Cinque poesie di Claudia Brigato

claudia

L’infinito è qui
nell’ape tramortita sul fiore,
tra il ruggito dei papaveri che squassa la terra.
E dio sta
nello scricchiolio delle mie ossa
umide al sole.

*

Esco piano stordita dal sonno,
– i grilli di notte in notte hanno inchiodato il tempo sugli stipiti dei miei balconi;
un lavorio lungo trentacinque estati –
La luce che si schioda
scricchiola dalle radici del letto,
morde le gambe,
mi stringe la vita su fino alla catena delle vertebre
in un parto lungo un respiro.

La cincia fuori non sa
della fatica dell’inizio,
della bellezza fragile ed incerta del perdono;
canta sul traliccio la preghiera che mai
ho imparato a dirmi.

*

Questa sera a tradirti è il profumo dei gelsomini
da chissà dove precipitato in concerto
all’entrata della stazione.

E’ tuo il cercarmi,
mia l’imperfetta sottrazione
a quel principio di fame che lasci sulla punta della lingua
e basta un cantare di foglie ad ascendermi
lo stomaco in un fringuellare
che mi sconfina oltre i rami.

Come un segugio fiuto
nell’aria il tuo odore
– con il naso all’insu’ –
sia fatta
la tua attesa.

*

Il Gange, l’Eufrate, il Giordano fluiscono tutti qui,
in questo fosso che mi lava gli occhi.
Dal ventre dell’acqua dio mi segue
con sguardo di pesce
che a passo d’ombra si allontana.

*

Il deserto si fa qui
con la nebbia mite e una stretta di scirocco
che risacca incauta il mare a pianura.
In questo disarmarsi delle cose
a placida resa del nulla
mi sono fatta cassa
armonica e mi sei risuonato
tutto
dentro
come voce prima
sulla terra.

Claudia Brigato è nata in provincia di Padova nel 1979. Laureata in filosofia nel 2003 all’Università di Padova, lavora nell’ambito della formazione scolastica e si sta specializzando in Pedagogia Clinica.

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6 commenti
  1. Ho avuto il piacere di scoprire questa brava giovane autrice su WSF, ne sono felice e grata ad Antonella Taravella per averla “scovata”. La poesia di Claudia Brigato è un meditare quieto, ricerca speleologica del divino nel sé e nell’altro. Risuona limpida come acqua di sorgiva filtrata dalla roccia millenaria della filosofia. E’ un leggere che ci “sconfina oltre i rami” come una preghiera universale a un dio che ha un unico nome e abita il Gange, l’Eufrate, il Giordano come la piccola pozza d’acqua di un fosso che riflette la luce del sole.

    • Claudia ho letto le sue poesie. Senso di ristoro. Versi aerei, il mondo si smaterializza, perde peso, acquista leggerezza, volatilità. Depurare le sorgenti.
      Grazie del dono
      Roberto Taioli (Milano)

  2. Vivo in Veneto da quasi 15 anni e tra le tante parole che ho scoperto e imparato a conoscere ve n’è una che mi affascina particolarmente. E’ il verbo “téndere” (o téndare) che ha significato di sorvegliare, custodire, vigilare. Osservare da una certa distanza.
    Credo che – unito al più vasto significato di tensione, spinta, anelito che il verbo tendere offre alla lingua italiana – sia la parola che meglio esprima in me il senso degli scritti di Claudia.
    Ciò che traspare è una custodia gelosa di sé, del suo corpo fatto di ossa scricchiolanti e spigoli, del mondo da cui nasce, motivo per cui ce li consegna in una nudità sublimata, spirituale.
    E, d’altra parte, circondata dai fossi, dai campi, dalle pianure quasi perfettamente orizzontali, sconfinate e bagnate – ché l’unica altezza di queste padanità sono le vette dei sicomori e i monti in lontananza – cerca una tensione verso l’alto, la perfezione della trascendenza, l’intima accoglienza di un dio che si fa morbida terra, pozzanghera, acqua, occhio di pesce che vigila.
    Sorvegliare, custodire gelosamente, e portare con sé verso una forma perfetta. Come in un manuale del perfetto asceta, Claudia ha messo radici nello spirito, e ci canta della terra.

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