“VORREI ESSERE PAZZO”poesia di Luciano Nota da “Intestatario di assenze”, Campanotto – 2008 –

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VORREI ESSERE PAZZO

Vorrei essere pazzo.
Gridare abbaiare
strabiliare
di giorno di notte
di mattina.
Vorrei essere pazzo.
Urlare urlare urlare
alle piante alle strade
alle teste
di notte di giorno
di mattina.
Urlare al niente.
Vorrei essere pazzo.
Spaccare
sabotare
assillare
violare
trasgredire
assordare
suggellare.
Vorrei essere pazzo.
Sfondare i muri
i tormenti
la vecchiaia.
Vorrei essere pazzo
sì, pazzo se già non lo sono.
Vorrei morire pazzo.

Luciano Nota

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8 commenti
  1. “Vorrei essere pazzo”. Chi non lo ha pensato almeno una volta? Potersi concedere il sollievo della follia, alleggerirsi del fardello di una realtà spesso dolorosa, nella quale siamo stretti, poterla modificare, distorcere per adattarla al nostro essere. Eppure, in questo desiderio, è già compresa la follia del grido, lo straniamento, la fuga e ci domandiamo “se già non lo sono”, ma forse già lo sono. Riuscirò a morire pazzo, in fondo non è questo, essere poeta?

    • Già, è proprio come dici tu. Ti ringrazio, stavo cercando le parole per trasmettere le mie impressioni e leggendoti ho trovato che le avevi già trovate tu per me.
      Vorrei solo aggiungere la profonda ragione insita in questo tipo di “essere pazzo”. Che annichilisce la logica ricorsiva del linguaggio proprio perché non può fare a meno di rendersi conto che il soggetto abita sempre altrove.

  2. Questa poesia spalanca una finestra su abissi da sempre presenti ai poeti. Ma poesia=follia? Questo è l’augurio che bisogna farsi?
    Sarebbe bene approfondire questi problemi.
    Anche se non c’entra direttamente, segnalo uno stralcio dell’amico psichiatra (e poeta) Giacomo Conserva che accenna alla “pazzia” (psicosi) con cui hanno fatto i conti i due padri fondatori della psicanalisi e aggiungo poi il link per contestualizzarlo:

    “Una cosa che onestamente non capisco nelle parole del Dr. Meroni è che si possa temere l’accusa di ‘psicotico’ (o “personalità psicotica”) che sarebbe da taluni specialisti (dal cuore di pietra, direi, e dallo spirito imbiancato) mossa a Jung sulla base di quei testi e immagini. In primo luogo, è una vecchia storia: oltre all’accusa di misticismo reazionario, l’accusa di grave dissociazione psichica gli è stata da molto tempo mossa. E in effetti non c’è dubbio, credo, che Jung, negli anni attorno alla prima guerra mondiale, sia stato quasi-psicotico: basta leggere in che termini egli stesso descriva quel periodo nel suo libro di memorie. Ma allora? In primo luogo mantenne sempre il controllo della situazione (anche se a caro prezzo); in secondo luogo, una fase di “malattia creativa”, come la definisce Ellenberger, è tutto tranne che l’opposto della salute mentale (il quale concetto di “salute mentale” è in sé veramente molto meschino e ristretto dal punto di vista filosofico, antropologico, e umano tout court); è noto e acquisito che una fase di scompenso, di ‘nevrosi’, di “regressione al servizio dell’Io” può giocare un ruolo fondamentale e fondante nel raggiungere un più alto livello di integrazione, creatività, produttività; è noto pure che un altro padre fondatore, Freud, visse un periodo di serissime difficoltà, di cui un buon resoconto si trova nella Traumdeutung (che per buona parte si basa sulla sua auto-interpretazione e auto-analisi e auto-terapia: tutto tranne che un “disinteressato lavoro scientifico”). D’altra parte, nel caso di Jung (come in quello di Freud), il detto “dai loro frutti li riconoscerai” non può non essere applicato — ed è indubbio che quelli di Jung siano stati estremamente significativi.”

    (da:http://www.kasparhauser.net/Therapeutic/conserva-meroni-jung.html)

  3. Ma perché, caro Luciano, “vorrei essere un pazzo” e non invece il più diretto e spiazzante “vorrei essere pazzo”? Quest’ultima formulazione avrebbe anche costituito un legame più follemente e lucidamente stringente con la bellissima chiusa “vorrei morire pazzo”. E gli abissi, giustamente evocati da Ennio Abate, sarebbero apparsi ancor più insondabili. Non di “uno” si sarebbe parlato, quell’uno che, anche se riferito a se stesso, è pur sempre in qualche modo oggettivabile, ma di un imperioso, assoluto desiderio dell’io. Più prossimo così all’universale. Credo che l’indubbia “forza” di questi versi, solo togliendo un semplice articolo indeterminativo, sarebbe stata ancor più esplosiva e dirompente.

  4. Struggente la sequenza degli infiniti che sanciscono non una condizione bensì il significato letterario di psiche: cuore, mente, animo. Una medicina per guarire l’indifferenza, un farmaco per avvelenare le inquietudini di ciò che la contemporaneità emargina.

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