Nei tempi grigi, uno sprazzo di luce dalla poesia. La “gioia avvenire”, dalla meravigliosa fiamma dell’ “utopia”. Esemplare il pensiero e l’opera di Franco Fortini. Un classico della letteratura contemporanea. A cura di Donato Antonio Barbarito (I parte)

fortini

LA GIOIA AVVENIRE

Potrebbe essere un fiume grandissimo
Una cavalcata di scalpiti un tumulto un furore
Una rabbia strappata uno stelo sbranato
Un urlo altissimo

Ma anche una minuscola erba per i ritorni
Il crollo d’una pigna bruciata nella fiamma
Una mano che sfiora al passaggio
O l’indecisione fissando senza vedere

Qualcosa comunque che non possiamo perdere
Anche se ogni altra cosa è perduta
E che perpetuamente celebreremo
Perché ogni cosa nasce da quella soltanto

Ma prima di giungervi
Prima la miseria profonda come la lebbra
E le maledizioni imbrogliate e la vera morte
Tu che credi dimenticare vanitoso
O mascherato di rivoluzione
La scuola della gioia è piena di pianto e sangue
Ma anche di eternità
E dalle bocche sparite dei santi
Come le siepi del marzo brillano le verità.

(da Foglio di via, 1946 – 1967)

Franco Fortini, nato a Firenze il 10 novembre 1917, ha vissuto, da protagonista, le vicende storiche, politiche, culturali del novecento: dalla Firenze fascista degli anni trenta alla tragedia della guerra, partecipando attivamente all’esperienza della Resistenza e della Repubblica di Valdossola, alle lotte politiche del dopoguerra e della guerra fredda, alle profonde trasformazioni del miracolo economico, esercitando con autonomia la sua funzione critica. Fu punto di riferimento del movimento studentesco del ’68. Ha testimoniato le contraddizioni più profonde, sue e dell’intera generazione dell’epoca storica fino alla caduta del muro del 1985, alla guerra del Golfo, al degrado di tangentopoli. Tanti momenti di profonde trasformazioni, nazionali e internazionali, da lui colti ed evocati con senso tragico, misto ad una sottile vena di ironia (le sette canzonette del Golfo).  La personalità di Fortini è stata poliedrica: un intellettuale, un giornalista, uno storico della letteratura, un traduttore, un ideologo, un poeta. Inoltre coltivava da dilettante la pittura, che certamente ha influito nello stile e nelle rappresentazioni figurative dei suoi versi. E’ stato soprattutto uno sperimentatore con atteggiamento dialettico di fronte alle novità emergenti, ma sempre fedele a se stesso.  Forse, proprio perché gravata da un carico politico-ideologico, la poesia di F. Fortini è stata pregiudizialmente male interpretata e perciò non colta nella profondità dei contenuti calati nella storia e nella condizione esistenziale dell’uomo, espressi con originalità formale, incredibilmente semplice e classica, in continua evoluzione. Dimenticata, solamente oggi, negli “Oscar Mondadori” troviamo raccolte tutte le poesie con l’introduzione di L. Lenzini.  Cesare Garboli nel 1994, anno della morte di Fortini e della pubblicazione dell’ultima raccolta di poesie – Composita Solvantur“ Einaudi – pur considerandole bellissime, così scriveva su “la Repubblica”, 29 novembre 1994: “ Ha cominciato a diventare poeta, secondo me, col tempo, invecchiando.” “La verità è che Fortini era un grande letterato, un letterato che ogni tanto, come Giuseppe Parini, Alessandro Manzoni o Vincenzo Monti, scriveva delle poesie bellissime e insuperabili. Solo che questo letterato incallito (…) è stato visitato un giorno dalla politica così come Cristo si è fatto visitare dal demonio. (…) Fortini incarnava la sinistra a oltranza, la sinistra come eterno richiamo utopico, la sinistra come eterna funzione della “poesia”(…) La politica è stata la sua selva oscura, la grande boscaglia dove si è perso. E’ stato il suo vanto, il suo onore, ma anche il suo “errore”. Senza entrare nel merito delle valutazioni, è da rilevare che proprio attraverso l’impegno civile e politico, proprio perché partecipe delle lotte ideali, immerso nella concretezza dei problemi e dei rapporti umani e sociali, il Fortini ha potuto avere maggiore consapevolezza del mondo, della realtà del tempo, di se stesso e del destino dell’uomo. E’ nel quotidiano, infatti, nella sedimentazione delle esperienze di ciascuno, comunicando e agendo con gli altri”, che si forma e cresce la coscienza di esserci nella storia,  Mi piace inoltre pensare che Fortini, appassionato della pittura e della poesia fin dai 12/13 anni, nel corso della sua esistenza abbia trovato, lontano dal travaglio del mondo e dal contesto delle polemiche politiche ed ideologiche, uno spazio appartato per dare libero sfogo alla sua vena artistica, godere di momenti di vita più riservata e autentica; riflettere sul suo mondo interiore, sul quotidiano vissuto, sul destino dell’uomo e delle sue responsabilità , sulle contraddizioni e sul senso tragico della storia, che aveva approfondito attraverso letture bibliche,di classici, avvicinandosi al protestantesimo della chiesa Valdese, all’esistenzialismo di Kierkegard in particolare. Comunque, quando il Fortini scrive poesia sembra sfuggire agli eventi del suo tempo e vivere in una visione in cui presente passato e speranze avvenire si intrecciano in forme e linguaggi atemporali.  La poesia, quindi, come “isola” irrinunciabile, dove, placati contrasti e passioni, si dà libero sfogo a emozioni, meditazioni, sentimenti, depurati da ideologie e contingenze, senza spazio e senza tempo.Ciò che appare costante e che attraversa tutta la produzione artistica e che lega la prima raccolta di “Foglio di via” e l’ultima “Composita solvantur” è la funzione civile, umanistica della poesia, della letteratura, dell’arte. Nella raccolta dell’esordio, in particolare,, “Foglio di via”, scorre “un nucleo inestinguibile di tensione utopica”, di emancipazione. Una “possibilità” di cui la poesia di Fortini “non ha mai smesso di parlare anche quando ha discorso di rose e di magnolie, di mulini e colorifici, di volpi o rondini. <<Il tesoro antichissimo>> che può apparire nella storia fatta dagli uomini, in mezzo al dolore e alla devastazione, nei travestimenti nelle forme più svariate, vi rinnova la promessa sempre inevasa, ogni volta tradita o defraudata, ma mai dimenticata, che porta con sè l’idea di una felicità condivisa” (L. Lenzini nella introduzione).  <<Letterato per i politici, ideologo per i letterati >>; considerato poeta sempre politico, anche quando parlava delle rose, il Fortini “poeta” va riscoperto più che nei contenuti, nella evoluzione delle forme espressive e nella tensione poetica complessiva che cogliamo nel suo atteggiamento colloquiale, nel dare senso a situazioni semplici, a erbe e fiori, alberi e foglie, nella rappresentazione di tanti quadri ambientali, suggeriti dallo sguardo di un pittore-dilettante esperto.  La ricca produzione poetica comprende diverse raccolte di poesie, che rispecchiano tempi storici; i valori del passato, “la gioia avvenire” del futuro.

Donato Antonio Barbarito

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3 commenti
  1. Beh, sono contento che qualcuno parli bene di Fortini anche su LA PRESENZA DI ERATO. Ma, se lo prenderete sul serio come poeta e come pensatore, dovrete fare un po’ di pulizia nella scelta dei vostri post e nel taglio delle vostre scelte. Un saluto

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