«Non sono morta e per di più ho qualcosa per cui vivere; questo qualcosa è la pittura». Frida Kahlo, letta da Maria Alicia Trivigno

aliciaDue occhi scuri incorniciati da un’espressione ferma, ti guardano e non li scordi più. È impossibile dimenticare lo sguardo di Frida Kahlo, l’icona dell’avanguardia artistica messicana considerata tra le più affascinanti pittrici del Novecento. E in questi mesi il suo sguardo si posa sulla capitale: Roma, dal 20 Marzo al 31 agosto, alle Scuderie del Quirinale celebra la grande personalità della Kahlo con una mostra dedicata alla sua vasta e singolare produzione artistica. Frida è una donna che con l’arte ha parlato di se e a sé.La Pittura … una fedele compagna, (la sua più fedele compagna!) che sin dalla giovane età la cattura, prendendola per mano e conducendola alla scoperta e all’espressione del suo io più autentico. Attraverso i suoi dipinti Frida si presenta al mondo, racconta la sua vita e la sua “realtà”. Magdalena Carmen Frieda Kahlo y Calderón nasce a Coyoacán (una cittadina poco più a sud di Città del Messico) il 6 luglio del 1906, ma lei dichiarava di essere nata nel 1910, anno di inizio della Rivoluzione Messicana. Figlia della Rivoluzione – come amava definirsi – e dei suoi ideali nazionalsocialisti – nei quali si identificava fortemente – vive in prima persona e con grande coscienza le trasformazioni sociali e culturali che seguirono alla caduta della dittatura Diaz e che portarono alla nascita del Nuovo Messico.Passionale, ribelle, anticonformista e indipendente, attivista politica al fianco della classe operaia e contadina del suo Paese, è la donna del Messico Moderno e al contempo quella del suo passato; un forte senso di appartenenza alla cultura popolare spingerà Frida a rivalutare, nella vita così come in arte, le tradizioni, i valori e simboli della società indigena messicana. Con orgoglio sfoggia abiti tradizionali tehuana e gioielli pre-colombiani, indossa ghirlande tra i capelli, porta eccentriche acconciature con trecce stravaganti; si lascia crescere il monociglio e i baffi omaggiando l’autenticità delle donne messicane. Ed è proprio “autenticità” la parola chiave che muove l’esistenza e soprattutto l’arte di Frida. Un’esistenza che, come è ben noto, sarà segnata da costanti sofferenze dovute principalmente alle conseguenze del tragico incidente in autobus che a soli diciotto anni le cambia drasticamente la vita. Così racconta di quel giorno alla scrittrice Raquel Tibol: «Gli autobus ai miei tempi erano tutt’altro che solidi; cominciavano a circolare e avevano molto successo: i tram giravano vuoti. Salii sull’autobus con Alejandro Gomez Arias. Io mi sedetti sul bordo, vicino al corrimano, e Alejandro accanto a me. Pochi attimi dopo l’autobus si scontrò con un tram della linea per Xochimilco […] Fu un urto strano. Non fu violento, ma sordo e tutti ne uscirono malconci […] L’urto ci spinse in avanti e il corrimano mi trafisse come la spada trafigge un toro. Un uomo si accorse che avevo una tremenda emorragia mi sollevò e mi depose su un tavolo da biliardo finché la Croce Rossa non venne a prendermi. Non appena vidi mia madre le dissi “Non sono morta e per di più ho qualcosa per cui vivere; questo qualcosa è la pittura”». Lesioni alla spina dorsale, alla schiena, al piede e alla gamba destra la costringono a lunghi mesi di immobilità nel letto, a molteplici operazioni, al tormento dei busti di gesso, a dolori lancinanti e a tanta malinconia nel profondo che non la lasciano più. PALOMAEd è nella sofferenza che la personalità di Frida, grintosa, tenace e inarrestabile si manifesta in modo esplosivo. Nella solitudine dalle sue prigioni fisiche, costretta a rinunciare i suoi studi di medicina, farà dell’arte la sua alleata più forte, lo strumento attraverso cui riconquistare il mondo. Dimessa dall’ospedale i genitori le regalano un letto a baldacchino con uno specchio sul soffitto così che possa vedersi e dipingere ogni parte di sé. Commoventi alcune foto in bianco e nero che documentano Frida dipingere sdraiata nel letto; una vera forza della natura, simbolo della vita che trionfa sul dolore. Comincia così quella serie di autoritratti, che diventeranno una costante nella sua produzione, e che rifletteranno il dialogo ossessivo tra la sua realtà interiore e quella esteriore. Poi arriva il grande amore. Diego Rivera, il celebre pittore muralista messicano. Portavoce dei valori della rivoluzione che diventano i temi indiscussi dei suoi monumentali murales, attivo sostenitore e collaboratore del Partito Comunista Messicano, Diego prende Frida sotto la sua ala protettrice, inserendola all’interno della nuova scena politica e culturale messicana. L’uno rimane folgorato dalla personalità dell’altra e nel 1929 si sposano. Un amore passionale, vissuto all’insegna di profonde e autentiche condivisioni, da quella dell’arte a quella della politica, ma che non sarà privo di delusioni e di forti sofferenze per la nostra artista la quale dovrà accettare i continui tradimenti del marito. Però, usando le parole di Gerry Souter (2011) «alla fine Diego e Frida ritornarono sempre insieme, come due animali feriti, sconquassati dalla loro arte, dalla politica e dai loro temperamenti vulcanici, legati dal sottile nastro rosso del loro amore».Frida Kahlo La sua attività artistica continua imperterrita … Matura sempre di più influenzata dalla presenza di Diego, varcando l’oceano e affascinando l’Europa. Nel 1938 André Breton colpito dai suoi lavori dichiara: « Frida è una surrealista creatasi con le proprie mani», proponendole e organizzandole una mostra a Parigi. Lei in seguito riferisce: «Pensavano che fossi una surrealista, ma non lo ero. Non ho mai dipinto sogni. Ho dipinto la mia realtà.». A tal proposito è bene notare un aspetto molto importante: non è possibile approcciarsi all’arte di Frida cercando di inserirla in questo o in quel movimento artistico del suo tempo. La sua produzione riflette componenti diverse che di volta in volta interpreta in modo del tutto originale. Dalle prime opere ancora eredi della Nuova Oggettività e del Realismo Magico, alla riproposizione dell’arte folklorica, dai riflessi del realismo americano alle componenti ideologico-politiche ispirate dal muralismo messicano di Diego, è evidente come la Kahlo attinga alle tendenze culturali che attraverso il Messico in quel tempo. Ma l’arte di Frida non è altro che Frida, tutto qua. E lo si percepisce dalla notevole quantità di autoritratti che compongono la sua opera. Un diario visivo in cui il realismo crudo convive con l’immaginazione intima, e con un simbolismo diretto, intersecandosi e comunicando quello che Frida incontra sviscerando se stessa. L’ossessione per il suo corpo martoriato, il pensiero martellante della morte, il dolore di una maternità negata (a seguito di diversi aborti) e i tormenti di un amore vero ma difficile, coabitano con farfalle, ghirlande, fiori, abiti messicani, scimmiette, con l’amore per la sua terra e con il suo credo comunista. Negli anni Quaranta, Frida è sempre più stanca e il suo corpo l’abbandona pian piano. Frida-KahloNel 1953 la sua amata Città del Messico le fa un regalo che sicuramente ha portato con sé fino agli ultimi respiri: una mostra . . . proprio lì, dove era nata e dove tutto aveva avuto inizio. All’inaugurazione si presenta facendosi trasportare sul suo letto, sfidando ancora una volta la malattia e suscitando lo stupore di tutti. Muore a Coyacoyan il 13 luglio dell’anno successivo, a soli 47 anni, forse ancora inconsapevole che quegli occhi densi e profondi che sfondano le sue tele avrebbero conquistato il mondo.

 

 

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