Sulla difficoltà di dire di Gaza, due poesie di Ennio Abate

foto2

 

Sulla difficoltà di dire di Gaza in poesia (1)

ma nel bosco appartato si sentiva forbito
l’eloquio della letteratura
pulsava addolciva mi negava l’urlo in gola

fossimo metafisici la vecchiaia brutale del mondo
l’accoglieremmo tra i denti ingialliti e fragili
la masticheremmo ancora dolenti e via da qui

a egregie cose s’addestrano invece i giovani poeti
piamente miopi
abbrustolitisi nell’inconscio dei servi beati

le prose tenaci ci tentano ma non ce la fanno più a volare
solo i poeti più sciocchi ci riescono nei cieli lustri di menzogne
mentre i commenti cadono dalle bocche fatui impacciati

mai abbastanza imbozzolati di notte
e così gli dei malefici amministrano da lontano la morte
nelle urne cinerarie dei grandi palazzi assolati

non mi dite di quanti non mi dite di quanti
non mi dite neppure quei nomi che resteranno d’ignoti tra un giorno
sepolti in se stessi impensabili dalla ragione che dorme

uccellini venite qui dite l’ultimo pigolio
e poi stecchitevi senza requiem
datevi voi una forma, una tomba

17 luglio 2014

 

Sulla difficoltà di dire di Gaza in poesia (2)

“Non volete
nemmeno osservare le piccole persone
che stridono sotto le nostre scarpe?
Come l’agonizzante diventa un sasso lo sapete.
Come si butta via
Die Leiche il cadavere spezzato l’avete visto”.

(F. Fortini, Perché alla fine…
da Paesaggio con serpente, p. 266,
Versi scelti (1939-1989), Einaudi 1990)

I

Sempre discutere. Ma la gente e i poeti non vollero più discutere.
La vita, la poesia, non è discussione, dicevano.
E la folla andava per le strade in silenzio.

E la poesia per boschi, per amori e per primordi.
Sempre andava la poesia coi suoi linguaggi lievi e giovani
intraducibili nei pesanti e gracchianti della politica.

In Occidente erano di moda i linguaggi della leggerezza.
E leggeri erano divenuti gli stessi detti degli uomini lupi
che allenavano giovani lupissimi all’esercizio del terrore e del progresso.

Oh, come carezzevoli le ombre delle parole poetiche!
Oh, come mordevano con dolci menzogne i lupi della politica!

II

Solo pochi, che in epoca più azzurra erano stati alleati dei poeti liberi
ed epigoni avevano visto frantumarsi il secolo della Grande Causa,
guardandosi incerti e tra loro sospettosi volevano convincerci

che, sì, i lupi potevano mordere in altri modi o solo altri lupi.
Ma i lupi mordevano sempre duro e dappertutto e
anche i poeti e a sangue soprattutto la gente comune.

E noi come piccoli kafka dallo sguardo spaurito
ma dal cuore coraggioso passando in mezzo al branco
li sentivamo ringhiare: non servono i poeti.

Subito dopo spezzavano le braccia dei combattenti appena catturati
con un colpo secco e violavano le donne lasciandole storpiate.

III

Altri, soprattutto i giovani (poeti per forza anche loro!), mangiavano assieme ai Proci
volgendo altrove lo sguardo. «Sarà stato il vento!», rispondevano.
« Il vento?». «Sì, proprio lui».[1] Sentivano « il rumore dei passi di una giovane sposa

che cerca suo figlio e chiede guardando nell’ora che si è fermata.»[2].
«Angeli che non parlano»[2] parevano. O se parlavano
raccontavano emozioni dai polpastrelli rosei

e esclamanti seppellivano sintassi e prosa di riflessione.
Non volevano più ruminare i fatti cupi, non li volevano collegare
li sputavano subito o l’ingoiavano così come apparivano….

Cullavano le loro menti color pastello nei sogni. «Come lo amavano, il niente
quelle giovani carni»[3].

IV

Non proprio a patti coi lupi, suggerivano altri, i saggi,
ma conviverci è necessario. I lupi non c’entrano nella poesia,
non puoi capirne le mosse in poesia. Per quelle la politica.

Il duello che ti dura nel petto è d’altra epoca.
Nominarli i lupi in poesia non serve. E a che pro parlarne
se tutti stanno diventando lupi e tutti li rispettano?

Vola alto con noi, impara dai giovani Telemachi [4], vecchio.
La resistenza la fecero i padri. I poeti vennero solo dopo gli spari.
Orsù, non gingillarti coi cocci. Non lustrarli. Non depositare negli appositi spazi

il tuo «risentimento imbellettato col rossetto del marxismo-leninismo»[5].
Basta accendere lumini ai santi padri scoloriti sognando irricomponibili sintesi!

V

Sì, la poesia è «un baule senza fori d’uscita» [6], lutto di sconfitta,
catacomba di martiri veri con cuori finti scolpiti su quelli veri.
Può scavare cunicoli. Non nelle cose. Soltanto nelle parole. Può svuotarle,

mostrare la falsità della guaina che ricopre l’orrore della storia
a quanti verranno dopo e se ancora s’ostineranno a non riprodurlo.
Le cose non si spostano poeticamente. E perciò i lupi silenziosi

dappertutto comandano e stritolano popoli, non rispondendo
ad appello o invettiva, lasciandoti in questo loculo di bambagia.

VI

Sei soltanto un poeta, un servo che in mezzo ai servi, trattenuto da altri servi
agisce nel tempo occidentale che gli resta, nell’io che si ritira
e medita ansioso. Non più tra i noi che assieme combattono.

E perciò Gaza è lì spoglia, in agonia, Itaca a cui nessuno vuole o può più tornare.

23 luglio 2014

 

*Note

1.Giuseppina Di Leo, Nel non senso (pensando a Gaza) / BOZZA
2 . Mayoor, Israele.
3. Da «E questo è il sonno…», in Composita solvantur, pag 62 Einaudi 1994
4. Remo Ceserani, La generazione Telemaco e la critica letteraria. Su due libri di Stefano Ercolino
(http://www.leparoleelecose.it/?p=15700)
5. Da un commento su LE PAROLE E LE COSE (http://www.leparoleelecose.it/?p=15700#comment-256731)
6. Espressione tratta da una mail di un amico.

Ennio Abate
Sono nato a Baronissi (Salerno) nel 1941. Vivo a Cologno Monzese (Milano) ed ho insegnato nelle scuole superiori. Ho pubblicato cinque raccolte di poesia: Salernitudine (Ripostes, Salerno 2003), Prof Samizdat (E-book Edizioni Biagio Cepollaro 2006), Donne seni petrosi (Fare Poesia 2010),Immigratorio (CFR 2011), La polìs che non c’è (CFR 2013). Ho anche tradotto dal francese, curato dei manuali scolastici sulla Commedia di Dante e con Pietro Cataldi ed altri sono coautore di DI FRONTE ALLA STORIA (Palumbo 2009). Miei testi di poesia, disegni, saggi e interventi critici sono apparsi su varie riviste (AllegoriaHortus MusicusInoltreIl Monte AnalogoLa ginestra). Dal 2006 al 2012, all’interno delle iniziative della Casa della Poesia di Milano ho condotto il Laboratorio MOLTINPOESIA e curo  i blog  Immigratorio eNarratorio grafico.

Annunci
11 commenti
  1. SULLA DIFFICOLTA’ DI COMMENTARE LE DUE POESIE DI ENNIO ABATE SU GAZA

    “uccellini venite qui dite l’ultimo pigolio
    e poi stecchitevi senza requiem
    datevi voi una forma, una tomba”

    Questa terzina, da sola, ci dà la cifra di un poeta. È da scrivere a caratteri cubitali tra le cose più alte e più tragiche della poesia italiana contemporanea. In quei tre versi c’è tutto: l’orrore, la pietà, l’impotenza, una virile disperazione ma anche una muta, estrema, sepolta speranza. Di tutto però il resto la poesia avrebbe potuto fare a meno. Dico “la poesia”, non la narrazione, la volontà di capire, il giudizio sui fatti ecc., ecc. Tutte cose sacrosante. Ma che non sono poesia. A lei è bastata una fulgida terzina per dire tutto.
    (Qualcuno potrebbe accusarmi di redivivo crocianesimo, lo so. Ma fa niente).

    • “Di tutto però il resto la poesia avrebbe potuto fare a meno” (Ottaviani)

      Caro Paolo,
      al di là dell’apprezzamento del “frammento”, ti chiederei: sei sicuro?
      Certo possiamo immaginare una bella mela sospesa in cielo, come nata dal nulla o venuta addirittura dal cielo.
      Ma io – come te, credo – resto attaccato all’esperienza “terrestre”: in campagna da bambino ho imparato che i frutti spuntavano sugli alberi; e lì m’ero abituato a vederli di raccoglierli ormai maturi nel paniere assieme ai miei cugini. Mai dimenticato tronchi, fogliami, radici. Sono rimasto troppo affezionato a questa visione d’insieme? (Della “totalità”?). O è che non mi piacciono le nature morte? O ancora: mi sono abituato ad entrare persino nel Palazzo della Poesia con le scarpe piene di fango (di “non poesia”)?
      Ma tu, invece, sei convinto che la poesia possa e debba davvero non avere a che fare col il *resto* ( la prosa e tutto quell’universo ideologico e storico pervaso dal conflitto che in essa si deposita più facilmente che in poesia)?
      Non vorrei che – crociano o meno – la tua “difficoltà di commentare le due poesie di Ennio Abate su Gaza” dipenda proprio dal loro evocare quel conflitto (= quel contenuto) che c’inquieta e di cui già non sentiamo più parlare (fino alla prossima puntata)….
      Discutiamone, se possibile.

      • Caro Ennio,
        credo che tu mi capisca senza che io spieghi ulteriormente. La poesia può e deve “avere a che fare”, come dici tu, con tutto, con i frutti della tua infanzia e i relativi “tronchi, fogliami, radici e “con le scarpe piene di fango”. Non ho mai detto né pensato il contrario. Poi però c’è il fango che diventa poesia e quello che resta cronaca e storia. Quante storie d’amore finiscono in tragedia? Poi però di una vicenda come quella di Paolo e Francesca in poesia ne resta una sola.
        A mio parere tu in quei tre versi che ho citato hai fatto poesia – grande poesia -, e nel resto cronaca puntuale, storia e interpretazione della storia. Che tra l’altro largamente condivido. E che non avrei difficoltà a commentare più di quanto tu, presumibilmente, non ne abbia avuto a scrivere.

  2. Credo che un poeta debba dichiararsi in toto , visto che prima di tutto deve fare i conti con se stesso . Non può limitarsi a un distico o a quattro versi luccicanti per essere esaustivo , se non altro per rispettare chi legge e l’oggetto del ricordo ( deontologia ? ) . La “non poesia”, quando accade , sono cascami di lavorazione , e non mi sembra proprio il caso del testo di Abate . Poi si è liberi di pensarla come si vuole , ovviamente .
    leopoldo attolico –

  3. Stamattina guardando le foto fatte a Gaza da Eloisa d’Orsi (http://www.eloisadorsi.com/album/gaza-strip#27) ho scritto:

    “AM STIL HERE”

    a Elosia d’Orsi che ha fotografato il cielo di Gaza

    Abitare le rovine.
    Mangiare defecare dormire tra le rovine.
    Conservare negli occhi il dolore di prima delle rovine
    e quello di dopo.
    Aggiungere il tuo silenzio a quello delle rovine.
    Inchinarsi davanti alle rovine.
    Appoggiare il corpo dei vivi sulle rovine
    come fosse una poesia e una speranza.

    Restare caparbiamente
    coperta
    cucchiaio
    pecora
    specchio
    bimbo
    giovane
    adulto
    anziano
    donna
    tra le rovine.

    Ascoltare il lamento e il suggerimento delle rovine
    mentre diventano il nostro passato.

  4. @ Ottaviani

    Caro Paolo,
    insisto a riflettere pur nei limiti della comunicazione da blog. E di certo non per difendere i miei versi, ma perché la tua obiezione “crociana” tocca una questione sempre aperta: la poesia come la distinguiamo dalla “non poesia”? che dialettica c’è o dovrebbe esserci tra poetico ed extrapoetico? Può oggi il “fango” (l’extrapoetico per alcuni) passare da «cronaca e storia» a poesia nei modi di Dante, che tu evochi proprio per l’episodio fin troppo antologizzato di Paolo e Francesca? Dante poi, malgrado avesse un “filo diretto” con il Paradiso, che noi (o io almeno) non abbiamo più, in quanto a “fango” non scherzava.
    Comunque non mi va di respingere del tutto il tuo sguardo ultraselettivo. Continuo però sulla mia strada, convinto che nella mia ricerca una quantità maggiore di “fango” ha buone ragioni per esserci.

    • Con Ennio Abate ci siamo scambiati queste due mail che rendo pubbliche perché mi sembrano di notevole interesse. Ennio infatti afferma che gli “va bene l’operazione” ultraselettiva che io gli ho proposto. E mi chiede giustamente, in caso di pubblicazione, di ribadire che si tratta unicamente di un mio intervento sui suoi due testi qui pubblicati con altro titolo. Cosa che faccio volentieri.

      Caro Ennio,
      cambiando solo il titolo, con luogo e data per una precisa storicizzazione, io avrei ridotto le due tue poesie a tre versi. E successivamente avrei utilizzato tutto il resto come preziosissimo materiale per un saggio esplicativo della terzina.
      Ma è solo la mia opinione.
      Un abbraccio
      Paolo

      GAZA 2014

      Uccellini venite qui dite l’ultimo pigolio
      e poi stecchitevi senza requiem
      datevi voi una forma, una tomba.

      Caro Paolo,
      ti stavo rispondendo e ho appena lasciato questo commento: (quello pubblicato qui sopra).
      Aggiungo che mi va bene anche l’operazione che qui sotto mi proponi, a patto di chiarire, se rendi pubblica la cosa, che è una tua scelta e che originariamente il “frammento” con altro titolo era in quel mio “edificio”.
      Un caro saluto
      Ennio

  5. “Sì, la poesia (…)
    Può scavare cunicoli. Non nelle cose. Soltanto nelle parole. Può svuotarle,”

    E perciò Gaza è lì spoglia, in agonia, Itaca a cui nessuno vuole o può più tornare.”
    Il collegamento con Gaza qui è forzato. Gaza sta là, ma qui? e basta per dire che “Altri, soprattutto i giovani (poeti per forza anche loro!), mangiavano assieme ai Proci /volgendo altrove lo sguardo.” ?
    Conclusione e giudizio affrettati, dovuta al Noi/Voi come arma difettata, o se si vuole obsoleta. Non si vuole guardare all’adesione non compattata di un esercito dissenziente e arrabbiato, all’identità incerta dovuta al disgregamento ideologico che fino a qualche tempo fa ancora reggeva; se vogliamo alle infinite sfumature del rosso offerte dalle singole coscienze, dalle molteplici sensibilità. Sensibilità e ragionamento in perenne conflitto dove, come sempre, che siano lupi o colombe, vincerà la ragione? Dunque si tratterebbe solo di rapporti di forza: forze di pace contro forze di guerra. In tutti i casi vincerà la ragione.
    Non c’è futuro, e non c’è perché le forze in campo stanno nel presente. E’ qui che coltiviamo la speranza (insieme a te, Ennio).
    Piuttosto che al Noi/Voi io guarderei al femminile, che non è parità del numero dei ministri ma è multiuniverso. Andrebbe apprezzato anche lo sforzo di abbellire l’orrore di questa stamberga. Non è cosa da poco. E poi cos’è mai la Poesia se non amicizia e collaborazione tra due emisferi?

    • Tutte le volte che mi capita di commentare un testo di Ennio Abate cado nello stesso errore, e me ne sto rendendo conto. Per il fatto che lui sembra trovarsi più a suo agio nella polemica che tra i complimenti, lo assecondo. Ma così facendo tralascio di dire quanto la sua presenza sia stata per me importante in questi ultimi anni, e quanto lo sia ancora. Parlo della sponda dell’etica, quella che sento necessaria, diciamo pure quella di sinistra. A destra vedo solo ombre inquietanti e violenza e va da sé che ogni pensiero ne risenta. Quindi la poesia di Ennio mi è necessaria, mi sprona e mi aiuta a tenere i piedi per terra. Poi è scrittore di grande agilità espressiva, in grado di passare dal verso brevissimo alla prosa fluente, o dai temi privati della quotidianità all’epica, senza apparente difficoltà. Non è poco, e questa poesia ne è ulteriore conferma: qui Ennio si pone a metà strada, tra Milano e Gaza, in posizione avanzata. Ma lo sguardo è rivolto all’indietro, verso poeti e intellettuali. Anche se non sono d’accordo con tutto quel che ha scritto in “sulla difficoltà di…” (titolo lunghissimo, che è già un programma e che a me, tra l’altro, fa pensare a Majorino), c’è però tutto lo straniamento e la solitudine di una poetica.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...