Pasquale Festa Campanile, a cura di Giovanni Caserta

190px-Pasquale_Festa_Campanile_2In nessuno, forse, come in Pasquale Festa Campanile, si ripete la storia che fu di Orazio. Se questi, ragazzo, fu indotto dal padre a trasferirsi a Roma con lui, Pasquale Festa Campanile fu costretto a raggiungere Roma, per congiungersi al padre, funzionario ministeriale. Era nato il 1927 a Melfi. Visse la prima infanzia in paese, lontano dalla mamma, con la nonna. Forse nemmeno Orazio ebbe la mamma, che potrebbe essere morta prematuramente; né ebbe la nonna, sostituita da una nutrice. Dopo la terza elementare, nel 1936, Pasquale Festa Campanile si lasciò alle spalle il paese e la provincia. Vi sarebbe tornato solo di tanto in tanto. Molto importante, in tal senso, è una pagina di Nonna Sabella, il suo primo e più significativo romanzo. Nel 1944, in un caldo mese di luglio, Michele, l’alter ego di Pasquale Festa Campanile, era tornato a Melfi, essendo morta zia Carmelina. Al rientro a Roma, dopo pochi giorni, lo seguiva nonna Sabella – nome tipicamente oraziano -, bisbetica e volitiva, non meno desiderosa del nipote di raggiungere finalmente la città. Ad un certo momento del viaggio, verso Torre Annunziata, nonna Sabella aveva buttato via, dal finestrino del treno, il suo orinale e “la veste d’alpaca per quando sarebbe morta”. Era un modo simbolico per significare che, finalmente, ella riusciva a tagliare il vincolante cordone ombelicale con la grigia e soffocante vita di provincia. Proprio come aveva fatto Pasquale Festa Campanile che, perciò, si atteggiava in modo assai diverso da Leonardo Sinisgalli. Se per questo lo “strappo” dal paese era stato un trauma, ovvero un vuoto da colmare o nodo da riannodare, per lui la partenza da Melfi era stata una vera e propria liberazione. Un nuovo mondo, voluto e desiderato, gli si apriva all’orizzonte: era il sospirato “passaggio alla città”, che aveva segnato e avrebbe segnato la vita di molti giovani lucani, alla ricerca di libertà e successo. Non è meraviglia, perciò, che il suo ritorno materiale al paese sia stato sempre casuale e saltuario, registrandosi prevalentemente negli ultimi anni della sua vita, per ragioni di lavoro, quando fu membro della giuria del premio “Basilicata”. Se poi, talvolta, volle farvi ritorno idealmente, attraverso il ricordo, non lo fece con rimpianto e nostalgia, come Sinisgalli, ma con ironia, quasi da estraneo, meravigliato che potesse ancora esistere quel mondo da cui era fuggito. Forse l’unico momento in cui si lasciò coinvolgere da attenzione e tensione tragica per la realtà del Sud, se non si trattò di semplice adesione intellettuale, fu quando, insieme con altri (in particolare con Vasco Pratolini, scrittore decisamente più impegnato), partecipò alla stesura della sceneggiatura del film Rocco e i suoi fratelli, di Luchino Visconti, girato nel 1960. Ma si era ancora in clima di non superato neorealismo, cui si ispiravano anche due altri suoi film: La viaccia (1961) e Le quattro giornate di Napoli (1962). Il graduale distacco dal neorealismo cominciò con la sceneggiatura del Gattopardo (1963), tratto dal romanzo scettico e disincantato di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Seguirono la commedia Rugantino e i film L’ape regina e La costanza della ragione, tratto dall’omonimo romanzo di uno stanco Vasco Pratolini. Da allora le problematiche affrontate da Pasquale Festa Campanile, fattosi anche regista, furono sempre quelle della città e della società borghese, consumistica e vanesia, grottesca ed espressionisticamente rappresentata, con inevitabili cadute verso un consueto erotismo.  Lo strumento espressivo di Pasquale Festa Campanile, insomma, dopo il primo romanzo, fu esclusivamente quello del cinema e dello spettacolo (compreso il giornalismo), nel quale fu tutto immerso, anche come protagonista di cronache mondane, vagamente ricordando il D’Annunzio della “Cronaca bizantina”. E come D’Annunzio, abile nel cogliere le mode e i gusti, tornò alla letteratura quando fiutò il momento opportuno, cioè quando il cinema entrò in crisi, a partire dalla metà degli anni 1970. Erano anche gli anni successivi alla contestazione giovanile, quando, passata l’ebbrezza rivoluzionaria, ricominciò a circolare il desiderio di tornare al privato, per amore del piacere e della vita disinvoltamente vissuta. Pasquale Festa Campanile vi si trovò a suo agio, immergendovisi con la sua ironia e la sua voglia di trasgressione, sia pure con qualche nota di umorismo pirandelliano. Ogni due anni, perciò, scrisse e pubblicò un libro di successo, auspice la condiscendenza di buoni recensori, giornali mondani e televisione, che seppero opportunamente diffonderli in mezzo al pubblico. Oggi sono libri che difficilmente trovano lettori, perché fortemente datati e, quindi, privi di ogni attualità e interesse. Nacquero così, dopo il fortunato e felice Nonna Sabella (1957), Conviene far bene l’amore (1975), Il ladrone (1977), Il peccato (1980), La ragazza di Trieste (1982), Per amore solo per amore (1983, premio Campiello), La strega innamorata (1985, premio Bancarella), Buon Natale buon anno (1986, postumo), quasi sempre divenuti soggetti di film, come a sancire una persistente contaminazione fra letteratura, vita e spettacolo. Né alla sua ironia disinvolta e dissacrante, e al piacere del grottesco, sfuggirono i temi religiosi, trattati, in verità, senza adeguata profondità e con gusto piuttosto discutibile.

Pasquale Festa Campanile morì a Roma il 28 febbraio 1986

Giovanni Caserta

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