Giovanni Caserta, La città di Matera negli anni del Pascoli – preside professori alunni del Regio Ginnasio-Liceo “Duni” (1882-1884), Osanna Edizioni – 2012, letto da Dante Maffia

504-largeSoltanto uno studioso del calibro di Giovanni Caserta, profondo conoscitore della storia e della letteratura della Lucania e di autori come Collodi, Pavese, Manzoni, Dante, Isabella Morra, Ariosto, Carlo Levi,  poteva darci, con assoluta verità scientifica, lo spaccato di un’epoca, seppure breve, che vide a Matera la presenza di Giovanni Pascoli come professore del Liceo Duni. Non è una esagerazione, Caserta ha potuto facilmente inquadrare il rapporto di Pascoli con la città (o il non rapporto, se volete) proprio perché la sua conoscenza delle opere del poeta è completa e gli ha permesso di entrare nella psiche e negli interessi concreti, nelle relazioni con un ambiente che era lontano mille miglia dalle abitudini romagnole, dalle atmosfere bolognesi. Tuttavia questa volta Giovanni Caserta non è di Pascoli in particolare che si occupa, ma del Regio Ginnasio-Liceo Duni, dalla sua nascita, nel 1864, per volontà del comune, diventato statale circa sedici anni dopo. Una buona parte dei professori è presa dal clero, preti di varia età e varia formazione e cultura, ma altri arrivano da lontano, perfino dal nord d’Italia. Tra questi Giovanni Pascoli per l’insegnamento del greco e del latino. Caserta non ci racconta le vicissitudini di Pascoli (l’ha fatto già in un testo edito nel 2005 intitolato Giovanni Pascoli a Matera), ma la gestione del Liceo, la presenza di insegnanti che a fine anno subivano una relazione dettagliata sul loro comportamento inteso non solo dal punto di vista scolastico, ma anche umano, morale, sociale, disciplinare e didattico. Da questi elementi e dalle tante altre notizie riguardanti la vita della scuola, emerge la realtà di una condizione umana che nessun antropologo o etnologo saprebbe meglio raccontare. Le relazioni del preside Di Paola soprattutto, ma anche quelle su di lui, finiscono per diventare documenti importanti e interessanti sia per comprendere i meccanismi che sottendevano alla scuola di allora e sia per rendersi conto che lo studio ha aperto un’autostrada per la crescita del Sud. Leggere gli elenchi degli alunni, tutti assolutamente maschi, fa una certa impressione, si tratta di un mondo chiuso ermeticamente alla possibilità femminile e dunque è portatore di una civiltà che fa perdurare l’esclusione come fatto riconosciuto e non discutibile. Ma dà anche la lettura di nomi che poi hanno fatto parte attiva di un mutamento che alla fine ha saputo e voluto riconoscere diritti e doveri. La Premessa al libro è essenziale per comprenderne le ragioni, per avere elementi che guidano a capire un mondo ormai scomparso che è perdurato a lungo facendo disastri inconcepibili e anche qualche passo avanti. Mi figuro Giovanni Pascoli, giovane appena laureato e con il fuoco della poesia dentro e gli strascichi dei fermenti carducciani, arrivare a Matera dopo un viaggio lungo e disastroso. Disse d’essere arrivato in Africa, ma non si ribellò, non accese l’indignazione degli allievi e non uscì mai fuori dai ranghi di professore. Un demerito? Una cecità nella quale guazzò indifferente? Visse nel vuoto dei rapporti se si esclude quello con il preside e il collega Antonio Restori? Vogliamo incolparlo? E di che cosa? Di sentire  l’emarginazione come una condanna? Interessanti anche le fotografie scelte e gli autografi di Pascoli.  Libro perciò prezioso, che non appaga soltanto la curiosità di vedere chi allora frequentava un liceo e chi vi insegnava, prezioso per l’affresco sociale indiretto fatto attraverso i profili degli allievi e dei professori, prezioso per chi volesse ripercorrere un’epoca con le sue storture e le sue leggi ferree, le sue incongruenze e le sue povertà, ma anche per rendersi conto che c’erano persone che capirono a volo la grandezza di Pascoli nonostante il suo stare in disparte, come il preside Di Paola, e soprattutto come l’alunno Nicola Festa che così lo descrive: “Col suo meraviglioso inimitabile tocco di poeta tramutò improvvisamente la materia opaca e inerte, di quel che suole essere l’insegnamento classico liceale, in ispirito di vita, in verbo radiante calore e luce senza fine”.

Dante Maffia

 

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