“L’inquietudine della bestia” di Ilaria Drago, Edizioni Nemapress, letto da Marco Onofrio

copertina_ilaria_drago di Marco OnofrioPoesia intensamente vitalistica, quella di Ilaria Drago, asservita alla fedeltà etica del suo dettato, rigorosa e sincera fino allo spasimo, immersa nelle dinamiche pulsionali e ondivaghe di una parola “terrigna” e a un tempo uranica, che si fa carne, sangue, ombra, mistero, potenza e presenza di metamorfosi. L’inquietudine della bestia (Nemapress, 2013, pp. 56, Euro 10) è uno psicodramma esoterico in 66 stazioni liriche articolate sul proscenio interiore di una “pazza a sonagli” che si abbandona senza freni alla pronuncia abnorme della verità. La dimensione erotica è attraversata come una porta girevole di accesso alle realtà profonde in cui dimora il regno dell’essenza: sorgente e al tempo stesso foce di spiritualità, donde salgono liquori nutrienti di energie che spannano gli occhi e rinnovano il senso delle cose, ma anche liquami di putrefazione che spurgano dalle macerie dei giorni, dalle “carogne di pensieri” accumulati nella “discarica” del cuore, nel ripostiglio delle occasioni mancate, della vita che non ritornerà. Le carezze sono “nude” e “fertili”, perché accompagnano la discesa nei territori dove la menzogna ipocrita della società “civile”non ha più luogo:

abbiamo soffiato via i nostri nomi
ci siamo spogliati
perché fossimo solo
di pelle animale.

La carne viene plasmata e simbolizzata in chiave mitopoietica: diventa origine e materia prima di una continua ri-semantizzazione del mondo, lievito di trasformazione, strumento di rivoluzione permanente, apertura onnipresente del possibile. Per raggiungere l’assoluto attraverso la carne occorre anzitutto cercare l’assoluto della carne medesima, lo “schianto” della presa che la porta ad essere violata, provata, spossata, sacrificata:

distendimi in tutta la vastità del mondo
percorrimi finché l’Eterno esausto
non s’arrenda.

Ecco il senso di sfida ai limiti entro i quali siamo contenuti: la voluttà di “disturbare l’universo”, di mettere in crisi le certezze acquisite. C’è una grande inquietudine vagabonda che si traduce in impulso a “rovesciare il mondo”, cioè, spesso, in provocazione e sfida alla morale condivisa:

tra le mie cosce e Dio
s’è messa la disperazione
perché con la lingua
non me l’agganci e porti via.

E divampa soprattutto con una rabbia furiosa e sorda, che a stento si contiene e che rende i segni tesi, deformati, infiammati, carichi di pathos espressionistico. Una breve verifica lessicale può dar conto di questa tendenza al parossismo (specialmente nella prima sezione del libro): “cagna in dolore”, “latrato”, “ululato femmina”, “grido d’amore”, “corpo fracassato”, “accoltellato amore”, “strappi”, “contorta”, “tuono dagli occhi imprecazioni”, “ringhio al mondo”, “s’addirupa su di me / questa vita in fracasso”, “la tua assenza scortica a pezzi / (…) e mi lasci un buco”, “la gola si taglia”, etc. L’espressione poetica lievita nel convergere di due urgenti pulsioni emozionali (talvolta prive di oggetto): da un lato “l’impeto della domanda”, dall’altro “la fame che sfibra”. Difatti è una scrittura intensamente viva, mordace, ingorda, impudica, che rantola desideri e, così, mastica daccapo i propri sogni, cercando di goderli con l’innocenza naturale di tutti i sensi accesi. Una scrittura-mantra per svegliarsi (e scuotere il lettore) alla maggiore dimensione del proprio esserci alla vita dentro il cosmo, in un ordine diverso da quello statuito nella storia. La bestia che le “esce dalla gola” è lo stesso demone che la spinge da dentro, e la plasma, la espande, la fa artista. Le parole urgono di fuoco ma scavano la via sinuosa dell’acqua, raccogliendo tutto il dolce veleno della nostra condizione. Il furore deformante viene peraltro trasceso da una tendenza a raggiungere l’occhio calmo del ciclone, cioè il “culmen” del pathos, la quiete trasognata dello spasmo, il punto morto della convulsione:

ci vuole la furia dell’orgasmo
a quietare lo schianto della carne.

E ancora:

sto
depositata nell’assenza di pensiero
ad accogliere
– la bocca spalancata come una valle –
l’immensa assoluta perfezione.

La voce poetica tende così a specchiarsi nelle cose, a farsi “altro”; ma anche, nei richiami logici di ricomposizione dei confini, a cercare formule di auto-definizione della propria natura originaria: dal pirandelliano “contorta pazza a sonagli”, allo stürmeriano “io ringhio e sussurro / io canto e risata”, al maudit “nostalgica malata puttana”. È il teatro del sé che si fa mondo: il soggetto, intriso di imperfezione, oltrepassa i suoi molteplici impacci – come in un travaso alchemico di energie – nell’unità dinamica del suo ritmo cosmico fondamentale, oltre il precordio palpitante e primitivo delle sillabe perdute, giù, giù, nella profondità, attraverso le più oscure dimensioni, fino alle sorgenti limpide dell’Essere: nella terra di tutti e di nessuno, dove rinascere, e ricomporsi nuovi.

Sono dunque poesie affamate di vita e allucinate di morte (la morte oscena che si cela in ogni angolo di vita), come ordigni predisposti a scardinare schemi e a far esplodere convenzioni, “traballando fra incanto e sfinimento” per tradurre in conoscenza la lingua muta dei corpi, degli eventi, delle trasformazioni. La scrittura di Ilaria Drago è una partitura semantica preformata che viene accesa, come deve, attraverso la sua stessa performance recitativa – come ricorda e sa chiunque l’abbia ascoltata – dove la voce annoda un’armonia profonda tra i percorsi aperti dalla poesia e la luce di ogni singola parola. Si dibatte inquieta fra “l’insulto / della vita quotidiana” (e il conseguente impulso a rovesciarla) e, d’altra parte, la tentazione di schiudersi “all’incanto di ogni giorno”. La stessa cosa vista da sguardi diversi può trasformarsi da inferno a paradiso, e viceversa. Il messaggio implicito che emerge da questa poesia è che solo all’“anima in abbandono” sarà dato di salvarsi, e che solo con l’offerta di sé il mondo si rende tollerabile, può anzi svelare le proprie recondite bellezze.
E allora

io così voglio stare
un disegno offerto
alla luce.

Aprire i canali ingrommati della percezione, liberarli cioè dalle infinite sedimentazioni che ci impediscono di essere davvero, significa aprirsi a un sentire letteralmente incontenibile, che ci porta a traboccare da noi stessi, dal poco che di noi ri-conosciamo:

verso amore sulla strada
cammino grondando richiami
a gambe larghe ginocchia piegate
strascico un cuore in carrozzella.

Ecco il ruolo dell’amore, che salva e fa “abitare” (“ogni mio bacio / è come essere nel mondo”) e ha un potere agglutinante di ricapitolazione (la saliva che gli amanti mescolano racchiude il passato dei rispettivi giorni, le strade percorse per arrivare fin là … sicché baciare è imparare a conoscere, è entrare in contatto con quel passato e farne parte: “con la bocca immensa bevo / tutta la tua storia in contrazione”) e sintesi cosmica (“ti amo / come se il cielo / si raccogliesse tutto”). La poesia manifesta per frammenti di luce segreta il legame che regge le cose dall’interno:

il non detto
che fa abbracciare i petali nella rosa.

Il poeta è lo sciamano degli scambi paradossali, martire e carnefice della materia, dove cerca “allacci di magia” da cui possa scaturire una scintilla non illusoria di rivelazione. La condizione di “assenza” cifrata nella prima sezione del libro si connota con attributi di aridità (“nessun dio ha più lacrime / per fecondare la terra”) che richiamano per antitesi gli attributi liquidi della “presenza”:

eppure goccia di giorno in giorno
un po’ di paradiso
nelle tenere carezze delle foglie.

La vita e l’amore, infatti, sono e restano dove è l’umido e il calore, la dimensione fluida, umorale e sensitiva della donna-terra (“io terrigna”) che, nella sua naturale circolarità, impasta e cuoce il pane del “nutrimento”. Ecco dunque l’invocazione al “Dio delle certezze”:

non lasciarmi arida
non farmi il ventre secco
e stretto
ci batte il cuore là dentro
è la mia bocca
la parola più ricca
la benedizione
è tutta la casa che ho
da lì agli uomini e alle donne
posso dire “viviamo”!

Quale maledizione sarebbe, per una donna, “il ventre secco / e stretto”: non sarebbe più donna! Resterebbe la spoglia incenerita della sua stessa grazia (come accade ad ogni donna quando invecchia), cioè sopravvissuta a se stessa e, in qualche modo, non più completamente viva. Di quella stessa aridità – che la prepara a diventare scheletro – un giorno finirà per morire assetata, abbandonata, prosciugata. La via del circolo umido e caldo – quasi un mandala di geminazioni concentriche – è anche la via della crescita che la femmina insegna e induce, al maschio, consentendogli di evolvere:

lento come la marea sotto la luna
t’ingrossi sulle mie rotondità.

E poi fare l’amore, per una donna, significa liquefarsi (“si discioglie la mia carne su di te”), essere irrorata (“aspetto l’inondazione”) e perdere felicemente i confini (“mi annego nella gioia dell’amplesso”). L’atto sessuale è ripercorso e rivissuto, nella sacralità della sua profonda naturalezza – con lo scandaglio luminoso della parola – lungo l’arco di sviluppo della composizione n. 40, fin dall’inizio:

un intreccio di tronchi avvinghiati i nostri corpi
verdi rigati di brina e saliva
rimescolati di foglie e vibrazioni d’albe.

La femmina e il maschio si scambiano le ossa, i fiati, gli umori: due anime avvinte in un corpo solo. Ecco l’offerta spasimante della matrice, e il membro che la penetra (“tu entri a farmi donna”), e poi la spossatezza, il sentirsi “rimescolati e stanchi” e divini, infine, “in questo incanto”. L’orgasmo ha un potere liberatorio, anzi dissipativo, delle energie profonde della psiche; e tuttavia si produce nuovamente come inganno, sul piano metafisico, poiché conduce lo spirito all’oblio, alla beata dimenticanza, senza garantire l’acquisto autentico della dimensione prenatale. Sembra che in quegli istanti il tempo si fermi, che si contatti qualche forma di perduta eternità, ma è un’illusione. Serve, semmai, per superare in una “piccola morte” le angustie costringenti della realtà normativa (“in bocca lasciami il tuo sapore / volerò oltre l’impaccio della vita”), ma è troppo breve e intenso e indecifrabile per veicolare la conquista duratura di qualche verità sostanziale, oltre quella umana. Più probante sul piano spirituale è, forse, la dimensione parallela che accade misteriosamente, durante l’incontro dei corpi, anche sotto forma di desiderio:

quando fra le mie cosce
danzerai con la tua bocca di melo
mi siederò accanto alla tua anima
berrò il pianto sanguigno dei tuoi occhi.

E ancora:

perché non apri la tua bocca
e mi tieni tutta dentro
non mi fai riposare
dietro i tuoi occhi
e poi mi soffi tanto lentamente
sulla fiammella di una candela.

La seconda sezione del libro (dal titolo emblematico “presenze”) illimpidisce un poco la tempestosità del dettato poetico, dando vita a uno spartito più raccolto, quieto e, appunto, scopertamente spirituale (“i rami dita in preghiera / succhiano riverberi di sole”), che completa di armonie il policordo multanime di una voce tra le più originali nel panorama contemporaneo. Ilaria Drago la bestia della Poesia ce l’ha fin dal cognome, ed è una bestia che unisce l’uccello al serpente, il fuoco dell’aria a quello della terra primordiale; ma nel suo nomen c’è anzitutto un omen luminoso di gioia, che la rende – come Giordano Bruno – “in tristitia hìlaris”, capace cioè di estrarre l’oro dal piombo, il cielo dalla carne, la luce dalla tenebra più nera. Ed è proprio questo, in sintesi estrema, il percorso evolutivo di cui il suo libro reca esemplare, straordinaria testimonianza.

Marco Onofrio

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1 commento
  1. Bravissima, Ilaria, questi tuoi versi hanno la nuda bellezza delle cose autentiche, delle parole nate vive, capaci di prendere per mano il lettore e condurlo all’interno di uno spazio scenico che è insieme passione, tensione, lotta, dramma, magia! Ma non sono parole, sono forme teatrali in azione, che si muovono per necessità interna, per questo coinvolgono, e lo fanno con la stessa perentoria necessità della fame e della sete!
    Complimenti, davvero, e un caro saluto sperando di conoscerti presto anche in qualità di attrice. Un grazie di cuore anche a Marco Onofrio per questa lettura.
    Marisa

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