“Alla luce del sole” di Vincenzo Cerami, Mondadori, letto da Dante Maffia

3851754In un panorama confuso e frastagliato di pubblicazioni sempre più inutili, insipide e scritte con pretese e senza nessun fondamento letterario o esistenziale, appare questo libro di Vincenzo Cerami davvero fuori dal coro, sia per le tematiche e sia per il linguaggio che non cerca arpeggi, non rincorre mode e non si abbandona alla letterarietà. Fedele al titolo, insomma, un parlato alla luce del sole, un dettato oscillante tra monologo e confessione che evita i toni oracolari e le contorsioni dei fuochi d’artificio delle metafore. Cerami adopera la formula del pane al pane e vino al vino e così le pagine scorrono in quell’atmosfera di racconto che sono la sua cifra migliore. Chi si aspettasse impennate liriche o alchimie affidate al significante resterà deluso, perché a Cerami interessano le atmosfere, i sentimenti, le verità d’un quotidiano mai banalizzato e reso per ricette e formule, ma colto in quella perennità di sensi che si dipanano come un album di memorie senza tempo. Mi è parso di cogliere, in molte immagini, un riflesso d’infanzia però non chiuso nella nostalgia, non edulcorato; è come se il poeta volesse analizzare ciò ch’è stato attraverso scorci d’una vita lontano dal “ritratto d’artista”, vagante tra malinconie e indignazioni, tra inquietudini e analisi che portano a equazioni tra l’io e il mondo. Quel che piace del libro è la pacatezza con cui gli eventi si snodano, con cui riferimenti mitici e cronaca si sposano senza stridori, senza corti circuiti, e piace la Roma che sta da sottofondo e lievita uomini e avvenimenti dando loro l’alone giusto che però evita i luoghi comuni della Dolce Vita ed evita la iconografia a cui siamo abituati da troppi film e da troppi romanzi. Probabilmente sarà difficile che il lettore esca da queste pagine ricordando un verso, due versi da mettere a suggello dell’intera raccolta o da ricordare per scriverli a un amico su una cartolina, invece porterà con sé gli scenari e il “tramonto di burro”, e quel senso di perdita che poesia dopo poesia si infittisce di fili oscuri e trasmette una malinconia somigliante e certi pomeriggi autunnali che producono un “sogno spezzato”. Sotto la trama di questi “racconti” che si muovono senza fare distinzione tra statue, palazzi, negozi, Medee, Catiline o amici di brigata, c’è la saggezza di chi si è reso conto di che cosa è la vita nella sua essenza. E qui Cerami sembra vestire i panni di Seneca, ha note che toccano nel profondo la bellezza e la dannazione del vivere. Non è casuale che una delle più belle poesie del libro, Rondò, si concluda con questi smaglianti versi:

“Chi non ha gran voglie è ricco
o ha un parente a casa del diavolo.
E chi è ricco è savio
perché grandi ricchezze mille pensieri.
I pensieri però fanno mettere i peli canuti.

La vecchiezza da ognuno è ben desiderata
e quando s’acquista purtroppo viene odiata:
è un affanno da cui s’esce morendo”.

E quindi, “Margherita fai tu… / io intanto leggo / l’ozio di Seneca / e le sue virtù”. Ciò che era stato un intuito di me lettore al primo impatto col libro, trova la verifica in questa dichiarazione di Cerami che tiene a freno a stento il desiderio di voler fare un compendio, quasi, delle “scoperte” fatte sul senso della vita. Ma non si esime dal portarci nella palestra aperta di una piccola via, Gino Capponi, che diventa teatro vivo di una condizione esistenziale avvincente. Alla luce del sole tuttavia non è possibile condensarlo in due pagine di commento che devono dare l’idea dell’insieme, ma almeno bisogna sottolineare che i tanti rivoli di vita mirano a dare il quadro di una complessità che si dirama oltre la condizione personale e oltre lo scenario di Roma. Cerami ha il dono della chiarezza e della semplicità e sa perciò semplificare anche nodi intricati della psiche, anche il magma di una società, quella attuale, che si rispecchia male nelle forme antiche. Ogni cosa dunque si staglia nella sua forma nitida e non dà adito a fraintendimenti, a interpretazioni vaganti e arbitrarie. Da ciò quel senso di dono che il lettore prova, quella leggerezza di approdo che lo coinvolge e lo rende piacevolmente partecipe facendolo sentire protagonista dei versi, non un estraneo che s’affaccia nelle pagine, tanto è vero che non esita ad affermare:

“…Oh meraviglia,
al posto della buatta di Campbell
Warhol oggi inquadrerebbe
il guardiano notturno
col figlio checca
sia di notte che di giorno
o il cuoco di turno alla tivvù…”.

Dante Maffia

 

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