La poesia non è una puttana… (parola di Dante Alighieri). Dopo Roberto Benigni. Intervista rilasciata dal prof. Giovanni Caserta a Carlo Abbatino, giornalista de “La Nuova del Sud”.

Dante-Alighieri-300x234Dante è sempre sommo. Ed è popolare, come tutti i grandi. L’ultima riprova è venuta dalla televisione: Benigni ha recitato il XXXIII canto del Paradiso, facendo un ascolto, si dice, di 12 milioni di telespettatori. E fin qui niente di straordinario, almeno a considerare il fenomeno in sé. Molti spettatori erano già sintonizzati sul comico toscano e hanno continuato a seguirlo, anche perché sugli altri canali, forse, c’era ben poco da scegliere. La sorpresa più grande è venuta dopo. Si è letto dappertutto che, nei giorni successivi, il libro più comprato e più venduto è stata la Divina Commedia. Ciò induce a diverse riflessioni e a domandarsi, innanzitutto, perché mai, a scuola, Dante risulti quasi sempre un autore difficile e noioso. Se lo dovrebbero chiedere i professori d’italiano. Noi la domanda la giriamo al Prof. Giovanni Caserta, noto per aver insegnato per quarant’anni nel Liceo-Ginnasio “Duni” di Matera e che a Dante ha dedicato non poche riflessioni, presenti in più interventi critici.

Allora, prof. Caserta, come spiega il successo di Benigni e la scarsa fortuna di Dante presso i nostri studenti?

In verità, se dovessi partire dalla mia esperienza, dovrei dire che così non è. I miei studenti furono sempre appassionati di Dante e della sua alta poesia. In tempi difficili, quando l’educazione e il rafforzamento della memoria si confondevano col mnemonismo, mi divertivo a far imparare a memoria versi di Dante. Ho motivo di credere che si divertissero anche i miei studenti che, sono certo, oggi mi sono grati. Devo però dire che non sempre gli insegnanti si preoccupano di preparare gli studenti alla lettura di Dante, come di altri autori. Voglio dire che è indispensabile, sempre, parlare del pensiero di un autore, del tema del singolo canto, degli obiettivi che Dante si poneva… Né è di poco conto attualizzare l’opera di un poeta. Cosa, del resto, molto facile, essendo il testo poetico sempre eterno, cioè attuale. Come si fa, nel caso di Dante, e parlando di Farinata degli Uberti, a non parlare del primato dell’amore degli altri sull’amore di sé, del retto modo di sentire la politica e l’impegno politico? O come si fa a non ammirare lo spirito di comprensione e di comune sentire fra Dante e Farinata, al di là delle divisioni di partito, quando si ha lo stesso comune interesse, che è il bene di tutti? Oppure, parlando di Sordello da Goito, come si fa a non condividere il rammarico e il dolore per un’Italia divisa tra fazioni e in tragica caduta? Come non parlare del federalismo e della funesta devoluzione voluta dalla Lega di Bossi? Che dire del canto di Carlo Martello, nel Paradiso, e del rammarico da costui espresso, nel notare come non si rispettino le vocazioni, le attitudini e i meriti del singolo, ma piuttosto si proceda per interesse, ambizione e favoritismi? E’ la condanna della lottizzazione. E c’è la richiesta, da parte di Dante, che ci sia sempre l’uomo giusto al posto giusto. Invece, non di rado, alcuni professori, pensando di sbalordire, si perdono fra mille considerazioni critiche e discettazioni sulla struttura, sulla distribuzione delle anime, sul nome dei singoli cori angelici, e altre cose di tal genere. Non che tutto questo non sia importante. Ma riguarda gli studiosi. L’alunno ha bisogna soprattutto di sentire la poesia e farsene trasportare. Questo è il compito della scuola, che deve soprattutto educare, affinare la sensibilità, dare valori…

Il fatto è, Professore, che, nel caso di Benigni e della sua Lectura Dantis, è stato scelto uno dei canti più difficili, cioè il XXXIII del Paradiso, che tanto ha dato da pensare ai critici, per essere così pieno di dottrina.

Hai ragione. Ma cosa sta a dimostrare il successo “popolare” di quella lettura? Significa che non c’è concetto difficile che non possa essere spiegato in modo semplice, con esempi e similitudini e analogie che siano familiari a chi ascolta. Lei ha ragione quando dice che il canto XXXIII del Paradiso è uno dei più complessi, perché, arrivato davanti a Dio, Dante si trova di fronte ad una esperienza che nessun uomo ha mai avuto. C’è in lui il grande sforzo di dare un’idea di quello che si potrebbe provare. Perciò, continuamente confessa l’inadeguatezza dei suoi strumenti espressivi. Ma si tratta di cose fuor dell’umano, o di una condizione perfettamente umana? Perché il lettore non dovrebbe capire una condizione che sarebbe anche sua? Perché non si dovrebbe sentire coinvolto?

Benigni, dunque, avrebbe operato un miracolo?

Benigni non ha compiuto nessun miracolo; ha semplicemente realizzato un sogno di Dante. Se fosse possibile immaginarselo nell’altro mondo, Dante lo si direbbe gioioso e finalmente felice di sé e dell’esito della sua opera. Suo obiettivo era quello di parlare al popolo e di creare un’opera popolare. In tempi in cui non esisteva la stampa, voglio dire nel Trecento, di copie della Divina Commedia ne circolavano veramente poche. Ciò era contro i desideri di Dante, che, pur constatando che spesso i suoi versi erano citati a memoria dal fabbro ferraio e dal falegname, voleva far arrivare il suo messaggio a tutti gli uomini. Vedendo che dodici milioni di spettatori, l’altra sera, ascoltavano i suoi versi, grazie a Benigni e alla televisione, gli sarà sembrato che finalmente il suo obiettivo era stato raggiunto. Gli capitava qualcosa di analogo a quel che capitò a Manzoni. Anche Manzoni voleva scrivere un romanzo per tutti. Voleva andare oltre i venticinque lettori… Scrisse in modo semplice e scelse una storia facile e avvincente. Pochi, però, sapevano leggere. La sua più grande gioia, ma era già nell’altro mondo, la dovette provare solo quando, nell’immediato dopoguerra, tra il 1940 e il 1950, i suoi Promessi Sposi, stampati a caratteri grandi e nitidi dall’Istituto Poligrafico dello Stato, diventarono il libro di lettura nelle scuole serali, frequentate da contadini, artigiani e casalinghe semi-analfabete. Era quello che aveva sempre desiderato.

Dante e Manzoni, se ho capito bene, vollero essere scrittori popolari. Erano ambedue cattolici. C’entra la fede religiosa?

Certo che c’entra. Uno scrittore cattolico ha una verità, valori e convinzioni da trasmettere. Non scrive per scrivere; né scrive per interesse. O almeno non dovrebbe. Egli è un testimone. Non appartiene a quella categoria di letterati di cui Dante diceva che si prostituivano, cioè facevano le puttane (parola non sgradita a Dante), perché scrivevano per guadagno. Costoro – si legge nel Convivio, al capitolo IX, – “sono pronti ad avarizia, che da ogni nobiltade d’animo li rimuove”. Essi “non acquistano la lettera per lo suo uso, ma in quanto per quella guadagnano denari o dignitade”. Manzoni, dal suo canto, si diceva “vergine di servo encomio e di codardo oltraggio”. Dante, dal trisavolo Cacciaguida, accettò il consiglio di dire sempre e solo la verità, anche quando essa facesse male. Insomma, chi ha la rogna, che se la gratti – aggiunse. Perciò andò in esilio, come sono andati al confino, sotto il fascismo, molti che non accettavano la dittatura. Ma gli intellettuali non furono in tanti a fare quella scelta scomoda. Gli intellettuali italiani, purtroppo, raramente hanno avuto il coraggio di Manzoni e di Dante, preferendo la vita di corte e di cortigiani. Si sono spesso e volentieri prostituiti. Basti vedere quel che si è disposti a fare per pubblicare un libro presso una grossa casa editrice, o per ottenere una collaborazione ad un giornale, o per andare in televisione, o per avere la direzione di un canale di essa, o un incarico all’Università. Quanti, ad  cambio di maggioranza, son passati da destra a sinistra, e viceversa?  Per svolgere la sua missione verso tutti, Manzoni scelse la lingua parlata fiorentina; Dante scelse il volgare contro il latino. Fuggì via da Firenze, con l’onta di una condanna a morte. Ma non volle mai chiedere scusa a nessuno, né mai si pentì. Il sole – scriveva all’amico fiorentino – lo si può vedere dappertutto. Quando scrisse la Divina Commedia, voleva dire e disse tutto questo. Solo così si conquista il Paradiso della gloria e quello della eternità. Benigni, nella sua felice parlata toscana, lui che professore non è, si è sentito, come uomo e come cittadino, un comune destinatario di tale messaggio. E ha pensato come Dante. Ora ne vorrebbe portare la vita in televisione. Farebbe opera di grande educazione e di grande merito, lui che è innamorato di Dante. Magari fossero in tanti ad esserne innamorati. L’Italia tornerebbe ad essere “donna di provincie” e non quel “bordello” che tanta televisione ammannisce a tutte le ore e in tutti i giorni, spesso accompagnata dal sorriso ammiccante di qualche sedicente intellettuale, anzi opinionista, anzi moglie o amante di opinionista, non meno colpevole di quella Taide, che, immersa al pari degli altri adulatori tra sterco umano, da Dante (Inferno, XVIII, vv. 128-136) è indicata come “la puttana dalle unghie merdose”, che, al suo drudo o amante o protettore che fosse, il quale le chiedeva di quante e quali grazie godesse presso di lei, da sfacciata rispose: “Anzi maravigliose”. E non arrossì nemmeno.

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