Lo stadio selvaggio della parola, Daria Galateria legge “Affari di cuore” di Paolo Ruffilli, Einaudi -2011

ruffilli

Ho capito di me
che cosa
ti è piaciuto:
lo stadio mio maturo,
il pieno
ormai compiuto
nel punto che è
senza più futuro
di stare
per ridursi assente
dentro il suo spremuto…
L’amore ormai cosciente
che ti viene
da chi ha
già avuto tutto
e non si aspetta niente.

L’orgasmo, ha scritto in tempi andati Ruffilli citando Pascal, è come uno starnuto. Così si era messo senza tergiversazioni dalla parte dell’ironia. E scantonava dal tema erotico con il suo metronomo cantante e irrisorio, distraendosi con gli sfondi e le situazioni di contorno (il cattivo gusto dell’arredamento della camera da letto, la luce fioca e triste di una lampada del comodino, il crepitare del parquet al movimento degli amanti clandestini, l’incepparsi della lampo…) o dissolvendo l’altro in “oggetto delirato” dell’amore, personaggio assente o “figurato”, immaginato come non è.

 In Affari di cuore per la prima volta Ruffilli dilata il momento in cui “l’eterna guerra di posizione” degli amanti diventa battaglia aperta: “Sono tornato | per morderti e graffiarti”, “mi ami al punto di ingoiarmi”… a mordere, succhiare e digerire il corpo dell’altra; non tanto il “corpo amato” dell’immaginario, ma un corpo “vero e proprio” fatto di pelle e di carne, di umori e secrezioni. Il tema investe il ritmo di Ruffilli; non i contenuti, perché resiste in realtà l’impianto narrativo delle sue trascorse educazioni sentimentali (“e ti lamenti | … | che ti offro | i frutti della testa | ma che alla fine | non ti dono il cuore”): la totalità è solo “lo stato da me presunto | beato per intero”. Il furore di lei è alla fine ingannevole: “E via, confessa | che nell’amare me | ami te stessa”.

Ma, a stravolgere la musicalità irridente di Piccola colazione, o le folate ritmiche del Diario di Normandia, qui soccorrono la violenza dello scontro suoni più netti e duri (“risputarmi fuori | munto e triturato”, “vuoi che ti prenda | e, più, | che ti violenti”, “siamo squartati | … | e nello squartamento…”), e rime interne e assonanze più aspre e arrotate. è come se l’amore carnale risultasse a Ruffilli incoercibile all’urbanità di sorvegliate filastrocche gonfie di pensiero, ed esplodesse infine una crudezza primitiva, uno stadio selvaggio della parola.

Niente idealizzazioni e niente donne dello schermo: il soggetto ama il suo oggetto e non l’amore (si veda, per l’appunto, la poesia Furore), incontra la sua donna “reale”, con i suoi limiti e i suoi difetti, ben sapendo di averne lui stesso altrettanti. La contraddizione non solo viene accettata, ma è vissuta fino in fondo come risorsa impareggiabile della vita. E l’amore conosce la violenza e la crudeltà, sì, però anche le pieghe più tenere che resistono nello slancio passionale (“Respira piano, | lasciati entrare | poco alla volta | dentro di me…”, “…dentro il sorriso | che il sogno | ti ha lasciato. | è la gioia dell’amante | nell’amato”,“…ma non volevo spegnerlo | beato, restando | a cuocermi nel forno”), fino a registrarne la coscienza: “Non avevo mai provato | in vita mia | così tanta tenerezza | dentro la passione”). In un rispetto dell’altra che resiste anche dentro il riconoscimento dei torti subiti e in un’esperienza dell’amore che ignora finalmente la gelosia.

Nel suo concedersi all’uso della norma, Ruffilli è altamente trasgressivo e riesce a dire, appunto normalmente, le cose più indicibili senza mai sottrarre dignità alle persone (si vedano, ad esempio massimo, poesie come Addosso, Pensiero, Atto estremo, Sorpresa, Istigazione…). Solo le rime con il loro solfeggio leggero tornano a suggerire una possibile, risorgente ironia e la distanza, portata non dalla sazietà, ma dall’implacabile intelletto. Tutto diventa musica e proprio per questo si riesce a pronunciare l’indicibile. Quella lieve musica dal ritmo sincopato, fatta anche o perfino di cocci e vetri rotti.

Nel genere forse più rischioso, letterariamente parlando, Ruffilli vince la sua sfida in virtù di quelle qualità che già gli riconosceva nel 1977 Montale, indicandolo come solitario e originale nel suo percorso sghembo rispetto ai poeti del nostro Novecento, all’insegna del non dire proprio per esprimere di più: “Il modo di Ruffilli si affida a una specie di galleggiamento di vescicole, piccole bolle che guadagnano la superficie salendo in verticale su dal fondo. E queste bolle, nel loro minimo ingombro, nella loro rarefatta consistenza, riescono a rispecchiare la realtà nella sua interezza e complessità.” Frammenti di un insieme alluso e poi, in virtù della poesia, di colpo ricomposto in tutta la nettezza della sua sorprendente rivelazione, per immagini capaci di rendere il discorso dell’amore non solo possibile, ma straordinariamente nuovo e vincente anche in letteratura.

DARIA GALATERIA

da “l’Immaginazione”, n. 270, luglio-agosto 2012”

 

Annunci
1 commento
  1. Ripropongo per i lettori di “La presenza di Erato” questa mia lettura di “Affari di cuore” che non smentisce e spero possa arricchire quella già così puntuale di Daria Galateria.

    Le arance e le iene non si curano dell’amore
    Riflettendo su “Affari di cuore” di Paolo Ruffilli
    di Paolo Ottaviani

    Soffio

    È in quel remoto soffio
    dentro al cuore
    che ognuno riconosce
    il suo destino.
    Il sogno più proibito:
    l’idea di un infinito
    perfino quotidiano,
    lasciato in sorte
    al corpo dell’amore.
    Arreso e imprigionato
    per conservare intatto
    il tuo sapore,
    sottratto al vuoto
    tenuto tra le cosce
    a lungo, invano,
    come l’acqua
    che scivola comunque
    dalla mano.

    Incastonati nella parte centrale dell’ultima raccolta poetica di Paolo Ruffilli – Affari di cuore, edita da Einaudi nell’agosto del 2011, i versi sopra trascritti, forse proprio in virtù della loro sospensione tra una densa fisicità carnale – il corpo dell’amore, il sapore dell’amante trattenuto nelle cosce – e quella sorta di volatile leggerezza metafisica – il soffio dentro al cuore, il sogno più proibito, l’idea di un infinito perfino quotidiano – credo siano fortemente rappresentativi dell’intero volume e forse, più in generale, della peculiare modalità con la quale Ruffilli si confronta con il grande tema dell’amore. A questo argomento in effetti il poeta reatino non è nuovo. Già nel 1987 in Piccola colazione il capitoletto dal titolo Per amore o per forza si misurava con queste tematiche e già allora Giuseppe Pontiggia aveva notato come, non solo sul piano della costruzione formale ma anche su quello più propriamente semantico, venivano infranti tutti gli schemi del perbenismo benpensante, tanto che quei “dialoghetti che interrompono, con inserzioni di iperrealismo, la convenzione degli sfondi piccolo-borghesi ricompongono, più che lacerare, quel tessuto di menzogne con cui la sincerità cerca di esprimersi” e metteva in rilievo come, sul piano più specificamente metrico e stilistico, Ruffili, fosse ricorso a “metri tra Metastasio e Gozzano, ad ariette di una musicalità incalzante e insieme dimessa”. La caratteristica del verso contratto infatti è emblematica di questo autore.. Le parole isolate, immaginate quasi come reali oggetti vaganti che suonano e poi risuonano negli echi che si accavallano e s’intrecciano in una sorta di rimbalzo musicale e semantico testimoniano di un conflitto a un tempo personale, intimo e insieme universale. Un cultore appassionato della metrica italiana come Luciano Nanni ha notato che i versi di Affari cuore “non danno l’idea di essere regolati, essendo talora spezzati in arditi enjambement e seguono un flusso che, se non versificato, apparirebbe quasi prosastico…ci sono non di rado metri precisi, come il quinario…o i senari…ma è chiaro che Ruffilli predilige il verso breve, non tanto per distillare le frasi, come gli ermetici, quanto per conferire “dignità” poetica a parole tutt’altro che difficili” o ricercate. Del resto è lo stesso narratore-poeta ad affermare l’impossibilità di una distinzione netta tra prosa e poesia proprio quando, riferendosi, se pur in modo traslato, alle “forme chiuse” sostiene che l’essere obbligati in “un corpo a corpo” con le regole “ti consente di produrre soluzioni altrimenti inarrivabili. È proprio misurandoti con la legge – dice Ruffilli – che riesci a trasgredirla nel senso più significativo, dal punto di vista della creatività”. E forse non è un caso che ciò che si afferma sul piano stilistico-formale poi si concretizzi sul piano semantico di questo poemetto d’amore. E’ ancora lo stesso poeta che, in una bella intervista radiofonica condotta da Ennio Cavalli, ci indica l’archetipo nascosto che lo ha guidato lungo tutta la stesura del poemetto e questo insuperato modello ispiratore è il biblico Cantico dei Cantici. Proprio quel testo cultuale dove, in tutte le molteplici gradazioni dei sentimenti e della passione umana, dalla più gioiosa tenerezza fino alla più tenebrosa sofferenza, viene sancita quella sacralità della carne che Ruffilli rivendica per la sua poesia d’amore. Una vicinanza a quel particolare misticismo che non umilia ma esalta il corpo. I versi che seguono, letti sotto questa luce, ne sono vivida testimonianza:

    Tra le tue braccia

    Non è, no, per me
    il piacere
    né la solitudine
    o l’amore
    in quel momento
    a spingermi
    allo spasmo estremo
    tra le tue braccia
    avvolto e stretto
    dalle cosce
    ma, contorcendo e
    nell’intreccio
    impietrendo intanto
    il moto
    ad arginarne il vuoto
    – di tutto il resto
    non so più che farne –
    la furiosa voglia
    di annegare in te
    e di essere sepolto
    dalla carne.

    Certo, Ruffilli aveva evocato il Cantico dei Canti, là dove è fortemente presente anche una commossa partecipazione della natura, degli animali, delle piante e dei fiori, alle gioie e alle sofferenze dell’amore umano: “Io sono un narciso della pianura di Saron, un giglio delle valli”, dice l’innamorata, e per lui gli occhi dell’amata “sono colombe” e i suoi seni “due cerbiatti gemelli di una gazzella, che pascolano tra i gigli”. Narcisi, gigli, colombe, cerbiatti, gazzelle, in quel testo e in quel contesto, non sono orpelli letterari, artifici retorici. Tutt’altro. Testimoniano invece una compenetrata coralità di sentimenti umani e natura. Tutto vibra dentro lo stesso respiro. Ed è forse proprio l’assenza dell’alito degli alberi, degli animali e dei paesaggi che colpisce del libro di Ruffilli. Ed è un tratto mancante che pesa. È vero, nel suo poemeto d’amore incontriamo arance, pesche, albicocche o anche tigri e iene, ma sono scoperte metafore letterarie della dolcezza o della ferocia, della seduzione o della vendetta. La compartecipazione reale della natura alle vicende amorose degli uomini è assente. Forse è solo nell’apertura della lirica Maggio, che, quasi inconsapevole e furtivo, s’ascolta il respiro della primavera che accompagna l’incontro degli amanti:

    Maggio

    Maggio mi fa
    il suo tenero racconto
    della sera,
    per riferirlo a lei
    che lo ha già sentito
    per suo conto.
    La guardo che
    mi guarda immobile
    a parte il tremito del dito
    fermato in aria
    incontro alla mia mano
    che non ha respinto.
    Che importa,
    vorrei dirle,
    se non ci conosciamo
    e non saremmo estranei
    neppure per l’amore.
    Solo a toccarci
    e a stringerci abbracciati
    sapremmo tutto
    delle nostre storie,
    del vuoto che ha lasciato
    qualcun altro
    e del bisogno
    di chiudere comunque la ferita
    riconsegnando al tatto
    tutta la sorpresa della vita.

    “Maggio mi fa il suo tenero racconto della sera”. La natura, se pur timidamente, s’affaccia oltre il rapido intercalare dei versi. Ma il poeta la ignora.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...