I MAESTRI: Giorgio Seferis, scelto da Renato Fiorito; Eugenio Montale, scelto da Marco Saya

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ARGONAUTI

 

E un’anima
se si vuole conoscere
in un’anima
rimiri:
lo straniero, il nemico, lo vedemmo allo specchio.
Erano bravi ragazzi i compagni, non gridavano
né di stanchezza, né di sete, né di gelo,
erano come gli alberi e le onde
che ricevono vento e pioggia
ricevono notte e sole
senza mutare in mezzo ai mutamenti.
Erano bravi ragazzi, interi giorni
andavano sul remo, gli occhi bassi
respirando in cadenza
e il sangue imporporava una docile pelle.
Cantarono una volta, gli occhi bassi,
quando doppiammo l’isola scabra dei fichi d’India
a ponente, di là da quel Capo dei cani
uggiolanti.
Se si vuole conoscere – dicevano –
miri in un’anima – dicevano –
e battevano i remi l’oro del mare del crepuscolo.
Passammo capi molti molte isole il mare
che mette ad altro mare, gabbiani, foche.
Ululati di donne sventurate
piangevano i figli perduti,
altre come frenetiche cercavano Alessandro
Magno, glorie colate a picco in fondo all’Asia.
Attraccammo
a rive colme d’aromi notturni
e gorgheggi d’uccelli, e un’acqua che lasciava nelle mani
la memoria di gran felicità.
Non finivano, i viaggi.
Si fecero le anime loro una cosa sola con remi e scalmi
con la grave figura della prora
col solco del timone, con l’acqua che frangeva
gli specchiati sembianti.
I compagni finirono, a turno,
con gli occhi bassi. I loro remi additano
il posto dove dormono, sul lido.

Non li ricorda più nessuno. E’ giusto.

Giorgio Seferis

(traduzione di Filippo Maria Pontani)

 

eugenio-montale-ritratto1

 

L’ ARNO A ROVEZZANO

 

I grandi fiumi sono l’immagine del tempo,
crudele e impersonale. Osservati da un ponte
dichiarano la loro nullità inesorabile.
Solo l’ansa esitante di qualche paludoso
giuncheto, qualche specchio
che riluca tra folte sterpaglie e borraccina
può svelare che l’acqua come noi pensa se stessa
prima di farsi vortice e rapina.
Tanto tempo è passato, nulla è scorso
da quando ti cantavo al telefono ‘tu
che fai l’addormentata’ col triplice cachinno.
La tua casa era un lampo visto dal treno. Curva
sull’Arno come l’albero di Giuda
che voleva proteggerla. Forse c’è ancora o
non è che una rovina. Tutta piena,
mi dicevi, di insetti, inabitabile.
Altro comfort fa per noi ora, altro
sconforto.

Eugenio Montale

 

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1 commento
  1. “Argonauti” sono uomini comuni, Ulissi alla ricerca di una terra e di una casa. “Ululati di donne sventurate che piangono i figli perduti” fanno da sottofondo a una tragedia al cui termine vi è talvolta la morte. “I loro remi” come in una nuova Odissea “additano il posto dove dormono sul lido./Non li ricorda più nessuno. E’ giusto.” Bellissimo verso finale che richiama il mito omerico, quasi citando un analogo verso del libro XI dell’Odissea.
    Questa poesia di Seferis non conosce dunque limiti cronologici, ma va al di là delle contingenze del tempo e si riferisce all’eterna tragedia del migrare e del morire, anche se a noi, immersi nella durezza dei nostri tempi, fa pensare ai migranti di oggi che ogni giorno affrontano mare, sfidando la morte.

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