente perfetti per trattenere il fresco. Nella novella Epistolario d’oro, la Contessa di Beffi chiede per lettera alla Marchesa D’Ateleta come riesca a resistere a luglio «in codesta Roma di fuoco». E la Marchesa risponde di essere innamorata di Roma, e che non la lascerebbe «per una qualunque città di mare o per un albergo alpestre», e tanto meno per la campagna. «Io amo d’estate la mia casa assai più che d’inverno. Questi grandi palazzi romani sembrano fatti apposta per un soggiorno estivo, con le loro ampie volte concave da cui piove il fresco come da un dòmo di verdura, e con le loro gallerie di specchi lunghe e profonde, e con le loro scalinate monumentali. Io ho qui la mia serra tutta fiorita, dove la notte, quando i vetri sono sollevati, il profumo è inebriante e si può quasi bere a sorsi come un’acqua deliziosa».

Ci sarebbe poi la fantomatica guida di Roma all’ombra (un libretto che, benché da molti citato, nessuno ha mai letto, e di cui resta ignoto persino l’autore), scritta per consentire la visita del centro storico, nei giorni di solleone, senza mai uscire dall’ombra proiettata da alberi e palazzi. Per i casi più disperati, quando la calura è implacabile al punto che neppure all’ombra si resiste, non resta infine che affidarsi al “miracolo”: come quando (narra la leggenda) la mattina del 5 agosto dell’anno 352 la sommità dell’Esquilino apparve ai romani prodigiosamente coperta da un manto di neve! In attesa del portento, tuttavia, sarà consigliabile bere molto (possibilmente liquidi caldi, che dissetano di più) e aspettare fiduciosi i primi freschi di settembre…

Marco Onofrio

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3 commenti
  1. Gentile Domenico, mi sfugge il nesso tra l’articolo su “Roma, l’estate e gli scrittori” e la sottoscrizione da Lei proposta come “miglior commento”. Aveva bisogno di uno spazio qualunque, fra gli altri, per diffondere la sua iniziativa?

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