“Altro fiume, altre sponde” di Luciano Luisi, Aragno – 2014, letto da Francesco M. T. Tarantino

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che porto in me come il mare
un tesoro affondato.”

Sono i versi che chiudono la raccolta Altro fiume, altre sponde di Luciano Luisi strutturata in diverse sezioni tutte cariche di tensioni fulminanti, intense, palpitanti:

Ed io nel vento
sento le voci, i suoni, il chiasso: è il giorno
fervente che si desta, e mi pervade
il fiato caldo della vita.”

Luisi rimedita gli anni trascorsi e li rilegge con emozione, ponendosi molte domande, con un sottile afflato metafisico, ma soprattutto ponendo la domanda

E ti chiedo:
è forse la bellezza
il senso della vita?

che non è una delle tante nate dalle irrequietezze delle stralunazioni. Così tutto diventa racconto che sa di trascendenza ovverosia di sublimazione e l’incanto trascina il lettore in un viaggio poetico fatto di piccole cose conosciute ma non esplorate: un fiume che scorre lento o tumultuoso, incuneandosi tra anfratti o precipitando in cascate, straripando a volte, o allungandosi nella calma degli argini, giungendo comunque alla meta per disperdersi nel mare:

…che una volta
era lo specchio di quell’infinito
cui tendevo, e ora
è sempre più burrascoso nella bruma.”

Innamorato della vita, Luisi si muove agile tra libri, quadri, collezioni di conchiglie, di pipe, di bicchieri; tra ricordi, rimpianti e qualche senso di colpa per non aver colto pienamente il tempo imprendibile:

E poi, sempre
più veloce fuggendo, mi trascina
sospeso sopra un ponte perché guardi
terrorizzato le spume che ribollono
laggiù laggiù, del fiume.

C’è, nella sua poesia, un continuo ritorno alla tematicità del sopraggiungere: sia una domanda, un dubbio, un si dice, uno scritto, un silenzio, un abbandono. Qualunque cosa sia, o che solo si lasci intravedere, va affrontata e indagata, magari transustanziata al fine di misurarne lo spessore e poi immagazzinata nell’attesa di una completa maturazione e consumazione. Sono queste le vie che Luciano persegue per appropriarsi delle ragioni che sottendono ad ogni forma di rappresentazione o manifestazione del reale. È chiaro che il punto di osservazione, per quanto ammantato dal fardello delle sue conoscenze intime e soggettive, diventa oggettivo:

E dopo? Sembra chiedermi
il tuo sguardo smarrito. Ed io vorrei
non doverti rispondere:
altro fiume, altre sponde.

In diverse poesie sembra avvertirsi un senso di stanchezza dovuta alla sazietà di giorni che l’autore ha vissuto nella padronanza della sua esistenza intessuta di lavoro, di relazioni, di studio, di competenza e conoscenza:

Oh, poter deporre
tutto il dolore e la stanchezza
sulla poltrona di vimini e dormire
in questa luce calante.

Luciano sa vivere pienamente anche la vecchiaia e riesce a cantarla e sublimarla come ogni altra età che ha saputo spremere traendone il nettare per non fermarsi:

i vecchi che odorano
di tabacco e d’orina,
tutti uguali, immobili, guardano
lontano il cielo aspettando.

Sente però che la vita si sta allontanando e ha un moto di ribellione pacata:

E chiudi
la finestra perché non si perda
quel poco calore. Il mondo è fuori, la vita,
come una foto sbiadita è lontana,
più nulla
rimane, ormai.
Più nulla.

A questo punto necessariamente si arriva al confronto con Dio, con colui che ci traghetterà in un’altra vita sicuramente migliore dell’attuale dove ogni cosa verrà ricapitolata e ciò che ci è rimasto oscuro sarà illuminato a giorno e si scioglieranno gli enigmi, gli arcani, le incognite; sarà una grande festa come il ritorno a casa, con la gioia delle danze sulle spiagge nelle notti d’estate con un’ultima domanda:

c’è un’estate che canta e non s’arrende
all’inverno che preme,
come si può
ora morire per sempre?

È l’ultima domanda perché già l’altra dimensione ci dà un assaggio affinando i sensi del presentimento, ossia del sentire in anticipo ciò che sta per accadere, è l’ultimo passaggio della mutazione da corruttibili all’eternità, dalla fatica al riposo, dalla malattia alla salute senza più ricadute e senza medicine: dalle tenebre alla luce:

E credo
che le parole Tue per me saranno
un’acqua che ristora
questo mio corpo che sa
di morire per sempre e già sente
d’essere sul crinale.

Poiché l’anima del poeta è tranquilla, pronta ad attraversare la cortina di separazione tra il mondo corruttibile e l’incorruttibilità, da una vita terrena a una dimensione altra in cui ci si adagerà ormai fuori dal controllo del tempo, non è difficile avvertire i fermenti ancestrali del mistero che ha generato la vita:

Mi culla, mi sospinge
indietro nel tempo, mi dice
che gli appartengo, e sento
nelle mie antiche vene germogliare
la linfa che dal nulla
mi ha chiamato alla vita.

Versi indimenticabili, che racchiudono ragioni filosofiche di profonda meditazione, versi che restano nel cuore a fermare l’essenza di un processo che non avrà mai fine e che Luisi vive per farcelo vivere, per farci abituare alla morte come vita che si rinnova incessantemente.

Francesco M. T. Tarantino

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